Un enorme punto di domanda in metallo e cemento, Buckinghamshire, Regno Unito, settembre 1975 (Evening Standard/Getty Images)
  • Mondo
  • sabato 21 settembre 2019

I governi che in Europa traballano

Il Belgio è di nuovo senza governo, in Spagna si vota per la quarta volta in quattro anni, di Italia e Regno Unito non serve dire niente: e poi Austria, Islanda, Norvegia, Irlanda

Un enorme punto di domanda in metallo e cemento, Buckinghamshire, Regno Unito, settembre 1975 (Evening Standard/Getty Images)

In questo momento in Europa ci sono paesi senza un governo, paesi in cui l’incertezza politica è assoluta o la cui situazione è comunque instabile e insolita. Il Belgio è senza un governo da circa 270 giorni, in Austria si terranno a breve le elezioni anticipate, così come in Spagna, dove saranno le quarte in quattro anni; in Irlanda intanto c’è un governo di minoranza e come andranno le cose dipenderà dal Regno Unito, dove a poche settimane dalla data di Brexit non è ancora possibile dire quel che accadrà. In Islanda c’è una prima ministra femminista, ecologista e progressista che è sostenuta dal centrodestra; in Norvegia la coalizione di maggioranza tiene insieme quattro formazioni che su molte questioni la pensano diversamente. E poi c’è l’Italia.

Austria
Domenica 29 settembre in Austria si terranno elezioni anticipate. Dopo le elezioni precedenti, quasi due anni fa, il Partito Popolare (ÖVP, Österreichische Volkspartei) aveva formato un governo con l’estrema destra del Partito delle Libertà (FPÖ, Freiheitliche Partei Österreichs). Sebastian Kurz era diventato cancelliere – e anche il più giovane leader mondiale democraticamente eletto – e la sua alleanza con l’FPÖ stava funzionando piuttosto bene.

A fine maggio, però, il vicecancelliere Heinz-Christian Strache, leader dell’FPÖ da quattordici anni, è stato coinvolto in uno scandalo nato dalla pubblicazione di un video girato di nascosto nel 2017 in cui lo si vedeva promettere favori a una presunta ereditiera russa vicina al presidente Vladimir Putin, in cambio di finanziamenti illeciti. Nel video compariva anche Johannes Gudenus, capogruppo parlamentare dell’FPÖ. Sia Strache che Gudenus allora si sono dimessi dal partito e dal governo.

Dopo qualche giorno, il Partito Socialdemocratico di opposizione (SPÖ, Sozialdemokratische Partei Österreichs) ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti di Kurz, che è stata approvata. Il presidente dell’Austria Alexander Van der Bellen ha dunque nominato Brigitte Bierlein, già presidente della Corte costituzionale, cancelliera ad interim.

I sondaggi danno avanti i popolari di Kurz con una percentuale che va dal 33 al 36 per cento. I socialdemocratici di Pamela Rendi-Wagner, ex ministra della Salute e prima donna a guidare uno dei principali partiti austriaci, sarebbero intorno al 21-23 per cento, in calo e molto vicini – nonostante gli scandali – all’FPÖ, dato tra il 19 e il 21.

Sebastian Kurz durante un evento della campagna elettorale, Baden, 19 settembre 2019 (Michael Gruber/Getty Images)

Spagna
In Spagna il prossimo 10 novembre ci saranno nuove elezioni politiche, le seconde negli ultimi sette mesi e le quarte negli ultimi quattro anni. Le ultime si erano tenute il 28 aprile ed erano state convocate dopo la caduta del governo del socialista Pedro Sánchez, a sua volta entrato in carica dopo una mozione di sfiducia approvata dalle opposizioni contro il governo conservatore guidato da Mariano Rajoy.

Dal voto di aprile era uscito vincitore il Partito Socialista (PSOE), senza però i seggi sufficienti per formare un governo da solo. I successivi negoziati con Unidas Podemos – coalizione di sinistra guidata da Podemos, il cui leader è Pablo Iglesias – non sono andati da nessuna parte, così come i tentativi (portati avanti, tra gli altri, da Ciudadanos, partito di centrodestra guidato da Albert Rivera) di non andare di nuovo alle elezioni. A metà settembre, il re spagnolo Felipe VI ha annunciato ufficialmente il fallimento delle ultime consultazioni.

I sondaggi sembrano essere di nuovo favorevoli al PSOE, dato al 31 per cento, ma sempre senza abbastanza seggi per governare da solo. Il Partito Popolare sarebbe al 19, Unidas Podemos e Ciudadanos al 13 e Vox, partito di estrema destra anti-immigrazione e anti-femminista, all’8.

Pedro Sánchez, Madrid, 25 luglio 2019 (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

Irlanda
Il primo ministro è Leo Varadkar di Fine Gael (FG), di orientamento conservatore, liberale ed europeista, che guida un governo di minoranza grazie a uno storico compromesso con il partito rivale sin dai tempi della guerra civile, Fianna Fáil (FF), che ha deciso di non sedere con l’opposizione e di non votare contro le proposte del governo. L’accordo è piuttosto fragile e ha rischiato di saltare più volte.

In tutto questo, Brexit ha avuto un impatto molto significativo sulle dinamiche politiche in Irlanda. L’Irlanda non solo è l’unico paese che condivide un confine fisico con il Regno Unito, ma i due paesi sono strettamente legati da un punto di vista storico e culturale, economico e demografico. Tecnicamente l’accordo tra FG e FF sarebbe dovuto terminare alla fine del 2018, ma è stato prolungato pur di non lasciare il paese senza un governo operativo in un momento così delicato.

Una delle discussioni più importanti degli ultimi mesi su Brexit si è concentrata sul cosiddetto backstop, quel meccanismo che servirebbe a evitare la creazione di un confine rigido tra Irlanda (paese membro dell’UE) e Irlanda del Nord (regione del Regno Unito) e che dopo Brexit diventerà anche il confine tra Regno Unito e Unione Europea. Il governo irlandese è stato il principale sostenitore di questo meccanismo, che prevede che a determinate condizioni l’Irlanda del Nord rimanga di fatto all’interno del mercato unico europeo, diversamente dal resto del Regno Unito.

Se i negoziati intorno a Brexit hanno finora tenuto in piedi l’accordo tra FG e FF e hanno dato autorevolezza a Varadkar anche in Europa, man mano che la scadenza di Brexit si avvicina, le cose si complicano.

Dal punto di vista della politica interna tra i due partiti ci sono state diverse occasioni di scontro e divisione, con accuse anche piuttosto pesanti tra i rispettivi leader, aggravate dalla crisi abitativa, da disaccordi sulla legge di bilancio e sul piano di preparazione in caso di “no deal”, cioè l’uscita senza accordo del Regno Unito dall’Unione Europea. Entrambi i leader hanno ipotizzato che le prossime elezioni potrebbero svolgersi a maggio, ma molto dipenderà da come andranno le cose nelle prossime settimane.

Se entro il 31 ottobre, data in cui avverrà Brexit, si dovesse arrivare finalmente a un accordo tra Regno Unito e Unione Europea o se la scadenza dovesse essere rimandata, allora Varadkar potrebbe volere anticipare le elezioni a novembre, sfruttando la buona notizia per la propria campagna elettorale e facendo passare in secondo piano le proprie difficoltà interne.

Leo Varadkar e Boris Johnson, Dublino, 9 settembre 2019 (Charles McQuillan/Getty Images)

Islanda
L’Islanda ha una storia politica recente molto agitata: due governi sono caduti rispettivamente per l’inchiesta sui Panama Papers e per un enorme scandalo legato a casi di pedofilia. Alle elezioni del 2017 nessuno dei partiti che si erano presentati era riuscito ad ottenere una maggioranza o a formare una coalizione coerente. Si era dunque formato un governo sostenuto da una coalizione molto eterogenea e risicata – 33 seggi sui 63 dell’Alþingi, la camera unica del Parlamento – che comprende il Partito dell’Indipendenza (di centrodestra), il Partito Progressista (di centro) e la Sinistra Verde. Proprio quest’ultimo partito aveva espresso la prima ministra: Katrín Jakobsdóttir, giovane, femminista, ecologista, progressista e, però, insolitamente sostenuta dal centrodestra.

Stiamo comunque parlando di un paese dove lo scorso giugno è stata approvata una delle leggi più avanzate per le persone transessuali e senza alcun voto contrario.

Katrín Jakobsdóttir, Londra, 2 maggio 2019 (Dan Kitwood/Getty Images)

Lo strano governo di coalizione sembra essere stabile. Tuttavia alcuni osservatori pensano che le cose potrebbero cambiare in caso di crisi economica. La crisi finanziaria che aveva colpito violentemente l’Islanda nel 2008 è stata ampiamente superata anche grazie al turismo, e oggi la fiducia degli investitori nel paese continua a essere alta.

Il paese arriva da 20 trimestri consecutivi di crescita economica, la striscia più lunga della sua storia, e la disoccupazione continua a essere molto bassa, intorno al 3,6 per cento. Tuttavia, in un rapporto del 2018, la Banca Centrale d’Islanda ha identificato alcuni possibili rischi per il futuro andamento economico del paese: i prezzi molto alti nel settore immobiliare, le difficoltà del settore della pesca e una possibile inversione nel settore turistico, che ha già cominciato a mostrare qualche primo segno di cedimento anche a causa del fallimento della low cost islandese WOW Air, che lo scorso marzo aveva sospeso tutte le attività per gravi problemi finanziari. Secondo le ultimi previsioni, nel 2019 l’economia del paese dovrebbe rallentare dello 0,2 per cento.

Regno Unito
Dire che la situazione è incerta sarebbe usare un eufemismo. L’accordo negoziato con la Commissione europea per consentire l’uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione non è mai stato approvato dal Parlamento britannico, che ha bocciato anche l’uscita senza accordo, le elezioni anticipate e l’ipotesi di un secondo referendum. L’attuale primo ministro Boris Johnson ha promesso di uscire in un modo o nell’altro il 31 ottobre, e alla fine di agosto ha sospeso i lavori del Parlamento per impedire che i parlamentari avesseri il tempo di approvare una legge che bloccasse il “no deal”.

Affinché non si verifichi il “no deal” servirà comunque che l’Unione Europea decida di rimandare nuovamente la data fissata per Brexit oltre l’attuale scadenza del 31 ottobre (e che il governo britannico chieda una proroga, cosa non scontata). Il 17 ottobre si terrà a Bruxelles una riunione del Consiglio europeo, organo che riunisce tutti i capi di stato e di governo dell’Unione Europea e che probabilmente deciderà se concedere o meno il rinvio di Brexit. A oggi il Regno Unito non ha ancora presentato alcuna proposta concreta per sostituire le parti più contestate dell’accordo su Brexit.

In tutto questo sembra che Johnson non abbia intenzione di fare quello che gli ha ordinato il Parlamento britannico: continua a ripetere che sarà possibile raggiungere un nuovo accordo il 17 ottobre e che, in caso contrario, Brexit avverrà il 31 ottobre, anche senza accordo.

Un manifestante pro Brexit, Londra, 18 settembre 2019 (Dan Kitwood/Getty Images)

Belgio
A quasi quattro mesi dalle elezioni, il Belgio non ha ancora un governo. O meglio: da circa 270 giorni è in carica un governo dimissionario. Dal 2014 e per quattro anni il Belgio era stato governato da una coalizione di quattro partiti di centro-destra e di destra con a capo il liberale francofono Charles Michel. Nel dicembre del 2018 il governo era caduto dopo aver perso il sostegno dei nazionalisti della Nuova alleanza fiamminga (N-VA), i più votati alle elezioni del 2014. L’N-VA aveva ritirato il suo sostegno dopo che Michel aveva firmato il trattato di Marrakech – cioè il cosiddetto “Global Compact” – un importante documento ONU sull’immigrazione.

In attesa delle elezioni, il re Filippo aveva chiesto al governo dimissionario – e a quel punto di minoranza – di guidare il paese. Alle elezioni dello scorso maggio il primo partito è risultato quello dei nazionalisti della N-VA, e al secondo posto si è piazzato Vlaams Belang, partito populista e di estrema destra che ha raggiunto un risultato senza precedenti e che pochi sondaggi avevano previsto; sommando i loro seggi, però, non si arriva alla maggioranza. Lo stallo non si è ancora risolto.

Per il Belgio non è una storia nuova: nel 2010-2011 il paese rimase senza governo per 532 giorni. Una situazione simile si è verificata anche nel 2014. Gli osservatori dicono che è difficile immaginare una via d’uscita dalla crisi, a meno che non si arrivi alla formazione di coalizioni molto insolite. Sulla stampa belga circola anche l’ipotesi di nuove elezioni nei prossimi mesi: in Belgio il voto è obbligatorio, quindi sarebbe la terza volta in poco più di un anno che i cittadini verrebbero chiamati alle urne, con il rischio di un conseguente malcontento che si potrebbe tradurre o in un voto nullo o in un voto per i partiti più estremi.

Charles Michel, Londra, 22 dicembre 2016 (Leon Neal/Getty Images)

Italia
Il secondo governo Conte ha giurato lo scorso 5 settembre, dopo la caduta del primo governo Conte causata dalla crisi innescata dal capo della Lega Matteo Salvini. I colloqui tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sono stati tesi e spesso molto difficili. Alla fine è stato sottoscritto un programma la cui formulazione nella maggior parte dei casi è piuttosto generica e si concentra più sugli obiettivi da raggiungere che non sulle modalità con cui saranno raggiunti.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla festa di Articolo Uno, Roma, 19 settembre 2019 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Poi, a pochi giorni dalla formazione del governo, è arrivata la scissione dal PD di Matteo Renzi che era stato uno dei principali artefici dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle, mentre il segretario del PD Nicola Zingaretti non la voleva. Renzi ha annunciato la formazione di un altro partito, che esisterà nella forma di due gruppi parlamentari che, comunque, continueranno a sostenere il governo Conte, dice. Nelle ultime ore, deputate storicamente di centro-destra sono entrate nel PD, e altre nel nuovo partito di Renzi.

Il secondo governo Conte dovrà affrontare parecchie questioni importanti. Le più urgenti sono quelle economiche: l’approvazione della legge di bilancio per il 2020. Tra le altre cose, il governo dovrà poi trovare il denaro necessario a scongiurare gli aumenti automatici dell’IVA previsti per l’anno prossimo e quello per mantenere le sue promesse di ridurre le tasse pagate dai lavoratori. Ma ci saranno anche questioni non strettamente economiche da affrontare: dall’autonomia regionale alla nuova legge sull’immigrazione fino al taglio del numero dei parlamentari. Su molti temi, però, PD e M5S hanno posizioni diverse, e questo potrebbe creare nuovi problemi.

Norvegia
Le ultime elezioni in Norvegia si erano svolte nel settembre 2017: la coalizione di centrodestra – al governo dal 2013 e guidata dalla prima ministra Erna Solberg, Partito conservatore – aveva ottenuto la maggioranza dei seggi. Il partito più votato era stato quello laburista, di centrosinistra, che non faceva però parte di una coalizione abbastanza larga da avere una maggioranza in Parlamento. Si era quindi inizialmente formato un governo di minoranza sostenuto dai conservatori e dal Partito del progresso, di destra populista.

Erna Solberg durante un’esercitazione della Nato, Norvegia, 27 ottobre 2018 (Heiko Junge, NTB scanpix via AP)

Nel gennaio del 2018, dopo un negoziato piuttosto complicato, al governo era entrato un terzo partito, quello dei liberali della Venstre. Questo non aveva consentito a Solberg di arrivare a una maggioranza assoluta in Parlamento, cosa che si è verificata invece nel gennaio 2019 con un ulteriore allargamento della coalizione al partito dei cristiano-popolari: le condizioni che i popolari avevano posto al nuovo programma di governo avevano a che fare, tra le altre cose, con le limitazioni al diritto all’aborto e all’embrioriduzione (cioè l’eliminazione di uno o più feti nelle gravidanze multiple).

Il governo norvegese mette insieme formazioni che su molte questioni hanno posizioni differenti tra loro, cosa che richiede molto spesso complicate negoziazioni interne e ampi compromessi. Uno degli argomenti che più ha creato divisione nelle ultime settimane ha avuto a che fare con l’introduzione di nuovi pedaggi per disincentivare le persone a usare la macchina. E ha pesato anche sulle elezioni locali del 9 settembre dove tutti i partiti governativi hanno avuto risultati che la prima ministra ha definito «deludenti».

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.