Il mattino ha l’oro in bocca

"Shining" ha quarant'anni

Nel 1977 il regista Stanley Kubrick era vicino ai cinquant’anni e alla ricerca del suo nuovo film. Il suo film precedente, il dramma storico Barry Lyndon, non era piaciuto ai critici e si dice che nemmeno lui si fosse divertito granché a girarlo. Kubrick – che prima ancora di Barry Lyndon aveva diretto, nell’ordine, Il dottor Stranamore, 2001: Odissea nello spazio e Arancia meccanica – decise di fare un horror. Visto che era solito partire dai libri, chiese che gli fossero fatti arrivare svariati libri horror. La gran parte non furono di suo gradimento. La sua segretaria raccontò che gettò via quasi tutti i libri dopo averne lette poche pagine. Continuò a leggere però un libro di Stephen King: The Shining.

Diversi mesi dopo, quel libro sarebbe diventato l’undicesimo film di Kubrick: un film che diversi anni dopo – quaranta esatti, oggi – è ancora nei ricordi e nei discorsi di molti, per tutto quello che fa vedere, ma anche per tutto quello che possiamo solo intuire, teorizzare e ipotizzare.

Prima di tutto, la trama. Di per sé è semplice: Jack Torrance, un aspirante scrittore disoccupato e con problemi di alcolismo, accetta di fare da guardiano invernale all’Overlook Hotel, un grande albergo in mezzo alle montagne del Colorado lontano da tutto, che resterà vuoto per diversi mesi. Torrance pensa di usare quei mesi per scrivere e si trasferisce nell’albergo con la moglie Wendy e il figlio Danny, che scopriamo presto avere poteri paranormali (la “luccicanza”). Scopriamo anche, durante il film, che nell’albergo sono successe cose brutte, e che a quanto pare continuano a succederne. Succedono a Danny, che però non si sa come riesce comunque a gestirle; e succedono a Jack, che invece impazzisce e prova a uccidere moglie e figlio.

La trama, dicevamo, è di per sé semplice: un uomo impazzisce durante uno strano periodo in uno strano contesto e sviluppa istinti omicidi. Ma la trama di Shining è piena di tantissime altre cose, molte delle quali legate alla luccicanza di Danny: il fiume di sangue, le maledette gemelline, la stanza 237, il labirinto, quella foto del 1921, «redrum» e «il mattino ha l’oro in bocca». Alcune si possono chiaramente spiegare, motivare, inserire in una trama coerente. Altre no, ed è parte del fascino di Shining.

«Devi sempre scegliere un testo che non sia un capolavoro»
Shining, così come quasi tutti i più noti film di Kubrick, parte da un libro. Ma per Kubrick i libri erano più che altro una traccia, quasi un pretesto. Parlando del suo Lolita, tratto dall’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov, aveva detto che «scrivere una storia nuova in forma di sceneggiatura è come provare a mettere il cavallo e il carretto nello stesso posto, nello stesso momento». Le differenze tra il libro di King e il film di Kubrick sono molte ed è cosa nota che King non abbia gradito la versione di Kubrick, che definì «fredda e distaccata». Non gli piacque nemmeno la scelta di Jack Nicholson nel ruolo del protagonista e di Shelley Duvall nel ruolo di Wendy: disse che «in pratica era lì solo per urlare ed essere stupida».

Qualche anno fa il sito The Overlook Hotel – tutto dedicato a Kubrick, e curato da Lee Unkrich, regista e montatore della Pixar – mostrò anche le tante note che il regista fece alla sua copia del libro di King, che trasformò nella sceneggiatura di un film insieme alla scrittrice Diane Johnson, la quale ha ricordato che Kubrick le disse: «Devi sempre scegliere un testo che non sia un capolavoro, così puoi migliorarlo».

Jack, Wendy, Danny e le gemelle
Sembra che per il ruolo di Jack Torrance furono brevemente presi in considerazione, tra gli altri, anche Robert De Niro e Robin Williams; ma non ci furono mai molti dubbi sul fatto che il ruolo sarebbe finito a Jack Nicholson, che Kubrick aveva apprezzato in Qualcuno volò sul nido del cuculo e che si dice avrebbe scelto anche per il suo film su Napoleone, che però non riuscì mai a girare.

Danny, il figlio, fu scelto tra migliaia di altri sottoposti a provino nell’arco di circa sei mesi, in città che a quanto pare erano a metà strada tra il New Jersey, dove era nato Nicholson, e il Texas, dove era nata Duvall. L’annuncio a cui rispose Danny Lloyd (Danny è il nome del bambino nel libro e nel film, ma anche quello dell’attore) è questo, dell’agosto 1977. Le attrici scelte per interpretare le due bambine che Danny vede nel corridoio dell’hotel sono le gemelle Lisa e Louise Burns. Ne parlano tutti come delle gemelle, ma nel libro si parla di loro solo come sorelle, con età diverse.

Duvall disse di aver sofferto molto durante le riprese: «Nicholson doveva essere pazzo e arrabbiato tutto il tempo. Il mio personaggio doveva piangere 12 ore al giorno».

300 chilometri e un tappeto volante
La maggior parte delle riprese di Shining furono fatte negli EMI Elstree Studios, in Inghilterra. Come per ogni altro film di Kubrick, fu un set ambizioso nella realizzazione e complicato per chi ci dovette lavorare, per via della leggendaria meticolosità del regista. La sceneggiatura veniva cambiata di continuo e, insolitamente, le riprese furono fatte in base all’ordine degli eventi nel film, così che Kubrick fosse più libero di improvvisare e cambiare idea su tutto.

Diversi attori hanno raccontato di aver passato uno spropositato lasso di tempo per girare piccole scene. Ed è stato scritto che ancor prima di iniziare a girare, Kubrick passò alcuni giorni a cercare e fotografare porte, per decidere quale avrebbe voluto che Jack Torrance spaccasse con l’ascia. Una scena che, si dice, fu girata più di 60 volte. In tutto, le riprese andarono avanti per circa un anno. E Kubrick si trovò con quasi 300 chilometri di pellicola: quello che si vede nei cinema è circa un centesimo di quello che fu girato.

– Leggi anche: Perché Kubrick è Kubrick

Sul set, Kubrick fu anche tra i primi a sperimentare l’uso della Steadicam, che era stata inventata pochi anni prima e permetteva di fare riprese fluide camminando o persino correndo dietro ad attori in movimento. Kubrick la definì «un tappeto volante» e scelse, per Shining, di usarne una versione modificata per poter stare, più o meno, ad altezza di triciclo (questo triciclo). A proposito: secondo il cameraman che se ne occupò, la scena del triciclo fu rigirata solo 35 volte.

Lo Stanley Hotel, il Timberline Lodge e Blade Runner
Sia nel libro che nel film, l’edificio immaginario in cui la famiglia Torrance deve passare l’inverno si chiama Overlook Hotel e si trova sulle Montagne rocciose del Colorado, negli Stati Uniti. In passato King ha raccontato che nel descrivere l’Overlook Hotel si è però ispirato allo Stanley Hotel, che aveva visitato nel 1974 insieme a sua moglie. L’hotel esiste dal 1909, ha 140 camere, compresa la 217 (che ha un notevole ruolo nel libro) e da anni sta cercando in ogni modo di capitalizzare la fama derivante dal film, per esempio costruendo apposta un labirinto.

Ma l’albergo che si vede dall’esterno in Shining è un altro: il Timberline Lodge, che si trova in Oregon. Sembra anche che la camera che nel libro è la 217 nel film divenne la 237 su richiesta dei gestori di quell’hotel. Avevano letto il libro e siccome avevano effettivamente una stanza 217 temevano che i clienti, spaventati, non ci sarebbero più voluti andare. Chiesero quindi di usarne una che in realtà non esisteva nell’hotel (probabilmente poi mangiandosi le mani per ogni cliente che, arrivando, chiede espressamente di poter pernottare nella 237).

Altre scene di esterno, panoramiche, furono girate in Montana. Qualche anno fa Ridley Scott rivelò che alcune di quelle scene finirono nel finale di Blade Runner: gli serviva qualcosa di simile, non aveva tempo di girarle, chiese a Kubrick di poter usare le sue e lui acconsentì.

Quell’altro finale
Come sempre, Kubrick dedicò particolarissime attenzioni al montaggio del film, oltre che alle riprese. Scegliendo in certi casi di lasciare lunghe sequenze senza tagli: anticipando i tempi e ricevendo, al tempo, diverse critiche da chi riteneva il suo film troppo lento. In merito al montaggio, Kubrick disse: «Penso che sia la mia fase preferita di quando si fa un film. Il montaggio è l’unico aspetto del cinema che non assomiglia a nessun’altra forma d’arte. Un momento la cui importanza non può essere sovrastimata».

Shining, però, è famoso anche per un taglio del suo finale, fatto quando il film già era finito in alcuni cinema. Le primissime pellicole del film distribuite nelle prime sale erano infatti lunghe 146 minuti, mentre la maggior parte degli spettatori videro una successiva versione lunga un paio di minuti in meno.

Dopo aver visto il film all’anteprima, Kubrick decise infatti di togliere una scena, poco prima del finale. Era dopo l’ultima scena del labirinto e prima dell’ultimissima scena del film (il piano sequenza verso la fotografia) e mostrava il direttore dell’Overlook Hotel che andava in ospedale a trovare Wendy per dirle che il corpo di Jack non era stato trovato e per consegnare a Danny, senza che lei lo vedesse, una palla da tennis identica a quella che il bambino si vede rotolare incontro nei corridoi dell’albergo dalla stanza 237.

Shining parla dell’allunaggio!?!!!
È probabile che Kubrick avesse deciso di mettere la scena nell’ospedale per dare una sorta di chiusura alle travagliate vicende di Wendy e Danny. Ed è anche probabile che scelse di toglierla rendendosi conto che nel film c’erano cose a sufficienza su cui gli spettatori avrebbero potuto elucubrare per anni.

In effetti, per chi vuole iniziare a scavare su internet tra le varie teorie interpretative del film, i tunnel sono tanti e profondissimi. Si va da chi ritiene che il film parli, in realtà, del genocidio degli indiani d’America a chi pensa al contrario che sia tutto un pretesto per parlare dell’Olocausto, passando da quella vecchia storia secondo la quale Kubrick fu il regista del finto allunaggio (non essendo quello vero mai avvenuto) e Shining il suo modo di dirlo al mondo (un grande complimento alle capacità di Kubrick, comunque la si voglia guardare). Molte di queste teorie sono state presentate – ma ovviamente non necessariamente sottoscritte – nel documentario Room 237.

È altrettanto pieno di singoli fatti strani, piccolissimi dettagli, errori apparenti, molte cose di cui – data l’attenzione maniacale che il regista dedicava a ogni scena – è difficile dire che fossero lì per caso. Ma delle quali si può pensare che, magari non sempre con un evidente motivo, Kubrick le mise lì anche solo per aumentare l’aura di mistero intorno al film, anche se ai tempi non esisteva Reddit. Comunque, non c’è una chiara, unica e onnicomprensiva esegesi di Shining fatta da Kubrick.

«Il mattino ha l’oro in bocca»
È una frase che di per sé non ha nessun motivo preciso per essere lì: avrebbe potuto essere «il nuoto è uno sport completo» senza impattare in nessun modo sulla trama del film.

Kubrick sapeva però che seppur irrilevante nel suo contenuto la frase sarebbe diventata importante nel complesso del film. Già durante le riprese scelse quindi di persona le frasi da far scrivere e riprendere in lingue diverse dall’inglese, così da non lasciare spaesati gli spettatori stranieri. Nella versione originale, la frase è «All work and no play makes Jack a dull boy» (troppo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo noioso); in tedesco è «Was Du heute kannst besorgen, das verschiebe nicht auf Morgen» (Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi), in spagnolo «No por mucho madrugar amanece más temprano» (anche se ti alzi più presto, non farà giorno prima), in francese «Un “Tiens” vaut mieux que deux “Tu l’auras”» (un «tieni» vale più di due «avrai»).

Shining dopo Shining
Dopo essere stato un film di Kubrick, Shining è stato anche una (irrilevante) miniserie tv (in questo caso approvata da King, che collaborò alla realizzazione). E qualche mese fa è anche uscito Doctor Sleep, il film tratto dal libro del 2013 in cui King si immaginò la vita di Danny Torrance diversi anni dopo gli eventi dell’Overlook Hotel. Difficilmente, di questo nuovo film, ci ricorderemo tra quarant’anni.

Senza perdersi in astruse teorie, Shining è molto semplicemente un film che fa paura, e che fa paura in tanti modi diversi: alza la tensione dai primi minuti e non l’abbassa mai fino all’ultimissimo secondo.

Kubrick è morto nel 1999. Shelley Duvall non recita più da ormai diversi anni e Jack Nicholson è sempre Jack Nicholson. Danny Loyd, invece, ha 45 anni e insegna biologia. Un paio di anni fa raccontò che mentre girava Shining non sapeva nemmeno fosse un horror, che dopo l’uscita del film nei cinema gli fecero vedere una versione di 10 minuti “per bambini”, che il vero Shining lo vide solo a 10-11 anni e che per lui «vedere Shining è come vedere un filmino di famiglia». Raccontò anche di essersi divertito molto in compagnia delle sorelle Burns (una ora fa l’avvocata, l’altra la scienziata) e che continuava a capitare che qualche suo studente lasciasse scritto «redrum» da qualche parte.

Di Kubrick, disse: «Stanley era un grande. Mi ricordo che giocavamo a baseball e a “ce l’hai”, cose così. Era un omone con la barba ma non mi faceva paura e non mi metteva in soggezione». Ricordò anche che per diversi anni Kubrick continuò a mandargli cartoline per gli auguri di Natale, interessandosi anche dei suoi studi.

– Leggi anche: 2001: Odissea nello spazio, cinquant’anni dopo