(AP Photo/Vadim Ghirda)

Guida alle elezioni europee in Grecia

Il partito di Tsipras dovrebbe perdere le elezioni, va capito di quanto: e in campagna elettorale si è parlato molto di Macedonia e poco di migranti

di Giulio Crespi
(AP Photo/Vadim Ghirda)

Domenica 26 maggio gli elettori greci voteranno per rinnovare la propria delegazione al Parlamento europeo. Le scorse elezioni nel 2014 videro un’affluenza molto alta, al 60 per cento, e furono vinte da Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale di Syriza e futuro capo del governo. Il sorpasso della sinistra sui conservatori di Nea Demokratia (ND) fece da preludio alle elezioni politiche del 2015 e alla fine del governo di larghe intese formato da ND e dai social-democratici del PASOK, nonché al definitivo collasso di questi ultimi.

Cinque anni più tardi, il panorama politico è decisamente cambiato: Syriza ha tenuto botta, ma i sondaggi danno per scontata la vittoria da parte di Nea Demokratia, ormai il principale partito di opposizione: è affiliato al Partito Popolare Europeo ed è attualmente guidato da Kyriakos Mitsotakis, Ministro delle Riforme amministrative nel governo precedente a quello di Tsipras.

L’avvicinarsi delle elezioni nazionali, attese per ottobre, e la concomitanza con le elezioni locali in alcune circoscrizioni chiave hanno inevitabilmente condotto a una “nazionalizzazione” della campagna elettorale, marginalizzando il dibattito sui programmi per l’Unione. I giornali raccontano il voto di domenica come un referendum sul mandato di Tsipras: in caso di un’ampia sconfitta – si parla di una soglia psicologica di oltre 5 punti di distacco di Nea Demokratia su Syriza – si farebbe più probabile l’ipotesi di elezioni anticipate a giugno.

Le basi
In Grecia sono iscritti al voto circa 10 milioni di elettori. Come in Italia, l’età minima per candidarsi è 25 anni. Anche qui esiste una soglia di sbarramento per liste, ma più bassa (del 3 per cento). Il voto è obbligatorio, come in Belgio e in Lussemburgo, ma di fatto l’istituto non viene messo in pratica. La repubblica ellenica è formata da una sola circoscrizione e i seggi sono distribuiti proporzionalmente secondo il metodo del quoziente Droop.

Secondi le proiezioni di Politico, i 21 seggi da attribuire alla delegazione greca saranno spartiti tra i primi quattro partiti. ND, in testa nei sondaggi con il 35 per cento, dovrebbe ottenere 9 europarlamentari, 4 in più rispetto al 2014, mentre Syriza, con il 25,8 per cento, si fermerebbe a 7 deputati (uno in più rispetto alle scorse elezioni). A seguire, i rimanenti 5 seggi saranno contesi dal partito neonazista Alba Dorata, sceso al 7 per cento dopo anni di numeri superiori, dalla piattaforma di centro-sinistra KINAL (7 per cento), acronimo di “Movimento del cambiamento”, nato dalle ceneri del PASOK, e infine dal Partito Comunista Greco, stabile al 6 per cento. I centristi di To Potami e i nazionalisti di ANEL, attualmente rappresentati al Parlamento Europeo con un totale di tre parlamentari, rischiano di non superare la soglia di sbarramento.

Come sono messi i due partiti principali
Lo storico delle intenzioni di voto mostra come già a partire dall’inizio del 2016 Nea Demokratia avesse recuperato margine su Syriza. Nel 2015 la Grecia fu attraversata da una serie di sussulti politici: referendum sul piano di salvataggio proposto dei creditori internazionali, trattative con Bruxelles, elezioni anticipate, flusso dei migranti dalla Turchia, e tanto altro ancora. Secondo alcuni, il fattore che più ha condizionato il futuro politico di Tsipras è stata proprio l’adozione del terzo piano di salvataggio in seguito al referendum consultivo di luglio 2015, in cui il 61 per cento degli elettori votò contro le misure di austerità richieste dalla Troika (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca centrale europea).

L’esito delle trattative che seguirono il referendum garantì al governo greco un prestito di 86 miliardi di euro in cambio dell’adozione da parte di un pacchetto di misure di austerità volte a ridurre il debito pubblico – tra cui aumenti delle imposte dirette e indirette, abolizione di regimi fiscali agevolati, strette sui morosi del fisco e tagli alle pensioni. La scelta di adeguarsi alla linea di Bruxelles e allinearsi, di fatto, alla politica economica del governo precedente è stata vissuta da una parte dei sostenitori di Tsipras come un tradimento delle promesse fatte in campagna elettorale (anni più tardi, persino il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha ammesso di avere avuto un atteggiamento troppo duro con la Grecia).

Il 2018 ha visto la ripresa della crescita economica e la fine del programma di austerità, con il conseguente ritorno alla possibilità per il governo greco di emettere titoli di stato sui mercati internazionali. Il quadro macroeconomico però rimane drammatico: a partire dall’inizio della crisi l’economia si è contratta di circa un terzo e la disoccupazione rimane ancora al di sopra del 18 per cento, arrivando a toccare il 40 per cento tra gli under 25. Contestualmente, si stima che oltre mezzo milione di greci sia emigrato all’estero, di cui circa 2 su 5 sono giovani laureati.

Gli obblighi sottoscritti con la Troika vincolano la Grecia ad avanzi primari del 3,5 per cento del PIL fino al 2022 e del 2,2 per cento fino al 2060, impedendo di fatto al governo di sostenere la domanda attraverso ingenti investimenti pubblici. Un recente rapporto del Consiglio d’Europa ha messo in luce le conseguenze meno visibili dell’imposizione delle riforme strutturali, come l’aumento dei senzatetto e del tasso di suicidi e il generale peggioramento dell’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione.

Secondo una recente rilevazione dell’Eurobarometro, la percezione dell’Unione Europea tra i cittadini greci rimane tra le più negative tra gli stati membri, seppure in via di miglioramento, con il 57 per cento dei cittadini che dichiara di aver tratto benefici dall’appartenenza all’Unione Europea (solo il Regno Unito e l’Italia presentano tassi più bassi, rispettivamente con il 54 e il 41 per cento), ma l’eventuale uscita dall’UE è appoggiato solamente dal 21 per cento degli intervistati.

Secondo gli osservatori, l’attenuazione di sentimenti anti-europei è la conseguenza della mutazione di Syriza, che partendo da posizioni di euroscetticismo radicale, negli ultimi quattro anni si è progressivamente “normalizzata” e ricollocata verso il centro politico, placando il successo della retorica euroscettica ma alienandosi parte del suo elettorato storico.

Nel tentativo di recuperare consensi, a poche settimane dal voto delle europee il governo ha proposto una serie di misure marcatamente di sinistra poi approvate dal Parlamento, tra cui la riduzione dell’Iva per i generi alimentari di base dal 24 al 13 per cento, la reintroduzione della tredicesima per i pensionati e l’estensione dei termini per il saldo delle cartelle esattoriali. Nonostante il gradimento suscitato dalle misure e le ulteriori promesse di riduzione delle tasse sull’energia elettrica, lo scarto nei sondaggi fra Syriza e i conservatori sembra essere rimasto invariato.

L’elezione di Kyriakos Mitsotakis a leader di ND a gennaio 2016 ha ulteriormente spostato l’ago della bilancia. Politico di carriera e figlio d’arte (il padre Konstantinos è stato primo ministro e presidente onorario del partito), Mitsotakis gode nell’opinione pubblica della reputazione di riformatore. La sua nomina ha contributo a rinnovare l’immagine del partito, dopo che la manipolazione dei conti pubblici da parte dei governi a guida ND e la conseguente esposizione alla crisi finanziaria ne avevano fortemente intaccato la credibilità.

Dal 2016 in poi, ND è stata di fatto in campagna elettorale continua, chiedendo a più riprese elezioni anticipate. Lo scorso 23 aprile, Manfred Weber ha scelto proprio Atene per lanciare la propria campagna come Spitzenkandidat del Partito Popolare Europeo: in quell’occasione Weber e Mitsotakis hanno rinnovato il loro sostegno reciproco, promettendo di lavorare insieme per rafforzare la protezione dei confini europei, ridurre gli obblighi di surplus primario e combattere il populismo.

Due temi della campagna elettorale
Un altro fattore che rischia di avere un impatto sul consenso di Syriza è la tensione crescente con la Chiesa ortodossa. Lo scorso novembre il governo ha avviato una trattativa con il Santo Sinodo, l’autorità suprema della Chiesa ortodossa di Grecia, per destituire i circa 9000 preti greci del ruolo di dipendenti pubblici e per ripartire a metà i guadagni derivanti dalle proprietà contese tra Stato e Chiesa. L’iniziativa, inizialmente trattata con ostilità dal clero, si è poi risolta con un accordo di compromesso.

Durante il suo mandato Tsipras, che si dichiara ateo e che non ha giurato sulla Bibbia nel giorno del suo insediamento, ha tentato a varie riprese di realizzare una più netta separazione tra Stato e Chiesa. Il culto cristiano-ortodosso continua ancora oggi a rivestire un ruolo chiave nella società greca: il 90 per cento dei cittadini si dichiara credente, la religione è materia curriculare obbligatoria durante tutto l’arco di studi e i simboli religiosi sono presenti in tutti gli edifici pubblici. L’appoggio popolare verso il clero rimane radicato e l’approccio secolare di Tsipras potrebbe danneggiarlo in un voto così delicato.

Un altro importante tema di campagna elettorale ha riguardato la politica estera: è il cosiddetto “accordo di Prespa”, che ha posto fine a una disputa tra Grecia e Macedonia durata 27 anni. Sostenuto dall’Unione Europea, l’accordo prevede che il piccolo stato balcanico ha rinunciato a chiamarsi Repubblica di Macedonia, in favore del nome di Macedonia del Nord. In cambio la Grecia non porrà più il veto all’ingresso del paese nella NATO e nell’Unione Europea.

Il contenzioso era iniziato nel 1991, quando il paese si attribuì unilateralmente il nome di “Repubblica di Macedonia”. Molti greci l’hanno sempre considerato come un’appropriazione indebita: la Macedonia è la regione storica che ha dato i natali ad Alessandro Magno, e comprende sia territori greci sia della Macedonia del Nord. È opinione diffusa nell’elettorato greco che l’utilizzo di questo nome presagisse future rivendicazioni territoriali. La conclusione dell’accordo è costata a Tsipras la rottura con gli alleati di maggioranza, gli indipendentisti nazionalisti di ANEL.

Anche i partiti di opposizione, ND in testa, hanno fortemente osteggiato la conclusione dell’accordo e la ratifica da parte del parlamento greco, che è avvenuta lo scorso 25 gennaio con una maggioranza risicata di 153 voti su 300. Il cambio del nome si è rivelato un tema particolarmente sensibile per una parte consistente dell’opinione pubblica – non solo le frange nazionaliste, ma anche la parte moderata – al punto da animare accese e partecipate proteste per le strade di Atene.

A pochi giorni dalla ratifica, lo stesso Commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha sconfessato pubblicamente l’accordo, in aperto contrasto con la posizione ufficiale della Commissione europea e, plausibilmente, sotto pressione del suo partito, ND. Un’eventuale vittoria dei conservatori alle elezioni europee e, in prospettiva, un governo a guida Mitsotakis rischierebbero di indebolire l’accordo e di riaprire il nodo del veto greco sulle prospettive di adesione della Macedonia del Nord.

In campagna elettorale non si è parlato molto di migranti: in Grecia ne restano solo alcune migliaia e il flusso dalla Turchia è progressivamente diminuito, così come le preoccupazioni degli elettori greci. Inoltre proprio con la Turchia, un paese con cui le relazioni bilaterali sono sempre state turbolente, c’è stato un recente tentativo di normalizzare i rapporti: nell’ultimo anno Tsipras e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan si sono incontrati ben due volte, dopo la prima storica visita del 2017.

Che fine ha fatto Varoufakis?
Il colorito ex ministro delle Finanze di greco, dopo aver annunciato le proprie dimissioni all’indomani del referendum sul piano di salvataggio del debito, ha preso nettamente le distanze da Tsipras. In questi anni ha girato l’Europa distinguendosi come uno dei più aspri critici delle politiche di austerità europee, nonché dello stesso governo a guida Syriza stesso, colpevole a suo dire di essersi piegato alle imposizioni di Bruxelles.

Nel 2016 ha fondato il Movimento per la Democrazia in Europa 2025 (DiEM25), una piattaforma transnazionale che ambisce a unire partiti ecologisti e di sinistra in Europa. DiEM25 sostiene diversi candidati e liste in tutta Europa.

In Italia la lista non è stata presentata, dopo mesi di voci e speculazioni. In Grecia DiEM25 corre con il nome di “MeRA25”, gioco di parole che riprende la parola μέρα (in greco “giorno”) e acronimo di “Fronte Europeo di Disobbedienza Realista”: la lista è attualmente proiettata attorno all’1,4 per cento, ben al di sotto della cruciale soglia del 3 per cento.

Varoufakis si presenta invece come candidato per il Parlamento europeo in Germania, paese il cui sistema elettorale non prevede soglia di sbarramento, con la lista affiliata “Demokratie in Europa”. Il leader di DiEM ha spiegato alla stampa le ragioni di questa scelta dichiarando in maniera allusiva che «se vuoi cambiare l’Impero Romano devi iniziare da Roma». Qualora venisse eletto, Varoufakis ha annunciato di voler rinunciare alla carica entro poche settimane dall’insediamento del nuovo emiciclo.

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Questo articolo fa parte di una serie di guide alle elezioni europee del 2019. Qui trovate tutte le altre pubblicate finora.

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