(Covert via Wikimedia)
  • Scienza
  • mercoledì 15 Aprile 2020

Quanto durerà il distanziamento sociale?

Uno studio di Harvard ha prodotto diversi scenari: potrebbero essere necessarie forme intermittenti di isolamento fino al 2022, ma restano molte domande aperte

(Covert via Wikimedia)

Un gruppo di epidemiologi dell’Università di Harvard (Stati Uniti) ha stimato che potrebbe essere necessario praticare il distanziamento sociale fino al 2022, per ridurre la diffusione del coronavirus. L’isolamento potrebbe essere svolto in forma intermittente o per meno tempo rispetto al periodo massimo di due anni nel caso in cui sia prima trovato e distribuito su vasta scala un vaccino, o siano sviluppati farmaci più efficaci per trattare la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus (SARS-CoV-2). Lo studio, da poco pubblicato su Science, è stato accolto con interesse perché è uno dei primi a fornire simulazioni su cosa potrebbe accadere subito dopo l’attuale picco della pandemia.

Prima di vedere i risultati dello studio, è bene ricordare che è molto difficile fare previsioni sul domani, considerato che fatichiamo ancora a comprendere completamente l’oggi. Il SARS-CoV-2 è noto da meno di quattro mesi e ha iniziato a diffondersi globalmente in modo significativo da meno di due mesi, seppure con andamenti simili in numerosi paesi. I ricercatori hanno scoperto molte cose sulle caratteristiche del coronavirus, ma diversi dettagli sfuggono ancora: non sappiamo per esempio se e per quanto si resti immuni dopo averlo contratto, e questo complica enormemente le previsioni su che cosa potrà accadere nei prossimi mesi.

COVID-19 e raffreddore
Per il loro studio, i ricercatori di Harvard sono partiti dalle conoscenze più diffuse su altri due coronavirus, HCoV-OC43 e HCoV-HKU1, che sono la seconda causa principale del comune raffreddore. Questi due virus portano a epidemie di malattie respiratorie (per lo più lievi) nel periodo invernale, indicando che nel periodo invernale le abitudini della popolazione (come trascorrere più tempo al chiuso con molte persone) possano facilitare la trasmissione, come avviene del resto per l’influenza, che è invece causata da altri tipi di virus.

Come avviene con alcune malattie infettive, il nostro sistema immunitario sembra non riuscire a serbare memoria per molto tempo dei virus OC43 e HKU1, e ogni volta deve imparare da capo a riconoscerli e a sbarazzarsene. Diversi studi indicano che rimaniamo in media immuni a OC43 e HKU1 per circa un anno dopo averli contratti. In altre ricerche è stato inoltre segnalato che chi contrae OC43 e HKU1 sviluppa una reazione immunitaria anche contro il SARS-CoV-1 (il coronavirus che causa la SARS) e viceversa. Il SARS-CoV-1 ha alcune cose in comune con l’attuale coronavirus, quindi il nuovo studio non ha escluso nelle sue valutazioni che i virus OC43 e HKU1 possano avere un ruolo nel contagio, in prospettiva con il ritorno del freddo in autunno.

Le cose da sapere sul coronavirus

I ricercatori hanno analizzato le modalità di diffusione dei virus OC43 e HKU1, utilizzando come campione rappresentativo i dati raccolti negli anni negli Stati Uniti. Sulla base di queste informazioni hanno poi costruito un modello matematico per fare previsioni sulla diffusione dell’attuale coronavirus, valutando come possa cambiare il contagio al variare di diversi parametri, come l’impiego del distanziamento sociale continuativo o intermittente, o ancora sulla possibilità di diventare o meno immuni al SARS-CoV-2.

Immunità e stagionalità
In tutte le simulazioni, l’attuale coronavirus ha mostrato di portare a epidemie significative a prescindere dal periodo dell’anno. L’avvio tra inverno e primavera favorisce epidemie con picchi più bassi, mentre un inizio tra autunno e inverno determina epidemie con picchi più intensi.

Se l’immunità al SARS-CoV-2 dovesse rivelarsi temporanea, il coronavirus potrebbe entrare in un ciclo stabile come è avvenuto per i virus influenzali. Non è ancora chiaro con quali intervalli si potrebbe ripresentare, ma i ricercatori ipotizzano con cadenza annuale, biennale oppure più sporadica e meno prevedibile per i prossimi cinque anni. Nel caso in cui si resti immuni per circa 40 settimane – come avviene con OC43 e HKU1 – sarebbe più probabile una ricorrenza annuale di SARS-CoV-2.

Come avviene per i virus influenzali, anche la presenza dell’attuale coronavirus nella popolazione potrebbe variare non solo a seconda delle stagioni, ma anche delle aree geografiche. La ricerca si è quindi concentrata sulle zone del mondo con clima relativamente temperato, dove vive circa il 60 per cento della popolazione mondiale, ed è quindi sufficientemente rilevante e rappresentativo per farsi un’idea dell’evoluzione dell’epidemia. Nel periodo estivo ci potrebbero essere più individui suscettibili alla malattia, perché ci sarebbero meno possibilità di immunizzarsi vista la minore circolazione del coronavirus, e quindi con il rischio di epidemie più significative nel periodo successivo.

Nello scenario in cui il SARS-CoV-2 determini un’immunità permanente, le cose potrebbero invece andare molto diversamente: il virus potrebbe sparire per cinque o più anni, dopo avere causato una grande ondata di contagi come quella che stiamo vivendo adesso. Se SARS-CoV-2 si rivelasse inoltre in grado di renderci anche immuni a OC43 e HKU1, questi due altri coronavirus potrebbero diventare sempre meno diffusi e forse scomparire, perché compenseremmo la mancanza di una immunità permanente nei loro confronti con quella permanente al SARS-CoV-2.

I ricercatori hanno anche provato uno scenario in cui l’immunità al SARS-CoV-2 duri per un paio di anni. In questo caso, l’immunità più blanda determinata da OC43 e HKU1 nei confronti dell’attuale coronavirus potrebbe ridurre significativamente la diffusione della COVID-19, facendola temporaneamente sparire. Sarebbe un’eventualità da tenere attentamente sotto sorveglianza, perché in realtà il SARS-CoV-2 continuerebbe a diffondersi più lentamente, arrivando entro quattro anni a essere presente a sufficienza per determinare una nuova epidemia più rilevante.

Distanziamento sociale
In tutte le simulazioni condotte dai ricercatori di Harvard eliminando la variabile della stagionalità, si è registrato un aumento dei contagi nel momento in cui sono stati eliminati gli effetti del distanziamento sociale. Non è stata però rilevata una correlazione stabile tra la durata dei periodi di distanziamento e una riduzione dei picchi dell’epidemia. L’isolamento potrebbe determinare una minore immunizzazione della popolazione, con la conseguenza di avere ugualmente un picco – nel momento in cui vengono eliminate le restrizioni – simile a quello che si sarebbe ottenuto senza interventi.

Tenendo in considerazione la stagionalità, in alcuni scenari il picco epidemico dopo le restrizioni si è mostrato più alto rispetto a quello che si sarebbe registrato senza interventi. L’isolamento sociale potrebbe mantenere suscettibile alla malattia buona parte della popolazione, comportando quindi un’epidemia più intensa tra autunno e inverno. In questo caso, nessuno scenario basato su un solo periodo di distanziamento sociale si è rivelato efficace per mantenere il numero di casi gravi di COVID-19 al di sotto della capacità massima delle unità di terapia intensiva (con riferimento al rapporto pazienti/posti disponibili negli Stati Uniti).

I ricercatori segnalano che invece l’adozione di periodi intermittenti di distanziamento potrebbe ridurre il carico sui sistemi sanitari, mantenendosi entro i limiti della capacità degli ospedali (soprattutto nelle terapie intensive). Per ottenere questo risultato, potrebbe essere necessario alternare periodi di distanziamento sociale a periodi senza restrizioni fino al 2022. Gli intervalli senza limitazioni dovrebbero però diventare via via più lunghi, man mano che procede l’immunizzazione della popolazione (ammesso che si diventi immuni) e si riduce quindi la circolazione del coronavirus. Questo scenario è misurato sulla situazione negli Stati Uniti, ma seppure con qualche differenza dovrebbe applicarsi a diversi altri paesi.

Terapie intensive
Un aumento significativo dei posti letto nelle terapie intensive potrebbe aiutare ad accelerare la risoluzione del problema. In questo scenario diventerebbe infatti più sostenibile una più rapida diffusione del virus tra la popolazione, con i casi gravi che potrebbero essere trattati dai sistemi sanitari senza il collasso degli ospedali, perché potenziati.

Diffondendosi più rapidamente, il coronavirus comporterebbe una maggiore immunizzazione tra la popolazione, consentendo di ridurre i tempi del distanziamento sociale. Sarebbe comunque uno scenario delicato da gestire, considerati i costi per aumentare i posti di terapia intensiva e per avere personale che se ne occupi, senza contare il rischio di sbagliare comunque le previsioni in eccesso (con spese inutili) o in difetto (con il rischio di un maggior numero di morti).

Domande
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Science, lascia inevitabilmente aperti numerosi interrogativi, per stessa ammissione dei suoi autori. Il punto centrale ancora senza risposta è legato all’immunizzazione degli individui che contraggono il SARS-CoV-2: a oggi non sappiamo se determini un’immunità permanente o temporanea, e in quest’ultimo caso con quale durata. Non sappiamo inoltre se l’immunità temporanea ottenuta tramite altri coronavirus possa influire su quello attuale, e in che misura possa ridurre il rischio di ammalarsi di COVID-19.

Per questo motivo i ricercatori indicano come essenziale l’avvio dei test sierologici, che attraverso il prelievo di una piccola quantità di sangue consentono di verificare se l’organismo abbia prodotto o meno una risposta immunitaria. Tracciando la permanenza di questa risposta nel tempo si dovrebbe capire il tempo di immunizzazione, e di conseguenza determinare meglio gli scenari possibili per contenere la diffusione del contagio.

Lo sviluppo di un vaccino efficace potrebbe cambiare radicalmente gli scenari ipotizzati dallo studio. Al momento diverse aziende farmaceutiche e centri di ricerca sono al lavoro per svilupparne uno, ma sarà necessario un anno circa prima di ottenere qualche risultato concreto. Il futuro del vaccino contro il coronavirus è inoltre legato strettamente alla possibilità o meno di diventare immuni. Se l’immunità fosse temporanea, si potrebbe immaginare uno scenario in cui la popolazione più a rischio sarà sottoposta a campagne vaccinali stagionali, come avviene già con i vaccini antinfluenzali che hanno permesso di ridurre enormemente la letalità dell’influenza.

Anche lo sviluppo di nuovi trattamenti e farmaci potrebbe consentire di avere scenari meno pessimistici, soprattutto per quanto riguarda la permanenza delle regole per il distanziamento sociale. I casi gravi da coronavirus sono attualmente trattati con l’obiettivo di rallentare la malattia e guadagnare tempo, in modo che il sistema immunitario del paziente riesca a superare l’infezione. Il problema è che spesso questo approccio si traduce in settimane di degenza in terapia intensiva, con una saturazione dei loro reparti che nei casi estremi non consente di trattare tutti gli individui. Nuove terapie per ridurre la replicazione del coronavirus e trattare meglio le polmoniti atipiche che causa potrebbero rivelarsi molto utili, nell’attesa di un vaccino.