Yanis Varoufakis è un pazzo o un profeta?

Abbiamo passato una giornata con l'ex ministro greco, che alle prossime elezioni europee vuole riunire la sinistra di tutto il continente e rivoluzionare l'Unione Europea

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(ANSA / MATTEO BAZZI)

«Avete notato come le persone cattive stiano tutte insieme? Salvini, Le Pen, Orban: insieme stanno benissimo». Mercoledì pomeriggio una piccola folla si è radunata al centro sociale milanese Macao per ascoltare Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greco diventato attivista politico. «I progressisti invece non sono altrettanto bravi», ha continuato. «È il momento di ritornare a unirci».

Questa settimana Varoufakis era a Milano per presentare il programma di DIEM 25, la lista transnazionale con cui vuole partecipare alle elezioni europee del 2019 e rivoluzionare il funzionamento dell’Unione Europea. L’incontro di mercoledì pomeriggio, a differenza dell’affollato “spettacolo politico” andato in scena poche ore più tardi, era riservato a un gruppo selezionato di persone: dirigenti del partito Sinistra Italiana, sindacalisti della FIOM, amministratori locali, emissari del sindaco di Napoli Luigi De Magistris e di quello di Parma, Federico Pizzarotti, oltre naturalmente a quegli attivisti che hanno già deciso di aderire a DIEM 25.

Varoufakis ha spiegato loro che il progetto è arrivato a un momento chiave: «Siamo al punto in cui presentiamo il nostro programma progressista perché venga discusso». Entro la fine dell’anno, ha continuato, ci saranno votazioni online per approvare la versione definitiva della piattaforma del partito e primarie per deciderne i candidati. Ci sarà un’unica lista europea e le nazionalità dei candidati saranno mischiate. Varoufakis ha annunciato che si candiderà in Germania.

La presentazione è stata breve. Mentre iniziava la discussione tra i delegati, Varoufakis, che parla perfettamente inglese ma non italiano, ha lasciato l’assemblea per dare un’intervista a una troupe di SkyTg24. Ai delegati, però, ha consegnato un programma di 30 pagine fitto di proposte per riformare profondamente l’Europa. «La crisi peggiorerà ancora se l’establishment continuerà a fingere che non c’è alcuna crisi del progetto Europa», ha spiegato Varoufakis al Post al termine della sua lunga giornata. A mezzogiorno ha incontrato i giornalisti in una conferenza stampa; poi, prima della riunione a porte chiuse con politici ed attivisti, ha avuto una serie di incontri privati che il suo staff ha spiegato servivano per “finanziamento” e “crowdfunding”.

«Prendiamo l’Italia», ha continuato Varoufakis. «Un paese che non può nemmeno respirare a causa del fatto che l’Europa non vuole ammettere l’esistenza della sua stessa crisi. L’Italia è un paese che per i suoi fondamentali economici dovrebbe andare bene. Perché invece lo stipendio medio continua a calare, perché i giovani sono costretti a emigrare, perché gli italiani non hanno più fiducia nel futuro? La risposta è: perché questa economia soffre della perpetua crisi dell’euro e ha alla guida un establishment che nega che ci sia una crisi in corso». Il programma della lista, che non è ancora pubblico ma che il Post ha potuto leggere, ruota intorno a una serie di proposte ambiziose per introdurre in Europa una maggiore condivisione del debito pubblico (compresa l’emissione di una sorta di “eurobond“), un’unione bancaria e una banca europea per fare investimenti pubblici. In altre parole Varoufakis vuole creare un’Europa più unita a livello politico ma soprattutto economico, dove i paesi ricchi del nord siano più solidali con quelli più poveri del sud.

È la seconda volta che Varoufakis si impegna personalmente per cercare di cambiare le cose in Europa. La prima, quella che gli ha dato notorietà mondiale, la portò avanti da ministro delle Finanze del governo greco di Alexis Tsipras nell’estate del 2015. Varoufakis all’epoca era un famoso professore di Economia dalle idee radicali che aveva a lungo insegnato all’estero. All’inizio del 2015 fu scelto dal partito di estrema sinistra Syriza, che secondo tutti i sondaggi avrebbe vinto le successive elezioni, per fare il ministro delle Finanze e condurre i negoziati con la cosiddetta “Troika”, il comitato dei creditori della Grecia formato da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

Secondo Varoufakis, i prestiti ricevuti fino a quel momento dalla Grecia non erano un’ancora di salvataggio ma la zavorra che stava portando la Grecia a fondo. Nel libro Adulti nella stanza, in cui racconta in maniera avvincente i suoi mesi da ministro delle Finanze, Varoufakis riassume così la situazione del suo paese: «La Grecia era nella situazione di qualcuno che usa la sua carta di credito per ripagare le rate del mutuo quando oramai il suo stipendio si è abbassato al punto che non è più in grado di pagare le rate né dell’uno né dell’altra». Secondo Varoufakis la soluzione non poteva che passare da una riduzione del debito accumulato da parte dei creditori, cioè l’accettazione comune che la Grecia avrebbe restituito soltanto una parte dei soldi avuti in prestito. Se i leader europei non fossero stati disposti ad accettare questa riduzione, Varoufakis era pronto a minacciare l’uscita della Grecia dall’euro.

Come previsto, Syriza vinse le elezioni del gennaio 2015 e Varoufakis divenne ministro delle Finanze del governo guidato da Alexis Tsipras. Nel corso del successivo giugno, a pochi giorni dalla scadenza di un importante prestito da rimborsare, i negoziati entrarono nel vivo e Varoufakis fece due proposte che prevedevano ristrutturazione del debito e ammorbidimento dell’austerità. Negoziò in maniera aggressiva, cercando di spiazzare i suoi avversari con un comportamento eccentrico e irrispettoso del protocollo. Ma dopo una sorpresa iniziale, i creditori della Grecia reagirono con forza. Il 25 giugno presentarono al governo greco un ultimatum che conteneva un nuovo prestito, nuove misure di austerità e una vaga promessa di una possibile futura ristrutturazione del debito.

Varoufakis e Tsipras decisero di interrompere i negoziati e di indire un referendum per decidere se accettare o meno le richieste. Syriza fece campagna per il “no” all’accordo e Varoufakis disse che se avesse vinto il “sì” si sarebbe dimesso. Il 5 luglio 2015, il 61 per cento dei greci votò per respingere l’ultimatum. Quella notte Varoufakis si recò da Tsipras convinto di discutere un nuovo round di negoziati oppure l’uscita dall’euro, ma il capo del governo la pensava diversamente. Gli disse, ha raccontato Varoufakis nel suo libro, che il presidente della Repubblica e i servizi di sicurezza erano pronti a intervenire se il governo avesse fatto scelte radicali. Oltre al futuro economico della Grecia, quindi, era in pericolo la stessa democrazia. Varoufakis si dimise quella notte stessa e due settimane dopo Tsipras accettò una proposta dei creditori simile a quella che era stata respinta dal voto dei greci.

Tre anni dopo quegli eventi, secondo molti le idee di Varoufakis sono ancora valide. Il debito greco è effettivamente impossibile da ripagare e l’austerità ha prodotto miseria e sofferenza, riducendo di un quarto il PIL del paese e portando quasi metà dei greci sotto la soglia di povertà. Diversi economisti, tra cui il premio Nobel Paul Krugman, sostengono che le sue proposte di negoziazione fossero moderate e accettabili. Anche un altro dei suoi argomenti è difficile da negare, ossia che – a differenza del popolo greco – i banchieri tedeschi e francesi che prestarono soldi alla Grecia prima della crisi, alimentando la bolla scoppiata nel 2011, non hanno pagato il prezzo del loro sconsiderato investimento.

Ma a Varoufakis non sono state risparmiate critiche severe. Le più difficili da respingere sono quelle che hanno preso di mira la sua strategia negoziale e in particolare l’assunto su cui si basava il suo piano, ossia che l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe danneggiato più i suoi creditori che la Grecia stessa. Era senza dubbio un assunto corretto all’inizio della crisi, quando le banche di mezzo continente erano piene di titoli greci e non esistevano meccanismi istituzionali per far fronte al rischio di contagio che avrebbe prodotto una “Grexit”, l’uscita della Grecia dall’euro. Ma nel 2015 questa situazione era cambiata. Le banche erano state messe al sicuro e gli altri paesi periferici, Italia, Spagna e Portogallo, erano oramai protetti dall’ombrello esteso dal Quantitative Easing della BCE. Quando arrivò il momento di decidere, furono i creditori a rimanere fermi nella loro posizione e il governo greco a esitare.

«La Troika ha vinto perché ci ha diviso. Trovarono il modo di convincere Tsipras ad arrendersi», sostiene oggi Varoufakis. Per lui la responsabilità maggiore appartiene al suo primo ministro, che all’ultimo momento decise di abbandonare la linea sulla quale si erano accordati prima dell’inizio dei negoziati, e cioè che l’uscita dall’euro fosse preferibile a un nuovo prestito accompagnato da nuove misure di austerità. «Quando sei Davide e stai affrontando in battaglia Golia, devi riuscire a essere unito. È davvero semplice: se ti presenti diviso perdi», ha aggiunto.

Altri, invece, attribuiscono a Varoufakis almeno una parte di responsabilità. La sua strategia negoziale sarebbe stata troppo brusca e invece che ammorbidire i creditori avrebbe prodotto un loro fatale irrigidimento. Di sicuro c’è che Varoufakis fece di tutto per rafforzare la sua immagine di economista eccentrico e iconoclasta, capace di sostenere anche le tesi meno ortodosse e più rischiose. Appena insediato, non fece nulla per evitare che i media lo trasformassero quasi all’istante in un’icona internazionale. I giornali lo definirono un economista “rockstar” e “il cattivo ragazzo d’Europa“. Il suo attico di Atene e la sua villa nell’isola di Egina divennero famosi per i servizi fotografici sulle riviste patinate di mezzo mondo. Nelle settimane cruciali della trattative i giornali erano pieni di fotografie in cui Varoufakis indossava camicie colorate, viaggiava in motocicletta e si mostrava indossando giacche di pelle.

Dal suo punto di vista, la strategia mediatica era parte della strategia negoziale: serviva a rendere più credibile la sua posizione. I critici però lo accusarono di vanità e protagonismo, dissero che era un eccentrico disposto a ignorare le conseguenze delle sue azioni su un intero continente pur di mettere alla prova le sue teorie. Quando gli abbiamo chiesto conto di queste accuse, è stato l’unico momento in cui Varoufakis si è scaldato. «Tutte le volte che hanno cercato di dipingermi come un ministro delle Finanze narciso e recalcitrante, sapete cosa stavano facendo? Stavano cercando un modo per evitare una discussione seria sulle banche, sul debito, sull’austerità e sulla povertà».

Per quanto sia difficile dire che a Varoufakis la pubblicità dispiaccia, non c’è dubbio che non sia interessato a rimanere al potere a ogni costo. Dopo le sue dimissioni da ministro è tornato a essere una sorta di esiliato politico, abbandonando il suo partito e rifiutando di partecipare alle elezioni che si tennero dopo il nuovo accordo con l’Unione Europea, nel settembre del 2015. Questo non significa però che rinunciò a restare al centro della scena. Anche dopo le dimissioni del 5 luglio rifiutò di prendersi un periodo di pausa per riprendersi dalla sconfitta o per preparare con calma il proprio ritorno, come molti altri avrebbero fatto al suo posto. Varoufakis invece fu preso da un’ondata di nuova energia. Iniziò a scrivere un post al giorno per il suo blog in inglese e greco, e rilasciò interviste quasi quotidiane. Da allora non si è mai fermato. Nel febbraio del 2016 ha fondato DIEM 25 e ha iniziato un tour internazionale che non si è ancora concluso.

Negli ultimi anni Varoufakis si è trasformato in una sorta di strano incrocio tra il rivoluzionario Che Guevara e Tony Blair, l’ex primo ministro britannico diventato un conferenziere internazionale. Il paragone con l’ex primo ministro britannico, autore dello spostamento al centro del Partito Laburista, è più appropriato di quanto potrebbe sembrare in un primo momento. Per quanto frequenti centri sociali e il suo programma porti i chiari segni di un impianto di sinistra, quando arriva il momento di darsi una collocazione ideologica, Varoufakis sembra incerto. «Syriza è un partito di sinistra radicale e guardate cosa ha fatto alla Grecia», risponde quando gli viene chiesto se DIEM 25 sia un partito di sinistra: «Più che le parole, per me sono importanti i fatti. E i fatti sono che la gente non ha più controllo sulla politica. “Democrazia” vuol dire governo del popolo, ma ultimamente la parola “demos” è scomparsa: noi vogliamo ridare il governo al popolo». Non sono parole che sfigurerebbero in un post sul blog di Beppe Grillo o sulla bocca di molti leader populisti europei.

«Si tratta solo di tattica elettorale», ha spiegato al Post un dirigente del movimento. «La nostra piattaforma, il nostro programma e le nostre idee sono di sinistra, non c’è dubbio su questo». Uno sguardo all’indice del programma di cui il Post è entrato in possesso sembra confermarlo. Si parla di accordi a livello europeo sugli standard minimi da applicare ai contratti di lavoro, un “dividendo di cittadinanza” che andrebbe distribuito ai cittadini europei prendendo il denaro da uno speciale fondo comune, di parità di salario per le lavoratrici e di una politica di asilo comune per l’accoglienza dei migranti. Quando al dirigente viene fatto notare che alle precedenti elezioni europee una forza politica con idee simili, ispirata proprio al movimento di Tsipras, non raccolse più del 4 per cento dei voti, lui non si scoraggia: «Non è poco e comunque è più di quanto abbia fatto Liberi e Uguali alle ultime elezioni».

Per molti il progetto di Varoufakis non sarebbe potuto arrivare in un momento più opportuno. La sinistra europea sta vivendo in tutto il continente la sua stagione più difficile. La crisi e l’austerità hanno portato tagli al welfare e ai servizi pubblici, mentre l’apertura ai mercati internazionali ha prodotto delocalizzazioni e licenziamenti che gli Stati, paralizzati dal debito pubblico e da bilanci sempre più in difficoltà, non sono riusciti a riassorbire e aiutare. Proprio davanti a quello che a molti sembra il fallimento dell’economia di mercato, la sinistra non ha saputo offrire una risposta ed è stata quasi ovunque surclassata dalla destra nazionalista e radicale. Per sapere se a raccogliere questi voti dispersi sarà l’eccentrico Varoufakis, impegnato nel ruolo di recalcitrante salvatore di Europa, dovremo attendere il voto del maggio 2019. Ma una cosa sembra abbastanza sicura: quale che sia il risultato, difficilmente Yanis Varoufakis deciderà che è giunto il momento di fermarsi.

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