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  • giovedì 18 aprile 2019

Cosa c’è nel “rapporto Mueller”

È stato infine diffuso il documento conclusivo dell'indagine sulle interferenze russe nella campagna elettorale statunitense e sul ruolo di Trump e del suo comitato elettorale

La Casa Bianca ha diffuso il “rapporto Mueller”, cioè il documento conclusivo dell’indagine del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze della Russia nella campagna elettorale statunitense del 2016, le presunte complicità del comitato elettorale di Donald Trump e i presunti tentativi del presidente Trump di ostacolare la giustizia. Il rapporto non è stato diffuso in versione integrale – alcune parti sono state coperte con delle pecette per tutelare indagini in corso o la privacy di alcune persone – ed era stato anticipato qualche settimana fa da una sintesi fatta dalla stessa Casa Bianca; sintesi che oggi appare molto parziale, visto che scagionava Trump come il rapporto non fa, anzi.

Il rapporto, lungo 400 pagine, è stato diffuso alle 17 ora italiana. Le sue conclusioni sui temi principali dell’indagine sono:

– la Russia ha interferito con la campagna elettorale statunitense in modo “radicale e sistematico”, allo scopo di favorire Donald Trump e sfavorire Hillary Clinton. Lo ha fatto con la diffusione di notizie false su Internet e con attacchi informatici contro il comitato Clinton allo scopo di rubare documenti e email da diffondere online attraverso Wikileaks. Alcune persone del comitato Trump – compreso il figlio maggiore di Trump, Donald Jr. – hanno avuto a questo scopo estesi contatti sia con emissari e rappresentanti del governo russo che con Wikileaks, pensando di potersi avvantaggiare da queste attività. Donald Trump e molti suoi alleati e sostenitori hanno negato a lungo che la Russia avesse attaccato il Partito Democratico e interferito con la campagna elettorale.

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– i “numerosi contatti” tra il governo russo e il comitato Trump non sono abbastanza per parlare di “cospirazione” o “coordinamento” tra il governo russo e le persone del comitato Trump.
Dal punto di vista legale, spiega il rapporto, non è sufficiente che le due parti fossero in contatto e sapessero l’una delle attività dell’altra, né che sapessero che se ne sarebbero reciprocamente avvantaggiate: serve che si fossero concretamente messe d’accordo per violare la legge. Il rapporto dice anche che “diverse persone affiliate al comitato Trump hanno mentito agli investigatori e al Congresso riguardo i loro contatti con la Russia. Queste bugie hanno ostacolato materialmente l’indagine”. Altre persone hanno cancellato le loro comunicazioni con gli emissari del governo russo. Paul Manafort, all’epoca capo del comitato Trump, condivise con gli emissari russi i sondaggi interni che erano in suo possesso e le strategie elettorali del comitato.

– in almeno undici occasioni il presidente Trump ha agito in modi che potenzialmente hanno ostacolato la giustizia. Gli investigatori dicono che sapevano fin dall’inizio che non sarebbero potuti arrivare alla conclusione di incriminare Trump, per ragioni costituzionali, ma sulla base dei fatti non possono nemmeno esonerarlo dalle accuse, e dicono che solo il Congresso può intervenire.

Di questi undici episodi, alcuni erano già noti, altri no. Il 14 febbraio 2017, per esempio, il presidente Trump chiese all’allora capo dell’FBI, James Comey, di chiudere l’indagine su Michael Flynn, all’epoca consigliere per la sicurezza nazionale, che aveva mentito al Congresso sui suoi contatti con la Russia (e nel frattempo si è dichiarato colpevole). L’8 luglio 2017, sull’Air Force One, Trump dettò personalmente un comunicato di risposta alla notizia dell’incontro tra un’avvocata russa e suo figlio Donald Jr. L’avvocata aveva promesso di avere materiale compromettente su Clinton. Il comunicato era pieno di informazioni false sull’incontro. Il 9 maggio 2017 Trump licenziò James Comey da capo dell’FBI perché Comey si era rifiutato di dire pubblicamente che Trump non era coinvolto nell’indagine. La portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha ammesso agli investigatori di aver mentito quando disse – poco dopo il licenziamento – che tantissimi agenti dell’FBI si erano lamentati di Comey.

L’inchiesta venne poi rilevata da Robert Mueller per decisione – criticatissima da Trump – di Rod Rosenstein, allora vice procuratore generale. Quel giorno Trump era molto turbato e disse all’allora procuratore generale Jeff Sessions, che in quanto coinvolto nell’indagine non poteva occuparsene: «Oh mio Dio. È terribile. Questa è la fine della mia presidenza. Sono fottuto». Il 17 giugno del 2017, poi, Donald Trump ordinò all’avvocato della Casa Bianca, Don McGahn, di far licenziare Robert Mueller da Rod Rosenstein. Trump lo fece telefonando a casa di McGahn. McGahn non obbedì all’ordine. Sempre durante l’estate del 2017 Trump chiese a Sessions di tornare a occuparsi del caso Russia, per scagionarlo, e poi per due volte chiese al suo ex collaboratore Corey Lewandowski di provare a influenzare Sessions allo scopo di scagionarlo.

Il 26 gennaio del 2018 Trump indusse un testimone a mentire: chiese infatti ai suoi collaboratori di smentire un articolo del New York Times secondo cui gli investigatori avevano saputo dei suoi tentativi di licenziare il procuratore Mueller. Trump minacciò McGahn di licenziarlo se non avesse fatto una dichiarazione pubblica dicendo il falso. McGahn rifiutò. Ancora: quando Flynn cominciò a collaborare con gli investigatori, l’avvocato di Trump cominciò a pressarlo per ottenere informazioni sulla sua testimonianza. Non le ottenne e minacciò Flynn dicendogli che il presidente avrebbe saputo della sua «ostilità».

Un’indagine normale ha sempre un esito binario, dice il rapporto: si conclude con la raccomandazione di incriminare o non incriminare le persone indagate. Questo caso però, dice il rapporto, non era un'”indagine normale”, visto che coinvolgeva il presidente: e secondo fondate opinioni legali e costituzionali il presidente non può essere incriminato, perché sarebbe una violazione della separazione tra poteri. Per questo, dice il rapporto, gli investigatori hanno deciso di “adottare un approccio che non potesse potenzialmente condurre alla conclusione che il presidente avesse commesso un reato”, ma hanno indagato per via del forte interesse pubblico per questa vicenda e perché il presidente potrebbe comunque essere incriminato dopo la fine del suo mandato.

Questo è il passaggio più delicato dell’intero rapporto, probabilmente: dopo aver spiegato di aver condotto l’indagine sapendo di non poter arrivare alla conclusione che Trump andasse incriminato, gli investigatori dicono: “Se dopo la nostra attenta analisi dei fatti fossimo convinti che il presidente non abbia ostacolato la giustizia, lo diremmo. Sulla base dei fatti e delle leggi, non possiamo arrivare a questa conclusione. Di conseguenza, per quanto questo rapporto non concluda che il presidente ha commesso un reato, non lo esonera nemmeno”.

Il rapporto aggiunge che solo il Congresso può chiedere conto delle azioni del presidente “sulla base del principio che nessuno è al di sopra della legge” e allo scopo di “impedire a un presidente l’uso corrotto del suo potere”, facendo un riferimento piuttosto chiaro alla procedura di impeachment.