L’Europa vuole evitare altri casi come quelli di Ungheria e Polonia

Il Parlamento Europeo propone di introdurre un meccanismo che preveda la sospensione dei fondi europei ai governi che non rispettano lo stato di diritto

(PETER KOHALMI/AFP/Getty Images)

Negli ambienti europei si dice spesso che nell’Unione Europea è difficile entrare, ma che una volta dentro è tutto in discesa. A parte un controllo prevalentemente tecnico sulle leggi di bilancio, l’Unione non ha strumenti efficaci per correggere quelle che considera delle violazioni dei trattati europei compiute dai singoli stati, che sia la sospensione del principio di solidarietà fra gli stati comunitari o della garanzia dello stato di diritto. È la ragione per cui, per esempio, nessun paese è stato punito per non aver accolto richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia fra 2015 e 2017, e più di recente è il motivo per cui i governi di Polonia e Ungheria sono riusciti a trasformare il proprio paese in uno stato semi-autoritario quasi senza conseguenze.

Le istituzioni europee lo sanno da tempo, e stanno provando a risolvere questo problema. Durante la seduta plenaria in corso in questi giorni a Strasburgo, il Parlamento ha approvato una proposta di legge per sospendere i fondi europei ai paesi che compiono gravi violazioni dei trattati come la sospensione dello stato di diritto. Nei documenti preparatori della legge sono citati esplicitamente Ungheria e Polonia come esempio di stati che sarebbero interessati dalle nuove misure.

Negli ultimi anni il governo ungherese guidato dal controverso primo ministro Viktor Orbán ha approvato norme che limitano la libertà di stampaha avuto posizioni molto discriminatorie verso i musulmani, i rom e gli ebrei e ha portato avanti una dura campagna contro i migranti, introducendo leggi che criminalizzano l’immigrazione clandestina. La Polonia, che dal 2015 è governata dal partito di destra radicale Diritto e Giustizia, ha approvato nel giro di pochissimo tempo diverse leggi contro la libertà di informazione e i diritti delle donne, e qualche mese fa ha azzerato la Corte Costituzionale, ponendola praticamente sotto il controllo del governo.

Contro entrambi i paesi, l’Unione Europea ha avviato da qualche tempo la cosiddetta “opzione nucleare”: cioè la misura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona, l’ultimo grande trattato firmato dagli stati membri dell’Unione Europea, entrato in vigore nel 2009. Ha questo soprannome perché è considerata l’ultima risorsa a disposizione dell’Unione per sanzionare gli stati che non rispettano gli standard comunitari. In estrema sintesi, l’articolo 7 permette alla maggioranza degli stati membri di punire uno stato che violi i valori dell’articolo 2 del Trattato, cioè «il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».

Le sanzioni previste dall’articolo 7 sono soprattutto politiche: c’è ad esempio la possibilità di perdere il diritto di voto nelle istituzioni europee. Il problema è che le procedure per attivarle sono molto tortuose: dopo una fase di apertura tutto sommato agevole, le sanzioni devono essere approvate con una maggioranza difficile da raggiungere, cioè i due terzi del Parlamento Europeo, e infine essere votata all’unanimità dagli altri 27 paesi.

Se entrerà in vigore, la proposta di legge approvata oggi dal Parlamento colpirà invece i paesi come Ungheria e Polonia dove sono più sensibili: la legge prevede che in caso di violazione dello stato di diritto la Commissione potrà sospendere l’erogazione dei fondi europei, di cui i paesi dell’est Europa sono fra i principali beneficiari.

La proposta approvata dal Parlamento è basata su quella che in primavera fu presentata dalla Commissione, che suggeriva di legarla al prossimo bilancio pluriennale (quello che sarà in vigore fra 2021 e 2027). Si basa sull’articolo 322, paragrafo 1 lettera a) del trattato sul funzionamento dell’UE, secondo cui spetta al Parlamento e al Consiglio
approvare «le regole finanziarie che stabiliscono in particolare le modalità relative alla formazione e all’esecuzione del bilancio», cioè ai fondi europei. Secondo le modifiche approvate dal Parlamento, saranno colpiti i paesi che minacceranno l’indipendenza della magistratura, che restringeranno l’accesso alle vie legali, e che non contrasteranno a sufficienza la corruzione.

La procedura per sanzionare il paese sarebbe molto più snella di quella prevista dall’articolo 7: spetterà alla Commissione individuare eventuali violazioni e segnalarle al Consiglio, che poi dovrà decidere sulle sanzioni a maggioranza qualificata. Significa soprattutto che nessun paese potrà porre il veto sull’intera procedura, come succede invece per quella prevista dall’articolo 7 (le procedure contro Ungheria e Polonia sono bloccate proprio per i veti dei singoli paesi dell’est).

La proposta di legge è passata senza troppe difficoltà al Parlamento Europeo con 397 a favore, 158 contro e 69 astenuti. Hanno votato a favore tutti i gruppi più istituzionali, mentre l’ala euroscettica ha preferito votare contro. La loro posizione è emersa chiaramente in una serie di interventi durante il dibattito di mercoledì sera. Jonathan Arnott, un europarlamentare britannico eletto con l’UKIP e che siede nello stesso gruppo del Movimento 5 Stelle, ipotizza che con la nuova legge «una commissione [europea] che non è stata eletta potrà giudicare dei governi che invece sono stati eletti», col rischio che l’intervento sia di tipo «politico». Sophie Montel, francese ed eletta col Front National – quindi nello stesso gruppo della Lega – teme che la Commissione Europea possa sanzionare i paesi che «si rifiutano di aprire le loro frontiere alle miserie del mondo», riferendosi all’ostilità di Ungheria e Polonia nei confronti dei migranti.

Il Partito Popolare Europeo (PPE), il principale gruppo parlamentare di centrodestra al Parlamento Europeo, ha formalmente appoggiato la proposta, ma tra i suoi 217 parlamentari solo 139 hanno votato a favore, mentre 24 contro. In quindici si sono astenuti e 40 hanno deciso di non votare. Tutti i deputati del partito ungherese del premier Viktor Orban – Fidesz, che fa parte del PPE – hanno votato contro la proposta, così come diversi deputati della Romania, della Croazia, della Slovenia e della Slovacchia. L’unico parlamentare di un partito tradizionale dell’Europa occidentale a votare contro la proposta è stato Brice Hortefeux, deputato francese dei Repubblicani. Manfred Weber, capogruppo del PPE e candidato del partito alla Commissione Europea, ha scelto di non votare. Anche tra tra i socialdemocratici dell’S&D e i liberali dell’ALDE c’è stata una spaccatura del voto fra est e ovest. In totale 18 parlamentari del S&D hanno votato contro: 10 rumeni, 2 slovacchi, 3 bulgari e 3 cechi. I due deputati dell’Alde che hanno votato contro provengono dalla Romania e dall’Estonia.

La proposta è ancora piuttosto generica, e bisogna capire come uscirà dai negoziati col Consiglio dell’UE (se si riuscirà a concluderli entro la fine della legislatura, cioè a maggio): in alcuni documenti circolati nei mesi scorsi, sembra infatti che il Consiglio non sia particolarmente incline a introdurre una nuova procedura di sanzione, fra le altre cose anche perché teme una sovrapposizione con l’articolo 7 del Trattato di Lisbona.