(Maja Hitij/Getty Images)

Quanto sono contagiosi i bambini?

I più piccoli raramente sviluppano sintomi, ma c'è il sospetto che siano contagiosi come gli adulti: questo potrebbe complicare le riaperture delle scuole

(Maja Hitij/Getty Images)

A causa della pandemia da coronavirus, in Italia da circa due mesi le scuole di ogni ordine e grado sono chiuse, con quasi 10 milioni di minorenni a casa e milioni tra insegnanti e personale scolastico nella stessa situazione. Questa condizione è comune ad altri paesi dove si è diffusa l’epidemia, ma in queste settimane alcuni paesi in Europa hanno riaperto o stanno riaprendo le scuole. Riaprire le scuole – oggi o a settembre – richiede regole di comportamento nuove per permettere il distanziamento fisico, ma nel caso dei bambini più piccoli potrebbe essere difficile farle rispettare. Inoltre, non è ancora chiaro il livello di contagiosità dei bambini, quando contraggono il coronavirus.

Da settimane numerosi gruppi di ricerca sono al lavoro per dare una risposta, cercando di capire quale ruolo abbiano avuto e possano avere i bambini nella diffusione della pandemia. Il loro lavoro sarà essenziale per organizzare piani di rientro nelle scuole in sicurezza per chi studia e per chi lavora nell’istruzione, e di riflesso per il resto della popolazione. Per avere risposte convincenti saranno necessari mesi di lavoro, ma alcuni studi hanno iniziato a offrire qualche elemento concreto per iniziare a farsi un’idea.

Se si guardano le statistiche sui casi di COVID-19 e il tasso di letalità nelle varie fasce di età, i bambini e gli adolescenti sembrano essere poco interessati dal coronavirus. Nel caso in cui risultino positivi ai test, non sviluppano sintomi rilevanti: a volte sono talmente lievi da far sì che nemmeno si accorgano di avere contratto il virus. Non è però chiaro se in questa condizione siano contagiosi a sufficienza da costituire un rischio per il prossimo, soprattutto per le persone adulte, che invece possono sviluppare sintomi seri, fino ad avere necessità di un ricovero in terapia intensiva nei casi più gravi.

Decessi per fascia di età in Italia per COVID-19 (Istituto Superiore di Sanità)

Un gruppo di ricercatori in Germania ha provato ad approfondire il tema studiando la carica virale di oltre 3.700 pazienti risultati positivi al coronavirus. Come suggerisce il termine, la “carica virale” indica la quantità di un determinato virus nell’organismo, e in diverse circostanze può influire sull’entità dei sintomi e probabilmente sulla contagiosità dell’individuo infetto.

Mettendo a confronto le varie fasce di età nel loro campione, i ricercatori hanno notato che in media la carica virale nei bambini è pari a quella degli adulti, e che possano quindi essere contagiosi allo stesso modo. Lo studio è stato coordinato da Christian Drosten – virologo tedesco molto apprezzato per il suo lavoro di ricerca e divulgativo sul coronavirus – ed è stato pubblicato nel suo formato preliminare, in attesa di ricevere una peer review: va quindi preso in considerazione con qualche cautela.

– Leggi anche: Come capire le ricerche scientifiche

Drosten e colleghi hanno poi studiato l’infezione da coronavirus in 47 bambini con età compresa tra 1 e 11 anni. Dalle loro analisi è emerso che 15 di loro avevano già alcuni problemi di salute o sintomi tali da rendere necessario un ricovero, mentre gli altri 32 non mostravano particolari sintomi riconducibili alla COVID-19. I bambini senza sintomi avevano una carica virale alta quanto i bambini e gli adulti con sintomi, in alcuni casi più alta ancora.

Diversi studi suggeriscono che all’aumentare della carica virale aumenti il livello di contagiosità di un individuo, ma saranno necessari altri approfondimenti per averne la certezza.

Un altro studio condotto da un gruppo di ricerca internazionale ha invece valutato l’andamento del contagio in Cina nelle città di Wuhan, dove è iniziata la pandemia, e di Shanghai. Come raccontano nel loro lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica Science, gli autori hanno ricostruito i contatti di circa 600 persone in ciascuna delle due città, tenendo traccia dell’età di ogni persona che era stata esposta al rischio di contrarre il coronavirus. Hanno poi confrontato i dati con precedenti rilevazioni, notando una drastica riduzione nei contatti in seguito all’avvio delle misure restrittive nelle due città.

Hanno poi ottenuto un set di dati sui 7mila contatti di 137 persone risultate positive al coronavirus, che erano stati tenuti sotto controllo nelle due settimane successive alla loro esposizione al virus per verificare se fossero state o meno infettate. I dati raccolti dalle autorità sanitarie erano piuttosto dettagliati e comprendevano informazioni non solo sulle persone che si erano poi ammalate, ma anche sui contagiati senza sintomi e sugli individui che non avevano contratto il coronavirus.

Gli autori hanno suddiviso il set di dati in base alle fasce di età, notando che quella tra 0 e 14 anni era il 30 per cento circa meno a rischio di contrarre un’infezione da coronavirus rispetto alla fascia tra i 15 e i 64 anni. Hanno inoltre notato che quando le scuole erano aperte in Cina, i bambini tendevano ad avere il triplo dei contatti rispetto agli adulti, quindi con un maggior rischio di diffondere il contagio in fasce di popolazione più a rischio rispetto alla loro.

I ricercatori hanno poi calcolato le variazioni del numero di riproduzione di base (R0), che indica quante persone vengono in media contagiate da un infetto: se R0 è superiore a 1, l’epidemia accelera, mentre se è inferiore tende a rallentare. Lo studio segnala come la chiusura delle scuole possa ridurre o fare aumentare R0 di 0,3: un dato non indifferente, se si considera che in questa fase molti paesi compresa l’Italia faticano a mantenere il numero di riproduzione di base a pochi decimi dalla soglia di 1.

Lo studio condotto sui dati cinesi è uno dei più accurati prodotti finora e offre spunti interessanti anche per paesi e realtà diverse, al netto delle inevitabili differenze dell’epidemia in ogni nazione. In Italia, gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità hanno sconsigliato al governo di riaprire le scuole nella cosiddetta “fase 2” da poco iniziata, proprio per evitare che R0 tornasse a crescere in modo significativo. Altri paesi, come la Germania e la Danimarca, hanno avviato cautamente la riapertura di alcuni istituti scolastici, avendo qualche margine in più per gestire un aumento di R0 senza tornare in una fase di grave emergenza.

Nei prossimi giorni il comitato tecnico scientifico, che fornisce le consulenze al governo italiano, valuterà le proposte di un piano per riaprire gli asili e per attivare i centri estivi. Le proposte prevedono che i bambini possano accedere alle strutture solamente con certificato medico e che sia data la precedenza alle famiglie con difficoltà, nelle quali lavorano entrambi i genitori e nel caso in cui non possano lavorare con lo smart working. Le informazioni circolate finora non sono ufficiali, ma si parla anche di una suddivisione in piccoli gruppi, in modo che ogni educatore mantenga il distanziamento fisico e debba badare a un numero ristretto di bambini.