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  • Lunedì 8 ottobre 2018

«Ti devi candidare»

È uscito in Italia l'ultimo libro di Joe Biden, sull'anno più difficile della sua vicepresidenza, le elezioni del 2016 e la malattia del figlio Beau

Joe Biden abbraccia suo figlio Beau alla convention del Partito Democratico statunitense del 2008 a Denver, Colorado. (Win McNamee/Getty Images)
Joe Biden abbraccia suo figlio Beau alla convention del Partito Democratico statunitense del 2008 a Denver, Colorado. (Win McNamee/Getty Images)

È uscito in Italia Papà, fammi una promessa, l’ultimo libro di Joe Biden, ex vicepresidente degli Stati Uniti. Il libro racconta quello che accadde nella vita di Biden nel corso di un anno solare, tra il 2014 e il 2015, dovendosi dividere tra le sue responsabilità di vicepresidente (soprattutto rivolte all’Ucraina, all’Iraq e all’America Centrale), la preparazione a una candidatura nel 2016 alle primarie del Partito Democratico e soprattutto la grave malattia del suo figlio maggiore, Beau, che morì alla fine di maggio portandolo, tra le altre cose, a rinunciare a candidarsi. Per questo quell’anno diventa il più impegnativo della vicepresidenza di Biden e il secondo più duro della sua vita; il primo fu il 1972, quando lui era appena trentenne e sua moglie e sua figlia restarono uccise in un incidente stradale.

Il libro ha avuto recensioni molto positive dalla stampa statunitense e la sua versione italiana è stata tradotta da Francesco Costa, peraltro vicedirettore del Post, autore di “Da Costa a Costa” ed esperto di politica statunitense. È uscito per NR Edizioni ed è disponibile su Amazon. Di seguito, un estratto del primo capitolo.

***

Le giornate si andavano accorciando, e la luce del giorno iniziava a scemare quando i cancelli della nostra casa provvisoria si aprirono e la nostra carovana di auto si spinse oltre la recinzione che circonda l’Osservatorio Navale a Washington D.C. (il luogo che – tra le altre cose – dal 1974 ospita la residenza ufficiale del vicepresidente degli Stati Uniti, ndt). Ci stavamo spostando dalla nostra residenza alla base militare aeronautica di Andrews, dove i miei figli e nipoti erano già riuniti. Io e Jill non vedevamo l’ora di incontrarli per la nostra annuale gita del Ringraziamento. La famiglia era stata una valvola di sfogo essenziale nei cinque anni e mezzo che avevo trascorso da vicepresidente fino a quel momento; passare il tempo con loro era come trovarsi nell’occhio del ciclone, quella zona quasi calma e tranquilla attorno alla quale tutto si muove velocemente: un promemoria di quanto fossero naturali e calmi i ritmi della nostra vita precedente, e di quanto lo sarebbero tornati a essere quando avrei concluso il mio mandato. Il mio lavoro è stato un’avventura incredibile, ma a me e Jill mancavano moltissime cose della nostra vita prima che io diventassi vicepresidente. Ci mancava casa nostra, a Wilmington. Ci mancava la possibilità di lasciarci andare alle chiacchiere durante un lungo tragitto in macchina. Ci mancava il controllo sui nostri impegni e i nostri spostamenti. Le vacanze e le ricorrenze con la nostra famiglia erano diventate momenti di tregua in cui tirare il fiato e ritrovare un po’ di equilibrio. Il resto della nostra famiglia sembrava avere bisogno di questi momenti quanto noi.

[…] Per la famiglia Biden, la tradizione di trascorrere insieme il Ringraziamento a Nantucket nacque nel 1975 come un gesto diplomatico. Ero al mio primo mandato da senatore ed ero vedovo e padre di due figli; Beau aveva sei anni e Hunter ne aveva cinque. Io e Jill Jacobs avevamo iniziato a parlare seriamente del nostro futuro insieme, e il Ringraziamento era la prima festa che avremmo potuto passare insieme, ma avevamo ricevuto decisamente troppi inviti. I miei genitori volevano che trascorressimo la giornata con loro a Wilmington. I genitori di Jill ci volevano invece a Willow Grove, in Pennsylvania. I genitori della mia prima moglie, che era morta insieme a mia figlia in un incidente stradale pochi anni prima, volevano che portassimo i loro nipotini nei boschi a nord di New York e che trascorressimo con loro tutto il fine settimana. Qualunque opzione avessimo scelto, avremmo finito per ferire qualcuno: ed era l’ultima cosa che volevamo. Un giorno ero nel mio ufficio al Senato e stavo spiegando la situazione al mio capo dello staff, quando lui mi disse: «Quello che ti serve è un Ringraziamento nucleare». Intendeva “solo col tuo nucleo familiare”, solo che Wes Barthelmes era di Boston, quindi aveva un accento molto particolare e disse “un Ringraziamento nucleaaaaare”, come se stesse parlando di un bombardamento: capii cosa intendesse solo quando spiegò che sarebbe stato più facile se noi quattro – io, Jill, Beau e Hunt – fossimo andati da soli da qualche parte. Suggerì l’isola di Nantucket, che si trovava a un’ora di traghetto da Cape Cod. Né io né Jill c’eravamo mai stati, ma decidemmo di andare e provare a divertirci.

[…] Arrivati al novembre del 2014, tutta la famiglia aveva imparato la procedura: quello sarebbe stato il nostro sesto viaggio a Nantucket sull’Air Force Two. Andammo alla base di Andrews ognuno con la sua macchina, dandoci appuntamento sulla pista. Il resto della famiglia era già arrivato quando io e Jill scendemmo dall’auto. Il nostro pastore tedesco scese dall’auto e corse per la pista, senza guinzaglio, senza guida. Champ conosceva la strada a memoria. Salì un gradino dopo l’altro e si infilò nell’aereo. La scaletta che conduce all’ingresso dell’Air Force Two è larga abbastanza per due persone appena, e lunga più o meno dieci scalini. Tenevo d’occhio Beau mentre saliva dalla parte sinistra della scaletta. Mio figlio era un po’ più magro rispetto all’ultima volta che l’avevo visto, ma speravo che avesse recuperato la forza che aveva perso nel braccio e nella gamba destra pochi mesi prima. Saliva i gradini con fatica, ma insistette per farlo da solo. Sto bene, continuava a dire. Effettivamente non lo avevo mai sentito lamentarsi dal giorno della diagnosi, quindici mesi prima. «Va tutto bene», diceva in continuazione. «Va ogni giorno meglio». Io avevo avuto l’ordine di non mostrare la mia preoccupazione a nessuno. «Papà, non guardarmi con quella faccia triste», mi aveva ammonito una volta quando si era accorto che lo stavo fissando. Era stato molto fermo: «Papà. Papà! Non guardarmi in quel modo, hai capito?».

[…] Nessuno ne parlava, non era necessario, ma questo Ringraziamento era diverso dagli altri: era come se tutti ci stessimo sforzando particolarmente di essere noi stessi. Eravamo diventati persino fastidiosi nel pretendere da ciascuno il rispetto letterale delle nostre antiche tradizioni. Mercoledì restammo a dormire più a lungo del solito e trascorremmo una mattinata oziosa finché la nonna non riuscì a riunire tutta la comitiva davanti alla porta. Andammo in macchina in città e cominciammo la passeggiata lungo le stesse strade e dentro gli stessi negozi che visitavamo ogni anno da quasi quarant’anni. Tutti i singoli membri della famiglia erano già alla ricerca. Come facevo ogni anno, compravo un regalo per ogni membro della comitiva.

[…] Beau stette per conto suo, il nostro primo giorno a Nantucket. Quelli della scorta erano diventati bravi a nasconderlo. Si stancava facilmente ed era sempre più intimidito dai contatti con le persone. Stava perdendo sensibilità alla mano destra e non era forte abbastanza da stringere la mano. Inoltre, stava facendo i conti con un disturbo che si chiama afasia. In sostanza la radioterapia e la chemioterapia avevano danneggiato la parte del suo cervello incaricata di dare i nomi alle cose. Le sue capacità cognitive erano intatte, ma faceva fatica a ricordare i nomi. Stava faticando molto per recuperare le forze e invertire l’afasia. Andava quasi ogni giorno a Philadelphia per una terapia del linguaggio, oltre che per la chemioterapia. Ashley gli faceva compagnia mentre faceva ginnastica, o sfogliava fotografie e cercava di ricordare i nomi delle cose. Poi lo portava a mangiare fuori prima di lasciarlo a una nuova giornata di lavoro da procuratore generale. Beau voleva dimostrare a tutti che aveva ogni cosa sotto controllo e che stava migliorando. E io gli credevo.

[…] Tornammo in città il giorno dopo il Ringraziamento, assicurandoci di trovarci al posto giusto intorno al tramonto per guardare insieme l’accensione dell’albero di Natale di Nantucket. Beau aveva chiesto a Hallie di sposarlo proprio durante l’accensione dell’albero, nel 2001, e i due si erano sposati l’anno seguente alla chiesa di St. Mary, nel cuore del centro cittadino dell’isola. Hallie aveva sospettato che fosse stato il modo di Beau per incastrarla per sempre nel Ringraziamento della famiglia Biden: effettivamente aveva funzionato. Alla fine della settimana avrebbero festeggiato il loro dodicesimo anniversario di matrimonio, e Hallie non aveva mai saltato un Ringraziamento. Anche nell’anno che Beau aveva trascorso in Iraq, Hallie insistette perché noialtri si andasse tutti comunque a Nantucket, proseguendo la tradizione.

Mentre passeggiavamo per la città, mi ritrovai a pensare a una cosa che stava cominciando a pesarmi. Iniziavo a ricevere molte domande, da molti ambienti diversi, su una mia eventuale candidatura alla presidenza per le elezioni del 2016. Anche il presidente Obama mi aveva sorpreso ponendomi questa domanda a pranzo qualche settimana prima. Voleva sapere se avevo pensato a tutte le cose che avrei potuto fare se non mi fossi candidato. Avrei potuto comunque fare qualcosa di utile, mi aveva assicurato. Avrei potuto aprire una fondazione o un centro studi sulla politica estera. Oppure avrei potuto fare qualcosa che non avevo mai fatto prima: per esempio guadagnare tanti soldi. «Ma hai deciso qualcosa?», mi chiese il presidente d’un tratto, senza giri di parole, in un piccolo spazio privato vicino allo Studio Ovale. «Non ancora» fu l’unica cosa che riuscii a dire.

A un certo punto di quel giorno, lungo le strade di Nantucket, tirai fuori l’argomento con i miei due figli maschi. Avevo la sensazione che loro non volessero che mi candidassi, e glielo dissi. Beau mi squadrò e poi mi disse: «Papà, dobbiamo parlare». Una volta tornati a casa quella sera, quindi, ci sedemmo tutti e tre in cucina e parlammo.

Sapevo che c’erano molti buoni motivi per non candidarmi, su tutti la salute di Beau. E avevo la sensazione che i miei figli, il cui giudizio per me contava sempre di più, non volessero che proprio in questo momento delicato sottoponessi la nostra famiglia al calvario di una campagna elettorale. «Papà, non hai capito niente», disse Beau in cucina. «Ti devi candidare. Io voglio che ti candidi». Hunter era d’accordo: «Noi vogliamo che ti candidi». Parlammo per un’ora, solo noi tre. Volevano sapere cosa stessi facendo per prepararmi, e quale sarebbe stato il momento migliore per annunciare la candidatura. Alcuni dei miei consulenti politici erano convinti che, se mi fossi deciso a candidarmi, avrei dovuto annunciarlo il prima possibile, all’inizio del 2015. Ma noi tre pensavamo che fosse meglio aspettare un po’ di più, per vedere come si sarebbe sviluppata la situazione di Beau. Quando avrei deciso non era importante, mi dissero i miei figli; volevano solo che sapessi che loro erano favorevoli. Hunt continuava a parlare di quanto fossi più preparato e pronto degli altri potenziali candidati, ma la convinzione e l’intensità delle parole di Beau mi avevano spiazzato. A un certo punto disse che candidarmi per me era obbligatorio. Che era il mio dovere. Dovere era una parola che Beau non usava con leggerezza.