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  • martedì 5 Maggio 2020

Perché il coronavirus colpisce alcuni paesi più di altri?

Il New York Times lo ha chiesto a decine di esperti, trovando quattro cause principali: età, abitudini culturali, ambiente e risposta dei governi (e poi c'è il caso)

Dalla Cina agli Stati Uniti fino all’Italia, la pandemia da coronavirus ha colpito duramente molti paesi del mondo, risparmiandone però altri; e anche dentro le stesse nazioni o regioni la distribuzione geografica dell’epidemia appare varia e disordinata, con vistose contraddizioni. Nella Repubblica Dominicana sono stati segnalati quasi 8mila casi positivi al coronavirus, mentre ad Haiti, la nazione che occupa l’altra metà dell’isola, i casi segnalati sono stati appena 85. In Indonesia si stima che migliaia di persone siano morte a causa della COVID-19, eppure nella confinante Malesia non sono stati segnalati più di un centinaio di morti per la malattia.

Questo impatto diversificato della pandemia è visibile anche nelle grandi aree urbane. Metropoli come New York, Londra e Parigi hanno avuto un’enorme quantità di casi positivi e morti, mentre città ancora più grandi e caotiche come Bangkok e New Delhi hanno avuto meno casi e registrato un numero minore di morti.

Come abbiamo ormai imparato dopo più di due mesi di epidemia in Italia, i sistemi per censire i casi positivi e i morti sono piuttosto carenti e imprecisi, un problema che riguarda buona parte dei paesi alle prese con la pandemia. Dati parziali restituiscono una visione altrettanto parziale su ogni paese, e anche per questo la diffusione del coronavirus appare così diversificata tra aree geografiche diverse.

Cercando di armonizzare il più possibile i dati e di attenuare le differenze dovute ai metodi di censimento dei malati e dei decessi, i ricercatori hanno comunque iniziato a studiare il fenomeno, per vedere se si possa trarre qualche insegnamento prezioso su come affrontare l’epidemia e attenuarne gli effetti. Non è un lavoro semplice, perché mancano ancora dati per fare ricostruzioni epidemiologiche accurate, ma con le informazioni disponibili si possono comunque iniziare a fare alcune ipotesi.

Il New York Times ha consultato decine di esperti sulle malattie infettive, funzionari delle istituzioni sanitarie, epidemiologi e virologi in diverse aree del mondo per trovare una prima spiegazione a questa diversità nella diffusione del coronavirus. L’indagine, che offre spunti interessanti (da prendere ancora con qualche cautela e nonostante alcune contraddizioni), ha identificato quattro fattori principali: caratteristiche demografiche, abitudini culturali, ambiente e risposta da parte dei governi.

Demografia
Diversi paesi con un basso numero di casi positivi rilevati hanno una popolazione relativamente giovane. Negli ultimi mesi medici e ricercatori hanno notato che il coronavirus causa sintomi molto lievi soprattutto tra i giovani, rendendoli meno contagiosi ed esposti a particolari rischi, considerato che mediamente hanno condizioni di salute migliori rispetto agli anziani.

Ci sono esempi che sembrano confermare questi assunti. In Africa sono stati segnalati all’incirca 50mila casi positivi, una quantità molto contenuta se confrontata con la popolazione africana intorno agli 1,3 miliardi di persone. L’Africa è il continente più giovane, con più del 60 per cento della popolazione al di sotto dei 25 anni. È una differenza notevole rispetto ai paesi più sviluppati dove la popolazione è molto più anziana: in Italia metà della popolazione ha più di 45 anni e, per quanto riguarda la COVID-19, la maggior parte dei decessi è stata registrata nella fascia tra i 70 e i 90 anni.

Non sono ancora completamente chiari i meccanismi che rendono i giovani meno esposti al coronavirus. Un’ipotesi è che il loro sistema immunitario sia più efficiente e che questo porti a sviluppare sintomi lievi o comunque meno gravi, nel caso di un’infezione. In Arabia Saudita e a Singapore, per esempio, ci sono state epidemie nelle aree dove vivono i migranti che raggiungono i due paesi per lavorare nei cantieri e in altre attività. La stretta vicinanza, dovuta al sovraffollamento, ha fatto sì che il coronavirus si diffondesse ampiamente, ma senza portare a un numero rilevante di casi gravi che richiedessero ricoveri in ospedale.

Il primo ministro del Giappone, Shinzo Abe (AP Images)

Ci sono però eccezioni a queste ipotesi, che non lasciano convinti tutti i ricercatori. Il Giappone, per esempio, ha una delle popolazioni più anziane al mondo, eppure finora ha fatto registrare un numero relativamente basso di morti (poco più di 500) in rapporto alla sua popolazione. I casi positivi rilevati sono comunque aumentati sensibilmente negli ultimi giorni, grazie al maggior numero di test condotti, e questo ha spinto il governo a rivedere alcune scelte sull’allentamento delle restrizioni che aveva imposto.

Abitudini culturali
Gli epidemiologi hanno spiegato al New York Times che l’andamento dei contagi è probabilmente anche legato alle abitudini culturali dei singoli paesi, soprattutto per quanto riguarda le interazioni sociali.

In diversi paesi asiatici ci si saluta senza darsi la mano: in India il saluto avviene a distanza unendo le mani, in Giappone e Corea del Sud con un inchino. Queste abitudini riducono sensibilmente il rischio di contagio, ma ci sono comunque paesi in cui ci si saluta con un contatto fisico e nei quali per ora non ci sono state epidemie significative da coronavirus. In diversi paesi del Medio Oriente, dove la pandemia non ha portato a molti casi, il saluto avviene quasi sempre con una stretta di mano e un abbraccio.

Un altro fattore è probabilmente legato alla vicinanza e alla frequenza di interazioni tra generazioni. I paesi in cui gli anziani sono più a contatto con i giovani sono stati più interessati dalla pandemia. L’ipotesi è che dove gli anziani mantengono una vita sociale più attiva tra i giovani, magari dettata dalla scarsità di servizi come gli asili (per esempio con i nonni che aiutano a badare ai nipoti, quando i loro genitori sono al lavoro), il rischio di contagio sia maggiore rispetto ai paesi dove gli anziani vivono per lo più nelle comunità con loro coetanei e hanno minori contatti con le generazioni più giovani.

Questa circostanza è stata al centro di diverse indagini epidemiologiche condotte all’inizio della pandemia, ma con qualche contraddizione. Nei paesi in via di sviluppo gli anziani sono spesso accuditi in ambito domestico, a causa della mancanza di case di riposo, che soprattutto in Occidente si sono rivelate uno dei principali luoghi di contagio e con un’alta concentrazione di decessi.

Il trasferimento di un anziano con COVID-19 da una residenza per anziani a Saragozza, Spagna (Alvaro Calvo/Getty Images)

Tra le abitudini culturali non va tralasciato il fattore del turismo e più in generale dei flussi dall’estero. I paesi che per motivi pratici o politici sono meno aperti al turismo, o al commercio internazionale, sono anche quelli con meno casi positivi rilevati. È successo in Venezuela, ma anche in Siria e Libia, in Libano e in Iraq. Ci sono naturalmente dubbi sulla capacità di questi paesi di censire accuratamente i casi positivi, ma anche considerate eventuali carenze sembrano essere rimasti meno esposti al rischio del contagio.

La mancanza di reti di trasporto pubblico articolate ed efficienti nei paesi in via di sviluppo potrebbe essere stata un altro fattore. Meno sistemi di trasporto collettivo riducono gli stretti contatti tra la popolazione, con conseguenze positive per il contenimento dell’epidemia.

Ambiente
Non è ancora chiaro se il coronavirus tolleri poco i climi caldi: diversi ricercatori stanno provando a capirlo, anche basandosi sulla diffusione geografica della COVID-19 finora. Le epidemie più consistenti sono iniziate nella stagione invernale in paesi con climi temperati come l’Italia e buona parte degli Stati Uniti, mentre il coronavirus è rimasto pressoché assente da zone più calde come la Guyana in Sudamerica e il Ciad nell’Africa centrale.

Virologi ed epidemiologi consigliano però di non farsi troppe illusioni e spiegano che la stagione calda, da poco iniziata nel nostro emisfero, non comporterà da sola una riduzione significativa dei casi positivi e della diffusione dell’epidemia. Il coronavirus è molto contagioso e la sua facilità di trasmettersi tra gli individui supera abbondantemente gli eventuali effetti di un clima più caldo.

In estate si tende comunque a trascorrere più tempo all’aperto, ad areare più di frequente gli ambienti chiusi e a prediligere mezzi di trasporto individuali come la bicicletta. Tutti quesi fattori contribuiscono a ridurre il rischio di contagio, perché si trascorre meno tempo in ambienti chiusi dove il coronavirus potrebbe diffondersi più facilmente.

Ocean Beach, San Diego, California (AP Photo/Gregory Bull)

I ricercatori stanno anche cercando di stimare con più precisione il tempo di permanenza del coronavirus sulle superfici, prima che degradi al punto da essere innocuo. Le stime formulate finora variano da poche ore ad alcuni giorni, a seconda delle condizioni ambientali e delle superfici interessate. Alcune ricerche hanno evidenziato come i raggi ultravioletti della radiazione solare accelerino il processo di neutralizzazione del coronavirus sulle superfici: questo potrebbe essere un effetto positivo nella stagione calda per ridurre le fonti di contagio e potrebbe spiegare, almeno in parte, la minore circolazione del virus nei paesi con climi più caldi.

Scelte dei governi
In linea di massima, i paesi che hanno imposto tempestivamente restrizioni si sono rivelati quelli in cui l’epidemia è stata contenuta meglio. La Grecia e il Vietnam, per esempio, hanno adottato norme restrittive come isolamento e distanziamento fisico non appena sono stati rilevati i primi casi positivi nei loro territori, riuscendo a contenere i contagi. Qualcosa di analogo è successo in diversi paesi africani, i cui governi sono abituati ad affrontare focolai di pericolose malattie come l’Ebola e a fare i conti da decenni con la diffusione dell’AIDS.

Il New York Times cita gli esempi della Sierra Leone e dell’Uganda, che hanno iniziato a tenere sotto controllo la temperatura dei passeggeri in arrivo nei loro aeroporti molto prima dei paesi europei e degli Stati Uniti, raccomandando poi l’impiego di altre precauzioni come l’uso delle mascherine. Ruanda e Senegal hanno chiuso tempestivamente i loro confini e indetto il coprifuoco quando ancora erano stati identificati pochi casi positivi. In questi paesi è stato inoltre avviato da subito un sistema di tracciamento dei contatti, per interrompere velocemente le catene del contagio.

In Sierra Leone, il governo ha rimodulato i protocolli che aveva adottato per l’epidemia causata dall’Ebola nel 2014, organizzando centri di emergenza dedicati alla COVID-19 e impegnando oltre 14mila addetti del personale sanitario; di questi, oltre 1.500 erano già stati formati per il tracciamento dei contatti. Il paese si è mosso molto in fretta, organizzando una risposta quando aveva appena 155 casi positivi confermati. L’iniziativa ha però costi non indifferenti e non è chiaro come il governo potrà provvedere agli stipendi di tutto il personale nei prossimi mesi.

Le restrizioni agli spostamenti e il distanziamento fisico, con le chiusure delle attività commerciali non essenziali, hanno avuto un ruolo predominante nel ridurre la diffusione del contagio, se si osservano i dati dei principali paesi occidentali che le hanno adottate. Il costo delle chiusure è però enorme e si riflette sulle fasce della popolazione più deboli, soprattutto nei paesi dove non sono previsti ammortizzatori sociali e assistenza sanitaria universale.

Milano, Italia (AP Photo/Luca Bruno)

Per questo, in prospettiva, molti epidemiologi ipotizzano che la soluzione possa essere alternare periodi di lockdown ad aperture, per dare modo alle aziende di continuare a lavorare ciclicamente, riducendo il rischio di fallimenti. I lockdown ciclici potrebbero proseguire per più di un anno, in attesa dello sviluppo di un vaccino (ammesso sia possibile) o di una immunizzazione diffusa della popolazione (ammesso si resti immuni per diverso tempo alla malattia dopo avere contratto il coronavirus).

Ci sono comunque eccezioni anche al modello prevalente dei lockdown. Cambogia e Laos, per esempio, hanno adottato poche misure restrittive eppure da tre settimane i nuovi casi positivi sono pochi. Anche in Svezia l’approccio ha previsto l’adozione di poche restrizioni, ma senza aumenti significativi di nuovi casi o decessi.

Più fattori
Gli esperti consultati dal New York Times hanno spiegato che probabilmente non c’è un solo motivo per cui un paese sia interessato più di un altro dall’epidemia. La diffusione del contagio in Italia, Spagna, Francia o negli Stati Uniti è dipesa dai fattori che abbiamo visto e da un altro del tutto imprevedibile: il caso.

Per esempio, la presenza di un “super diffusore” – una persona che infetta molti più individui rispetto alla media – in un singolo evento pubblico può avere innescato una catena dei contagi in un paese con caratteristiche pressoché identiche a quelle di un altro paese, dove invece l’assenza di un simile evento casuale ha consentito un minor aumento dei contagi. Dalle navi da crociera al caso dell’evento religioso in Corea del Sud, ci sono ormai diversi esempi di queste circostanze.

Il caso sudcoreano è di solito il più citato. Una domenica di febbraio una donna di 61 anni partecipò a un evento religioso a Daegu, senza sapere di essere contagiosa. Se invece di andare in chiesa fosse rimasta a casa, non avrebbe contagiato decine di persone, che poi a loro volta ne avrebbero contagiate altre centinaia, e in Corea del Sud ci sarebbero stati probabilmente meno della metà dei casi positivi rilevati finora.

Da meno di un secolo possiamo viaggiare da una parte all’altra del mondo in meno di 24 ore, una circostanza che ha reso molto più probabile la diffusione delle malattie contagiose e che ha complicato non poco il lavoro degli epidemiologi. Tracciare l’andamento di una pandemia, mentre questa è in corso, è estremamente difficile e la richiesta di chiarezza e spiegazioni da parte dei governi e della popolazione si scontra con la complessità e la variabilità dei dati raccolti.

Saranno necessari mesi, se non anni, per capire meglio le modalità di diffusione dell’attuale coronavirus, e perché alcuni paesi siano più interessati di altri dalla pandemia. Gli studi in questo senso e i loro risultati preliminari, già condivisi dai ricercatori, sono comunque preziosi per iniziare a comprendere una cosa di cui non concepivamo nemmeno l’esistenza fino a cinque mesi fa, e che continuerà a cambiare le nostre esistenze ancora per molto tempo.