• Mondo
  • venerdì 26 aprile 2019

Tutti i candidati alle primarie democratiche americane

Quelli che vogliono sfidare Trump nel 2020 sono tanti, quelli che possono sperarci davvero sono molti meno: 21 brevi biografie piene di storie

Manca quasi un anno al momento in cui verrà espresso il primo voto alle primarie presidenziali del partito Democratico americano, ma la campagna elettorale è già iniziata da un pezzo. Tutti quelli che si dovevano candidare l’hanno fatto: l’ultimo in ordine di tempo, l’ex vicepresidente Joe Biden, è anche l’attuale favorito nei sondaggi.

Da qui al 2020 però possono succedere un sacco di cose: tre mesi fa nessuno conosceva Pete Buttigieg, e oggi sta raccogliendo un mucchio di soldi e costruendo uno staff di primo livello, due elementi essenziali per arrivare fino in fondo. La prossima sorpresa potrebbe nascondersi fra i meno noti dei 21 candidati che al momento sono in corsa: del resto, alle ultime primarie Repubblicane, in questo periodo in cima ai sondaggi c’era Jeb Bush.

Fra i candidati ci sono sei donne – un numero notevole, anche per i Democratici – due sindaci di piccole città, il penultimo vicepresidente, il deputato che ha attirato le attenzioni di tutto il partito alle ultime elezioni di metà mandato, un paio di personaggi buffi che non hanno nessuna speranza di ottenere la nomination, e forse il prossimo presidente degli Stati Uniti.

Joe Biden

È il candidato più noto di tutti, nonché uno dei più anziani. Ex vicepresidente di Barack Obama dal 2009 al 2017, ex rispettatissimo senatore per di più di trent’anni, ha una fama da pragmatico centrista, e un carisma affabile che gli viene riconosciuto più o meno da tutti. Alle spalle ha anche una storia familiare molto travagliata, che ha raccontato estesamente nella sua recente autobiografia (tradotta in italiano da Francesco Costa). Attualmente è in cima ai sondaggi di gradimento, ed è il principale favorito per ottenere la nomination. Qualche mese fa è stato accusato da diverse donne di avere avuto atteggiamenti inappropriati: finora comunque è una storia che non lo ha danneggiato più di tanto.

Cory Booker

Ha 49 anni, è afroamericano ed è l’ex popolare sindaco di Newark, la città del New Jersey che confina con New York. Da anni si parla di lui come uno dei politici più talentuosi del partito, soprattutto per le sue doti oratorie (e l’uso sapiente che fa dei social network). Dal 2013 è in Senato, dove però non è ancora riuscito a legare il suo nome a leggi o temi rilevanti. In campagna elettorale sta parlando molto di diritti civili e sociali, ma qualcuno lo considera troppo vicino agli ambienti dell’alta finanza e ad alcune industrie particolarmente radicate nel New Jersey. Secondo i sondaggi è fra i politici più in vista della seconda fascia (quelli sotto al 5 per cento, diciamo): potenzialmente può giocarsela, ma non è ancora riuscito a far parlare molto di sé in questa prima fase della campagna elettorale. Il video con cui ha avviato la campagna elettorale è forse il migliore fra quelli usciti finora.

Pete Buttigieg

È la sorpresa delle ultime settimane di campagna (e il suo cognome si pronuncia buttageg, con entrambe le “g” morbide). Un paio di mesi fa non lo conosceva quasi nessuno, oggi i sondaggi lo danno subito dietro ai pezzi grossi del partito. Ha 37 anni, è dichiaratamente gay, ha prestato servizio per sette mesi nella Marina in Afghanistan ed è il sindaco di una città dell’Indiana, South Bend. Parla otto lingue – fra cui l’italiano – è appassionato di letteratura e per molti ha lo stesso fascino del professore autorevole ma alla mano, paragonato a quello di Obama (di cui condivide anche moltissime posizioni). Nel partito si parlava da tempo di lui come un potenziale prospetto per la politica nazionale, ma in pochi si aspettavano che decollasse così presto. Nelle ultime settimane però diversi articoli di opinione hanno ridimensionato la straordinarietà della sua storia personale, e il suo punto debole, anche agli occhi degli elettori, potrebbe essere la totale inesperienza ad alti livelli: ha già fatto una mezza figuraccia quando durante un’intervista con CNN ha sostenuto che i carcerati non debbano votare alle elezioni.

Julián Castro

Ha 44 anni, ha origini ispaniche e dal 2014 al 2017 è stato il membro più giovane dell’amministrazione Obama, dove ricopriva l’incarico di segretario allo Sviluppo urbano. Dal 2009 al 2014 era anche stato sindaco di San Antonio, in Texas. In molti si aspettavano che Hillary Clinton lo proponesse come candidato vicepresidente, ma alla fine lei scelse Tim Kaine. In campagna elettorale sta insistendo molto sulla riforma dell’immigrazione e sulla sanità gratuita per tutti, ma non sta attirando grandi attenzioni.

John Delaney

È un ricco imprenditore nell’ambiente della finanza e dal 2013 a pochi mesi fa ha fatto il deputato per una contea del Maryland. È stato il primo a candidarsi alle primarie, nel luglio del 2017 (prima ancora delle elezioni di metà mandato): si propone come un moderato pragmatico, a favore di politiche di compromesso coi Repubblicani. Negli ultimi due anni ha girato tutte le contee dello Iowa, lo stato che tradizionalmente vota per primo alle primarie, senza però suscitare grande attenzione o interesse.

Tulsi Gabbard

È forse la candidata più controversa del mazzo. Ha 38 anni, viene dalle Hawaii ed è un ex maggiore dell’esercito. È deputata dal 2013, e da allora si è spesso distanziata dal suo partito: è stata uno dei rari politici occidentali ad aver incontrato il dittatore siriano Bashar al Assad durante la guerra civile, ha dovuto scusarsi per alcuni commenti omofobi fatti a inizio carriera, ed è stata l’unica candidata fra i Democratici ad prendere per buono il riassunto (poi risultato molto parziale) della Casa Bianca sul rapporto Mueller. Per ora i sondaggi la danno fuori dai posti che contano.

Kirsten Gillibrand

Nella sua vita precedente faceva l’avvocato per un grosso studio di Manhattan. Dopo una decina d’anni al Congresso, è una degli esponenti più autorevoli dell’ala moderata del partito. Nel 2018 si è fatta notare parecchio per essere stata una delle più esplicite a definire Trump «sessista» e per aver insistito molto per le dimissioni del suo collega Democratico Al Franken, accusato di molestie sessuali. Da allora però è un po’ sparita dai radar, e in campagna elettorale non si è ancora fatta notare.

Mike Gravel

È un 88enne ex senatore dell’Alaska, che ha ricoperto la sua ultima carica politica nel 1981. Da allora è diventato un attivista per la pace e la liberalizzazione della marijuana: uno di quelli che si candida per cercare di influenzare il dibattito, e poco altro. Sembra che la sua campagna elettorale sia gestita da un gruppo di adolescenti. «Non voglio fare il presidente per davvero, sono troppo vecchio», ha detto in un’intervista a VICE.

Kamala Harris

54enne senatrice della California, è una delle candidate più in vista di questo giro. È figlia di immigrati indiani e giamaicani, e prima di entrare in politica è stata procuratrice di San Francisco e procuratrice generale dello stato della California. È di sinistra ma non troppo, e la sua proposta più significativa è quella di un taglio netto delle tasse alle classi meno ricche. Nei sondaggi sta andando bene ma non benissimo, e sembra che la cosa che possa più penalizzarla sia la sua carriera precedente, sulla quale hanno iniziato a circolare alcune storie poco rassicuranti. In breve: per un Democratico, e soprattutto per uno che punta molto sui voti delle minoranze, essere stati dalla parte di chi manda le persone in prigione non è un gran punto di partenza.

John Hickenlooper

Ha 67 anni e fino a gennaio è stato un apprezzato governatore del Colorado. Si è dato alla politica dopo aver lavorato come geologo e aver fondato un birrificio. Ha la fama di un pragmatico centrista, molto apprezzato dai funzionari di partito, ma a livello nazionale lo conoscono in pochi. A meno di sorprese o di guizzi del suo comitato elettorale, difficilmente riuscirà a far parlare di sé.

Jay Inslee

Ha 68 anni, è un ex avvocato ed è l’attuale governatore dello stato di Washington. La sua intera campagna elettorale ruota intorno al tema del cambiamento climatico: Inslee sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero puntare a consumare soltanto energia pulita, e che bisogna approfittare del periodo di transizione per creare nuovi posti di lavoro. Al momento è l’unico a parlare con costanza di sostenibilità ambientale, ma a livello nazionale è praticamente sconosciuto e di conseguenza rimane molto basso nei sondaggi.

Amy Klobuchar

Nel 2007 è stata la prima donna ad essere eletta in Senato per il Minnesota. Nella sua vita precedente faceva l’avvocato. In questi anni ha costruito una fama da Democratica concreta e incline al compromesso: di recente si è fatta notare per uno scambio molto incisivo con l’allora aspirante giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh. Per ora si è parlato della sua campagna quasi solo per il suo discorso iniziale, avvenuto durante una bufera di neve. Nei sondaggi è tra i molti candidati che attualmente hanno consensi fra lo 0 e il 5 per cento.

Wayne Messam

È il sindaco afroamericano di una piccola città della Florida, Miramar. È stato eletto nel 2015 dopo una breve carriera nel football americano e nel mercato edilizio. Non ha praticamente nessuna speranza.

Seth Moulton

È un deputato per il Massachusetts alla terza legislatura. Laureato ad Harvard, ex marine, ha un fisico da attore di Hollywood (almeno così dice l’Atlantic), ma non è chiaro quale piattaforma politica proponga né che seguito possa avere a livello nazionale. È stato anche uno degli ultimi a candidarsi ufficialmente, a fine aprile.

Beto O’Rourke

È considerato uno dei candidati di prima fascia, nonostante alle sue spalle abbia una limitata esperienza come deputato per il Texas. La sua fama è dovuta alla partecipazione alle elezioni per il seggio del Senato del Texas: fu sconfitto di pochi voti dal repubblicano Ted Cruz, una risultato che fu considerato una specie di vittoria in uno stato tradizionalmente repubblicano come il Texas. O’Rourke è riuscito a far parlare di sé soprattutto grazie a una retorica e un carisma fuori dal comune, tanto da attrarre milioni di dollari da moltissimi sostenitori in tutto il paese. I sondaggi lo danno appena dietro ai pesi massimi, con percentuali di gradimento dal 6 al 14 per cento.

Tim Ryan

Ha 45 anni e da più di 15 rappresenta un piccolo distretto dell’Ohio alla Camera. Si presenta come un candidato pragmatico di sinistra – è appoggiato soprattutto dai sindacati locali – che guarda perlopiù agli interessi della classe bianca operaia della Rust Belt, quella che fu fondamentale per la vittoria di Trump alle presidenziali del 2016. Qualche anno fa ha scritto un libro sull’importanza della meditazione. Si è candidato da poco, ma nemmeno lui sembra avere molte speranze.

Bernie Sanders

Dopo Biden, è nettamente il candidato più noto e popolare fra quelli in corsa. Ha 77 anni e dopo aver passato gran parte della sua carriera politica in maniera relativamente anonima, prima da sindaco di un piccolo paese del Vermont e poi come senatore, ha attirato grandi consensi e attenzioni per aver sfidato da sinistra Hillary Clinton alle primarie democratiche del 2016. Perse la nomination ma acquisì un profilo nazionale, e da allora è uno dei senatori più ascoltati e influenti del partito. Cosa da non sottovalutare, ha già in piedi una macchina elettorale per raccogliere soldi e organizzare eventi, eredità della scorsa campagna. I suoi temi sono i soliti da quattro anni: indirizzare a sinistra la politica economica del paese – raddoppiando il salario minimo, per esempio – e ridurre le diseguaglianze sociali. Nei sondaggi è appena dietro a Joe Biden.

Eric Swalwell

Alle primarie presidenziali, non tutti i candidati hanno davvero intenzione di andare fino in fondo: c’è chi vuole sollevare l’attenzione su un tema particolare, chi è in cerca di un contratto da opinionista televisivo o da saggista, chi lo fa per guadagnare esperienza per un eventuale tentativo più solido in futuro, e chi vuole semplicemente farsi conoscere. Eric Swalwell sembra rientrare nell’ultima categoria: è un deputato californiano di soli 38 anni ma già alla quarta legislatura. È di sinistra ma non troppo, a Washington si è fatto notare ma non troppo, e in campagna elettorale – lanciata durante una puntata del Late Show di Stephen Colbert – sta parlando soprattutto di nuove leggi per il controllo delle armi, argomento che dovrebbe fare presa soprattutto sugli attivisti più giovani. Di lui sentiremo parlare fra qualche anno, forse.

Elizabeth Warren

Dopo Biden e Sanders, sembra essere la candidata con le maggiori possibilità di ottenere la nomination. È una senatrice del Massachusetts, ex professoressa di economia ad Harvard specializzata nella protezione dei consumatori e nota critica del mondo della finanza negli anni della crisi economica. Negli ultimi anni, insieme a Bernie Sanders, è riuscita a spingere parecchio a sinistra la piattaforma del partito. Le sue proposte più note sono una super-tassa per i milionari e l’eliminazione dei prestiti statali per frequentare l’università, cara a moltissimi americani della classe media. Nei sondaggi sta andando bene, ma forse meno bene di quanto sperava.

Marianne Williamson

È una nota scrittrice che si occupa soprattutto di religione e spiritualità. Amica di Oprah Winfrey, ha quasi 3 milioni di follower su Twitter. Non si è mai occupata di politica, a parte una velleitaria candidatura da indipendente per un posto da deputata per la California. La sua è forse la candidatura più strana di tutte.

Andrew Yang

È un imprenditore e filantropo 44enne. È nato a New York ma i suoi genitori sono di Taiwan, cosa che lo rende l’unico americano di origini asiatiche in corsa. La sua proposta centrale è il reddito di cittadinanza, quello vero. Parla molto anche di intelligenza artificiale e futuro dell’industria. Nei sondaggi ottiene spesso l’1 o il 2 per cento – non male, per essere praticamente sconosciuto – ma nei prossimi mesi per farsi notare dovrà inventarsi qualcosa.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.