(Misha Friedman/Getty Images)
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  • sabato 11 Aprile 2020

Come capire le ricerche scientifiche

Una guida per giornalisti e per lettori, per orientarsi soprattutto davanti alle ricerche preliminari sull'epidemia già molto raccontate in giro

(Misha Friedman/Getty Images)

L’attuale sforzo medico e scientifico intorno alla pandemia da coronavirus è enorme, con migliaia di medici che stanno raccogliendo informazioni sui pazienti, sul modo in cui reagiscono a diversi trattamenti e con centinaia di centri di ricerca in giro per il mondo impegnati a studiare nuovi farmaci e vaccini che possano fornire soluzioni decisive per tenere sotto controllo l’emergenza sanitaria. Questa grande mole di lavoro confluisce in analisi e ricerche che vengono condivise ancora prima di essere pubblicate dalle riviste scientifiche, in modo da offrire velocemente nuove informazioni alla comunità scientifica, alle istituzioni sanitarie e ai governanti per assisterli nelle loro decisioni.

Molte di queste ricerche sul coronavirus sono poi riprese dai giornali e dagli altri mezzi di informazione, talvolta con titoli e toni piuttosto categorici e definitivi, senza specificare che si tratta di studi preliminari e non passati al vaglio di altri ricercatori per certificarne l’affidabilità. La mancanza di sufficienti informazioni di contesto può creare false illusioni nei lettori, comprensibilmente alla ricerca di qualche dato che li possa confortare mentre è in corso una pandemia.

È un meccanismo pericoloso, soprattutto quando si parla di salute: farsi l’idea che sia ormai prossima una cura o un vaccino contro la COVID-19 leggendo un articolo di giornale, per esempio, può far diminuire la percezione del rischio e disincentivare l’assunzione di comportamenti responsabili per ridurre il contagio (come banalmente lavarsi spesso le mani o praticare il distanziamento sociale).

Per aiutare i giornalisti e gli operatori dell’informazione in generale a districarsi meglio tra le ricerche scientifiche, il sito Journalist’s Resource della Harvard Kennedy School (Stati Uniti) ha pubblicato una breve guida con consigli e suggerimenti sui preprint, gli studi che vengono immediatamente pubblicati dai loro autori, anche se non sono stati rivisti da ricercatori terzi e indipendenti per verificarne l’attendibilità (peer-review).

Archivi online
Ormai da decenni esistono archivi online dove i ricercatori possono condividere il loro lavoro in formato preprint. I primi a essere istituiti furono quelli per materie come la fisica, la matematica e le scienze sociali, ambiti ritenuti a basso rischio nel caso della pubblicazione di informazioni non esatte o comunque da rivedere e perfezionare nel tempo. Le scienze mediche e della vita erano invece rimaste per lungo tempo fuori dai circuiti degli archivi online per le ricerche, perché si riteneva inopportuno diffondere informazioni che avrebbero potuto influenzare il lavoro dei medici, o le condizioni dei pazienti, prima che queste fossero ulteriormente verificate.

Le cose sono cambiate nell’ultima decina di anni, con l’arrivo dell’archivio online bioRxiv (si pronuncia “bio-archive”) nel 2013 e la recente attivazione di medRxiv (“med-archive”) a metà del 2019. Su entrambi gli archivi nelle ultime settimane sono state pubblicate centinaia di ricerche sul coronavirus. Ciò ha permesso di offrire alla comunità scientifica moltissimo materiale su cui confrontarsi, con una quantità di informazioni senza precedenti su una singola malattia da poco scoperta. Per esempio, con l’epidemia di SARS poco più di 15 anni fa le cose andarono molto diversamente: più del 90 per cento degli articoli scientifici sulla malattia fu pubblicato dopo la fine dell’epidemia.

Revisione
Gli archivi online per i preprint hanno come scopo principale la rapida diffusione delle nuove ricerche: per gli autori sono importanti sia per condividere il prima possibile il loro lavoro, sia per assicurarsi di essere i primi e di non farsi battere sul tempo da altri (in ambiti dove c’è maggiore competizione). Una pubblicazione classica su una rivista scientifica può richiedere mesi, a volte anni, e implica un processo di revisione piuttosto lungo.

Prima di essere pubblicata su medRxiv e bioRxiv, una ricerca viene sottoposta comunque a un minimo di verifiche. Ci si accerta che non contenga parti plagiate da altri, che i suoi contenuti non siano offensivi e che le informazioni non causino rischi per la salute pubblica. Non vengono però valutati i metodi utilizzati per realizzare la ricerca, né le sue conclusioni né la sua qualità in generale.

È quindi una verifica piuttosto blanda, non comparabile con quella molto più accurata svolta nella fase di peer-review, dove è prevista un’interpretazione dei risultati, la ricerca di errori, la contestazione delle conclusioni, l’impiego di forme di editing e l’eventuale richiesta di ulteriori approfondimenti (una revisione alla pari non è comunque sempre una garanzia sufficiente).

Chiarezza
Per i motivi che abbiamo appena visto, i giornalisti dovrebbero evitare di dare come definitive e acclarate le dichiarazioni contenute nei preprint. Soprattuto negli ambiti della ricerca medica, le scoperte raccontate in un preprint sono preliminari e non si può prescindere dallo spiegarlo negli articoli, proprio per evitare di fare disinformazione e suscitare false speranze tra chi legge. Gli articoli dovrebbero inoltre contenere l’opinione di altri esperti del settore, in modo da bilanciare le dichiarazioni dei preprint fornendo riferimenti autorevoli.

Competenza
Non tutte le redazioni hanno giornalisti scientifici, cioè redattori che si occupano esclusivamente di scienza e che hanno le competenze per comprendere e poi divulgare argomenti complessi. In molti casi il racconto delle notizie scientifiche viene affidato a redattori che solitamente si occupano di altro, e che non hanno particolare dimestichezza con gli argomenti scientifici. In questi casi la qualità dell’informazione può risentirne sensibilmente, causando la diffusione di notizie inesatte o allarmistiche, come accaduto più volte nelle ultime settimane (la storia del “coronavirus nell’aria”, per esempio).

Uno studio preprint non dovrebbe essere trattato dai giornalisti che non si occupano regolarmente di scienza, perché difficilmente potrebbero notare e cogliere contraddizioni nel testo o nelle metodologie impiegate dai ricercatori. I divulgatori che hanno a che fare costantemente con le ricerche scientifiche affinano una certa abilità nel riconoscere gli studi più solidi da quelli meno consistenti, o che contengono affermazioni eccessivamente categoriche.

Esperti
Come gli studi pubblicati sulle riviste scientifiche, naturalmente anche quelli preprint contengono riferimenti sugli autori. Quando ci si occupa di una ricerca, è sempre opportuno fare qualche verifica sulla storia accademica di chi l’ha scritta e sugli studi svolti in precedenza. In questo modo si può poi cercare una sorta di peer-review informale, consultando altri esperti dello stesso settore e chiedendo loro un parere sullo studio di cui si vuole parlare nel proprio articolo.

Nel caso delle ricerche sull’attuale pandemia questo lavoro potrebbe essere un po’ più complicato. Molti studi sulla COVID-19 usciti finora nella loro forma preliminare sono stati realizzati da ricercatori in Cina, dove l’epidemia è iniziata alla fine dello scorso anno, e non è sempre semplice trovare informazioni sul loro conto. Molti di loro non avevano mai pubblicato ricerche prima di adesso e sono spesso sconosciuti in Occidente.

Anche per questo motivo è importante che i giornalisti abbiano un gruppo di ricercatori di fiducia, ai quali fare riferimento per avere pareri e considerazioni sull’articolo che stanno scrivendo. Costruire queste reti di rapporti richiede tempo, ma è favorito dalla disponibilità di buona parte degli scienziati a contribuire a rendere più accurati e affidabili gli articoli che vengono pubblicati sui giornali generalisti e dagli altri media.

Studi ritirati
Uno dei vantaggi dei preprint è che consente agli autori di avere riscontri in tempi molto rapidi sul loro lavoro, da parte di altri colleghi. Il processo è diventato ancora più rapido da quando ci sono i social network, con gruppi di ricerca che valutano e commentano i nuovi studi praticamente in tempo reale.

In alcuni casi il confronto porta a diatribe piuttosto accese, in altri casi (più rari) a ritirare gli studi. Non avviene molto di frequente – sulle centinaia pubblicate finora per la COVID-19 su bioRxiv è successo solo un paio di volte – ma serve a ricordare che i preprint devono essere presi in considerazione con molte cautele. I giornali dovrebbero inoltre dare conto degli studi ritirati, nel caso in cui ne avessero ripreso in precedenza i contenuti per raccontarne le scoperte.

In conclusione
I preprint sono una risorsa importante per capire come si sta muovendo la ricerca, soprattutto nel corso di un’emergenza sanitaria come l’attuale che richiede una risposta rapida da parte della ricerca. I media devono però spiegare i limiti di questi studi e la loro natura preliminare, senza forzare le risposte che contengono per renderle definitive e categoriche nei loro articoli. Il racconto delle notizie scientifiche dovrebbe essere inoltre destinato a giornalisti con le giuste competenze, e che si occupano principalmente di scienza, avendo cura di coinvolgere altri ricercatori ed esperti per avere pareri sugli studi di cui si vorrebbero occupare nei loro articoli.