Cosa c’è nell’accordo su Brexit

C'è un lungo periodo di transizione durante il quale proseguiranno i negoziati, ma anche un accordo sull'Irlanda del Nord che potrebbe far saltare tutto

(AP Photo/Francisco Seco)

Dopo un anno e mezzo di negoziati, il governo del Regno Unito e i negoziatori dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo su Brexit. Per l’Unione Europea è una vittoria, sostengono quasi tutti gli analisti, mentre il governo britannico – che in questa trattativa ha sempre avuto una posizione negoziale fragile, visto che non poteva dettare condizioni – ha dovuto rinunciare a molti dei punti che riteneva essenziali. «Nel mezzo dell’oscurità e della nebbia del politichese c’è una bozza di accordo lunga 585 pagine che tutela gli interessi economici dell’Unione Europa e si avvicina ai suoi obiettivi politici di lungo termine, lasciando allo stesso tempo il Regno Unito incastrato dalle sue stesse linee rosse», ha scritto per esempio il sito Politico.eu.

L’accordo non è ancora definitivo, e per il momento è stato approvato soltanto dal governo britannico. Per renderlo ufficiale manca ancora la ratifica dei 27 capi di stato e di governo dei paesi membri, il voto del Parlamento europeo e soprattutto di quello britannico. Quest’ultimo sarà il passaggio più difficile, visto che i politici britannici che vogliono un’uscita senza compromessi, che si trovano soprattutto nel Partito Conservatore, hanno già detto di essere contrari a un accordo che concede troppo. Secondo i giornali quasi un terzo dei ministri ha votato contro l’accordo, mentre tra ieri e oggi due ministri, un sottosegretario e un’altra importante figura politica hanno annunciato le loro dimissioni per protesta contro l’accordo.

Cosa c’è nell’accordo?
Il punto principale dell’accordo è la decisione di proseguire le trattative oltre il momento formale di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, fissato in maniera inderogabile il 29 marzo 2019. Durante questo “periodo di transizione” nel Regno Unito continueranno a rimanere in vigore tutte le regole europee, anche se il paese non avrà più voce in capitolo per modificarle (non avrà infatti più rappresentanti nelle istituzioni europee e non sarà parte dell’Unione).

Il periodo di transizione durerà fino al dicembre del 2020, un periodo durante il quale i negoziatori proseguiranno i loro colloqui per risolvere le numerosissime questioni che rimangono da decidere (per esempio tutta la complicata materia degli accordi commerciali). Se entro il luglio del 2020 un ulteriore e più specifico accordo non sarà raggiunto, il termine potrà essere ulteriormente allungato. Al momento, questo allungamento potrebbe essere quasi infinito: sul documento è scritto che il termine massimo è il 20XX, cioè potenzialmente potrebbe durare fino al 2099. I negoziatori britannici hanno assicurato però che quelle “XX” saranno eliminate nella versione definitiva dell’accordo e che il termine ultimo sarà fissato entro i primi mesi del 2021.

Gli industriali britannici sono soddisfatti di questo compromesso, che darà loro molto più tempo per adeguarsi alla nuova situazione. Il compromesso piace molto meno ai fautori più duri della Brexit, secondo i quali questo lungo periodo di transizione è una sorta di umiliante “vassallaggio” nei confronti dell’Unione Europea.

Il backstop
Ma l’argomento più controverso di tutto l’accordo e quello che minaccia la sua approvazione è la soluzione che è stata trovata sul famoso “backstop” (che significa più o meno “barriera”), cioè il meccanismo di emergenza che dovrebbe essere applicato all’Irlanda del Nord nel caso in cui, alla fine del periodo di transizione, non si riuscisse a raggiungere un nuovo accordo definitivo. Il punto centrale che rende necessaria la presenza di questo “backstop” è che nessuno vuole che si crei un confine rigido, con controlli doganali su persone e merci, tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda.

È un problema economico – i due lati di quel confine sono profondamente integrati con un gran passaggio di merci e persone – ma anche politico. L’Irlanda del Nord ha vissuto una sanguinosa guerra civile tra gruppi cattolici che volevano l’unione con la Repubblica d’Irlanda e gruppi protestanti favorevoli a restare nel Regno Unito. Uno dei motivi per cui venne raggiunta la pace fu proprio la creazione di una forte integrazione tra i due lati del confine che potrebbe venire meno in caso di applicazione di rigide regole doganali.

Per evitare questa situazione, i negoziatori europei hanno insistito per avere nella bozza di accordo un meccanismo di backstop che fornisse una soluzione di emergenza in caso di mancato accordo. I negoziati sulla natura del backstop sono quelli che negli ultimi mesi hanno tenuto in sospeso la conclusione dell’accordo. Oggi, la soluzione trovata ha finito con lo scontentare molti e minaccia di far saltare l’intero accordo (qui lo trovate spiegato sul sito della Commissione Europea). L’attuale accordo prevede che in caso di mancato accordo sarà stabilita un’unione doganale tra Regno Unito e Unione Europea. Significa in sostanza che tra le due aree non ci saranno tariffe, dazi o quote di merci.

L’accordo non potrà essere rescisso se non con il consenso di entrambe le parti. In questo modo, da un lato i traffici di merci saranno resi più semplici, dall’altro il Regno Unito sarà agganciato in maniera potenzialmente permanente all’area doganale europea; questo avrà l’effetto collaterale di limitare molto la capacità dei governi britannici di negoziare accordi commerciali con paesi terzi non UE come se il Regno Unito fosse un paese completamente sovrano (per esempio, se l’UE ha dei dazi nei confronti di un certo paese, il Regno Unito non potrà fare un accordo commerciale che li cancella, poiché deve rispettare le disposizioni dell’unione doganale di cui fa parte). Questo non piace affatto ai sostenitori duri e puri della Brexit, che minacciano di far cadere il governo e di votare contro l’accordo in Parlamento.

Ma c’è un altro aspetto del backstop che rischia di rendere l’intera vicenda più complicata. I negoziatori britannici hanno ottenuto l’accordo sull’area doganale unica, a cui gli europei erano contrari. Ma in cambio ha dovuto accettare due condizioni molto dure. La prima l’abbia già vista, è la clausola che permette di ritirarsi dal backstop solo con il reciproco consenso. La seconda è costituita da una serie di norme specifiche che si applicheranno solo all’Irlanda del Nord. In sostanza, l’Irlanda del Nord sarà ancora più integrata nel “mercato unico europeo” rispetto al resto del paese. Di fatto non ci saranno controlli doganali tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda (che fa parte dell’Unione Europea). I controlli avverranno invece tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. Insomma, è come se il backstop stabilisse che, in caso di mancato accordo, per alcune merci la frontiera verrà spostata dal confine di terra tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda al tratto di mare che separa le due isole.

L’idea che l’Irlanda del Nord riceva un trattamento diverso dal resto del paese era già stata respinta in passato dal DUP, il partito nazionalista nordirlandese favorevole all’integrazione con il Regno Unito, una formazione piccola ma che al momento garantisce la maggioranza al governo conservatore di Theresa May. I leader del DUP hanno criticato duramente la bozza, ma non è chiaro se saranno disposti a votargli contro o addirittura a votare contro il governo May. In ognuna delle due circostanze, il risultato più probabile sarebbe la fine definitiva dell’attuale accordo e l’apertura di un nuovo scenario imprevedibile.

Cosa succede ora
Perché l’accordo entri in vigore sono necessari altri tre passaggi: l’accordo deve essere ratificato dai paesi membri dell’Unione Europea, e questo potrebbe avvenire già il prossimo 25 novembre durante un vertice di emergenza europeo. L’accordo andrà anche confermato dal Parlamento europeo e, il passaggio più difficile, da quello britannico. Il voto potrebbe avvenire già a dicembre, ma non è detto che accada. Il governo potrebbe cadere prima, rimescolando così tutte le carte. I giornali ipotizzano anche la possibilità piuttosto estrema di un secondo referendum sull’accordo raggiunto.

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