(AP Photo/Eric Gay)

Sapremo mai da dove è arrivato il coronavirus?

Molti ricercatori stanno cercando di scoprire da quale animale il virus sia passato agli esseri umani, ma è molto difficile

(AP Photo/Eric Gay)

A distanza di oltre cinque mesi dalla sua scoperta, non sappiamo ancora di preciso quale sia stata l’origine del coronavirus (SARS-CoV-2) responsabile dell’attuale pandemia. Capirlo potrebbe aiutare a prevenire ulteriori passaggi di questo e altri virus dagli animali agli esseri umani, ma il lavoro di indagine e ricostruzione si sta rivelando molto complicato. E questo nonostante in giro per il mondo ci siano molti ricercatori impegnati nello studio delle caratteristiche del coronavirus, alla ricerca di indizi per scoprire quando, dove e come l’infezione sia iniziata tra gli esseri umani.

Da inizio settimana, il tema è al centro dell’Assemblea Mondiale della Sanità, l’organo legislativo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che preme per un’indagine internazionale che consenta di identificare “la fonte del virus” e il modo in cui si è diffuso tra la popolazione, senza escludere la possibilità che sia passato tra diverse specie animali prima di trasmettersi agli esseri umani. La proposta non piace molto alla Cina, preoccupata dalla possibilità che l’indagine si trasformi in un’inchiesta sulle sue responsabilità, considerato che l’avvio dell’epidemia avvenne nella città cinese di Wuhan.

Mistero
Molti ricercatori concordano sul fatto che ci sia un solo modo per stabilire con certezza la provenienza del coronavirus: identificarlo in natura nella specie animale che normalmente infetta. Non è un’operazione semplice, considerato che il coronavirus si è ormai diffuso enormemente nel mondo. Il virus potrebbe essere inoltre passato tra diverse specie animali prima di contagiare gli esseri umani, e ricostruire questa catena iniziale dei contagi potrebbe rivelarsi impossibile.

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Le cose da sapere sul coronavirus

Pipistrelli e pangolini
Le caratteristiche genetiche (genoma) del SARS-CoV-2 sono state identificate con precisione intorno alla metà di gennaio, un risultato importante non solo per avviare la ricerca di farmaci e vaccini, ma anche per comprenderne le caratteristiche e la sua provenienza. Confrontando il genoma con quello di un coronavirus isolato nel 2013 da una specie di pipistrelli (Rhinolophus affinis), i ricercatori cinesi avevano rilevato a fine gennaio una corrispondenza del 96 per cento con l’attuale coronavirus. Il grado di parentela tra i due virus sembra quindi essere piuttosto stretto, e questo potrebbe indicare la provenienza del SARS-CoV-2 dai pipistrelli.

Secondo alcuni modelli matematici elaborati dai virologi, quel 4 per cento di differenza potrebbe indicare che siano passati almeno 50 anni dal momento in cui i due virus avevano un antenato comune. Questa circostanza potrebbe inoltre indicare che i due agenti infettivi si differenziarono grazie al passaggio in un’altra specie animale prima di passare agli esseri umani. I passaggi intermedi nella diffusione dei nuovi virus sono già stati osservati in passato e, in alcuni casi, hanno contribuito a spiegare differenze e caratteristiche di infezioni virali che poi diventano tipiche degli umani.

Un pangolino (AP Photo/Binsar Bakkara)

Un paio di mesi fa, alcuni ricercatori ipotizzarono che la specie intermedia per il SARS-CoV-2 potessero essere i pangolini. L’ipotesi derivava da alcune somiglianze tra l’attuale coronavirus e quelli isolati da alcuni esemplari dei pangolini del Borneo (Manis javanica) confiscati in Cina, dove la loro vendita è formalmente illegale. Il passaggio attraverso i pangolini sembrava verosimile, considerato che questi animali sono venduti (nonostante i divieti) nei mercati cinesi per essere poi impiegati per i preparati della medicina tradizionale.

Successive analisi hanno però evidenziato una marcata differenziazione tra il coronavirus trovato nei pangolini e il SARS-CoV-2, facendo escludere che il secondo possa essere un diretto discendente del primo. Questo non implica necessariamente che i pangolini debbano essere esclusi nelle indagini per ricostruire il passaggio tra diverse specie dell’attuale coronavirus, anche perché finora sono gli unici animali insieme ai pipistrelli a essere noti per subire infezioni da coronavirus con diverse cose in comune con quello dell’attuale pandemia.

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Altri animali
Non si può comunque escludere che il passaggio sia avvenuto da specie animali ancora diverse, e per questo diversi ricercatori stanno proponendo di intensificare le analisi sui campioni di tessuti animali prelevati negli anni, e non ancora esaminati. Accade spesso che i virologi raccolgano campioni di vario tipo da specie animali, specialmente se queste specie sono sospettate di ospitare virus che potrebbero poi compiere il passaggio verso gli esseri umani, e che poi questo materiale rimanga a lungo conservato nelle celle frigorifere dei laboratori senza essere analizzato, per questione di tempo e di risorse. Non si può escludere che in un campione già prelevato ci sia un indizio importante.

Un approccio alternativo di ricerca consiste nel fare al contrario: partire dal coronavirus e vedere quali animali riesce a infettare, per capire quali possano essere gli indiziati sulla base della loro capacità di trasmettere il virus ad altre specie. Gli esperimenti di laboratorio condotti finora hanno permesso di identificare diverse specie potenzialmente coinvolte e che comprendono i gatti, i pipistrelli della frutta, i macachi, i criceti e i furetti. Negli ultimi mesi è inoltre emerso che il SARS-CoV-2 può essere trasmesso a cani, diverse specie di felini e ai visoni di allevamento. Molti di questi animali sono risultati positivi, ma senza manifestare sintomi paragonabili a quelli della COVID-19 che interessa gli esseri umani.

Un visone (AP Photo/Sergei Grits)

Gli studi sulla suscettibilità di altre specie animali al coronavirus sono ancora in corso, e si stanno dedicando in modo particolare alla ACE2, la proteina che il virus sfrutta per eludere le difese delle cellule e intrufolarsi al loro interno, per poi replicarsi. Analisi preliminari indicano che la ACE2 sia presente in centinaia di specie, compresi numerosi mammiferi, e questo potrebbe essere un segno della loro possibilità di subire gli effetti di un’infezione virale. Il tema è però ancora controverso, perché da esperienze empiriche in laboratorio è emerso che alcune specie ritenute suscettibili sulla carta non lo erano poi nei fatti.

Questa parte della ricerca è comunque estremamente importante per capire dove il coronavirus potrebbe formare riserve, causando poi nuove infezioni dagli animali agli esseri umani. Alcuni ricercatori stanno provando a ridurre il campo, dedicandosi per lo più agli animali che vengono spesso in contatto con i pipistrelli e che – alle attuali conoscenze – sembrano essere più esposti al rischio.

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Genoma
Infine, i ricercatori stanno lavorando sul genoma del SARS-CoV-2, cercando elementi che possano indicare la storia evolutiva del virus e i passaggi intermedi tra specie diverse. Replicandosi, di solito i virus si adattano alla specie che stanno infettando, con modifiche al loro genoma che diventano via via più stabili e ricorrenti. Le analisi al computer del genoma possono rivelare questi cambiamenti e ricondurli poi a particolari specie.

Il problema è che un approccio di questo tipo può portare talvolta a risultati fuorvianti. All’inizio della pandemia, per esempio, alcuni ricercatori seguirono questo metodo concludendo che la specie intermedia nel passaggio agli esseri umani fosse quella di un serpente. Questa ipotesi fu ampiamente dibattuta e infine respinta da buona parte degli esperti, perché basata su prove poco convincenti e su un’analisi al computer poco approfondita.

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Risultati
Un numero crescente di virologi e altri esperti ritiene comunque che potremmo non scoprire mai come abbia avuto origine l’attuale coronavirus, né quali passaggi in altre specie abbia effettuato prima di contagiare la nostra. Non è nemmeno detto che si possa scoprire il primo caso di contagio che portò poi alla prima ondata di casi di COVID-19 a Wuhan, alla fine dello scorso anno. Gli studi in corso serviranno comunque a comprendere meglio il comportamento dei coronavirus in generale, con l’obiettivo di ridurre i rischi di nuovi passaggi da animali a esseri umani che in futuro potrebbero causare nuove pandemie.