(AP Photo/Ahn Young-joon)
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  • martedì 25 Febbraio 2020

In Corea del Sud il coronavirus si è diffuso in un controverso culto religioso

Si pensa che più della metà dei quasi mille casi finora confermati abbia a che fare con la congregazione Shincheonji di Gesù, che alcuni definiscono una setta

(AP Photo/Ahn Young-joon)

Fino alla scorsa settimana i casi noti di coronavirus (SARS-CoV-2) in Corea del Sud erano poche decine; nel weekend sono triplicati e ora sono poco meno di mille: cosa che rende la Corea del Sud il paese con il maggior numero di contagi confermati, dietro la Cina e davanti all’Italia. Secondo le informazioni al momento disponibili si pensa che più della metà dei casi sia legata alla congregazione Shincheonji di Gesù, un culto cristiano – qualcuno parla esplicitamente di una setta – con almeno 200mila seguaci.

La Corea del Sud si trova quindi nella complicata posizione di dover gestire un focolaio sviluppatosi in un culto piuttosto particolare e riservato, senza sapere da quale rito o cerimonia sia partito il contagio e chi ci avesse partecipato. In questi giorni il culto ha acconsentito a fornire alle autorità una lista delle persone che ne fanno parte, ma non è chiaro se sarà completa o parziale, e nemmeno quando sarà effettivamente prodotta. Ora si parla di piani del governo per verificare chi, fra decine di migliaia di seguaci, abbia contratto il coronavirus.

Si pensa che una rilevante parte dei contagi attualmente noti sia avvenuta a partire da un paio di eventi a cui avevano preso parte centinaia di seguaci del culto. Entrambi gli eventi si sono tenuti a Daegu, la quarta città del paese, che ha due milioni e mezzo di abitanti.

Come ha scritto il New York Times, la prima seguace del culto di cui è noto che abbia contratto il virus è una donna di 61 anni, risultata positiva a un test effettuato il 18 febbraio e descritta come la 31esima persona in Corea del Sud con un caso confermato di coronavirus. Sembra che la donna, già avendo la febbre e altri sintomi, abbia comunque partecipato a due diverse cerimonie, entrambe a Daegu, in due domeniche successive; due cerimonie a cui potrebbero aver partecipato più di mille seguaci del culto, alcuni residenti a Daegu, altri arrivati da altre parti del paese.

Le cose da sapere sul coronavirus

Sempre il New York Times ha scritto, citando fonti ufficiali sudcoreane, che alla donna fu consigliato almeno due volte di trasferirsi in un ospedale più grande per fare un test che potesse dire se aveva il coronavirus, ma che lei si rifiutò facendo notare che non era stata in Cina negli ultimi mesi e che non era entrata in contatto con nessuno che avesse il virus. Sembra anche che i membri del culto considerino la malattia una debolezza, qualcosa che impedisce loro di praticare a pieno il loro culto, e che tendano quindi a nasconderla o quantomeno a provare a non considerarsi malati.

In effetti non è chiaro come la donna abbia contratto il virus o come, anche a prescindere da lei, sia arrivato nel gruppo. Si sa però, come ha scritto il New York Times, che il gruppo ha provato in passato a fare proselitismo nel nord-est della Cina e alcuni siti sudcoreani hanno parlato dell’apertura, nel 2019, di una chiesa del gruppo a Wuhan, la città da cui è partito il contagio (un’informazione a quanto pare poi rimossa dal sito del culto).

Il focolaio sviluppatosi nel gruppo religioso potrebbe anche essere collegato a un altro focolaio partito da un ospedale della contea di Cheongdo, non lontano da Daegu, che ha riguardato più di 100 persone. Cheongdo è la città in cui è nato il fondatore del culto: diversi seguaci ci vanno in pellegrinaggio e alcuni di loro ci andarono a inizio febbraio per il funerale del fratello del fondatore.

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Un comunicato ufficiale dell’ufficio del primo ministro Chung Sye-kyun ha spiegato che il governo ha «costantemente richiesto» la lista dei seguaci del culto, «partendo dal presupposto che sia essenziale effettuare test su tutti i membri, così da contenere la diffusione del virus e diminuire la preoccupazione della popolazione». Lee Man-hee, leader del culto e autoproclamato messia, ha risposto con una lettera pubblicata online di aver «cooperato attivamente con il governo per prevenire la diffusione del virus» e ha chiesto al governo di fornire assicurazioni sul fatto che la lista dei membri non diventi pubblica (ha anche attribuito al diavolo la colpa per la diffusione del coronavirus). In un altro comunicato, il culto ha invitato i suoi seguaci a mettersi nel frattempo in isolamento, in attesa di nuove informazioni o comunicazioni.

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Al momento è certo che il culto ha fornito alle autorità la lista di 9.600 seguaci che si trovano a Daegu e che sono stati messi in quarantena nelle loro case, a prescindere dai sintomi. Non è invece chiaro se il culto abbia già effettivamente fornito la lista di tutti i suoi seguaci nell’intero paese. È anche possibile che il culto abbia fornito (o fornirà) solo una lista parziale (o quantomeno ritenuta tale dal governo): lo prova, per esempio, il recente sequestro di alcuni computer da una sede del culto.

Si è anche saputo che uno dei funzionari di più alto grado che si stavano occupando della prevenzione del virus in Corea del Sud ha comunicato di essere membro del culto e di essere risultato positivo a un test per il coronavirus: è stato messo in quarantena domiciliare, così come altre decine di colleghi e funzionari con cui era entrato in contatto nei giorni precedenti. Casi simili hanno riguardato anche un poliziotto e una insegnante.

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La congregazione Shincheonji di Gesù, il cui legame con la cristianità è evidente dal nome, esiste dal 1984 e i suoi seguaci credono di essere gli unici fedeli cristiani destinati a una possibile salvezza in un eventuale giorno del giudizio, basando questa credenza su una particolare lettura della Bibbia.

Le principali critiche al culto, in certi casi provenienti da ex seguaci o familiari di alcuni seguaci, ne parlano come di una setta per i suoi livelli di segretezza e per il culto della personalità nei confronti del suo fondatore Lee Man-hee, che ha 88 anni e sostiene di essere un nuovo messia, arrivato dopo Gesù per raccoglierne l’eredità. Secondo Lee Man-hee, quando arriverà il giorno del giudizio lui andrà in paradiso portando con sé 144mila persone.

Sembra anche che certe abitudini interne al culto abbiano favorito la diffusione del virus. Il New York Times ha scritto che «agli incontri della congregazione Shincheonji di Gesù, i seguaci si siedono per terra e sono vietati occhiali o altre cose che coprano il viso. I fedeli vanno alle cerimonie anche se malati, dicono gli ex membri; e dopo le cerimonie ci si divide in gruppi per studiare la Bibbia o per andare per le strade a fare proselitismo».

Dopo il legame tra il culto e la diffusione del coronavirus nel paese, sono aumentate le critiche da parte di chi lo ritiene essere un culto apocalittico che dovrebbe essere reso illegale e più di 500mila persone hanno firmato una petizione online per chiederne la dissoluzione. Si teme però che più le accuse e le critiche al culto diventeranno intense e meno i suoi seguaci saranno disposti a dichiararsi a chi di dovere, per aiutare a contenere la diffusione del virus.