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  • mercoledì 16 gennaio 2019

Cosa accadrebbe in caso di “no deal”

È lo scenario – descritto da molti come catastrofico e mai così vicino – in cui il Regno Unito esce dall'Unione Europea senza alcun accordo

(AP Photo/Matt Dunham)

Martedì sera il governo britannico di Theresa May ha subito una storica sconfitta nel voto al Parlamento sull’accordo per uscire dall’Unione Europea. May e i suoi colleghi stanno cercando di trovare una soluzione alternativa ma la prospettiva più inquietante, l’uscita del Regno Unito senza un accordo, non è mai stata così vicina. È il famoso scenario “no deal“, che scatterà alla mezzanotte del prossimo 29 marzo se nel frattempo il governo britannico non sarà riuscito a ottenere un rinvio della scadenza o a far approvare un accordo.

I britannici sono divisi su quali saranno le conseguenze del “no deal”. I più forti sostenitori di Brexit ne parlano come di un’opportunità per il Regno Unito, che dopo un periodo di iniziale assestamento permetterebbe al paese di sviluppare appieno le sue potenzialità di crescita. La maggior parte degli osservatori, però, ne dà una descrizione ben diversa: uno scenario catastrofico con conseguenze economiche simili a quelle di un disastro naturale. Secondo uno studio commissionato dal governo britannico, il “no deal” potrebbe costare al paese più del 10 per cento del suo PIL in 15 anni.

Ma cosa significa, concretamente, uscire dall’Unione senza un accordo? Una definizione asciutta e scientifica si trova nel principale documento su questa circostanza prodotto dalla Commissione Europea, in cui si legge che se non sarà raggiunto un accordo alla mezzanotte del 29 marzo 2019 «il Regno Unito diventerà una terza parte rispetto all’Unione, e le leggi dell’Unione smetterebbero di applicarsi sia nei confronti del paese che al suo interno». Il documento passa poi a indicare quali saranno le conseguenze che ne discenderanno.

La prima è che i cittadini europei residenti nel Regno Unito e quelli britannici residenti nell’Unione si troverebbero improvvisamente senza uno status giuridico: tecnicamente extracomunitari, in una zona grigia dal punto di vista legale. La seconda è la cessazione istantanea di tutti gli accordi esistenti che permettono alle persone e alle merci di viaggiare liberamente tra Unione Europea e Regno Unito. Le frontiere che le dividono (soprattutto porti e aeroporti, ma anche i confini di terra tra Irlanda e Irlanda del Nord e tra Gibilterra e Spagna) diventerebbero come quelle che separano l’Unione da paesi terzi, con tutto il corredo di controlli di documenti delle persone e, soprattutto, di controlli sanitari e di aderenza alle norme europee nei confronti delle merci provenienti dal paese.

La terza conseguenza è che il Regno Unito perderebbe l’accesso al mercato unico europeo, l’area economica dentro alla quale non ci sono barriere agli scambi di beni e servizi. Le sue merci sarebbero quindi sottoposto a tariffe e controlli aggiuntivi previsti in questi casi. Per quei settori soggetti a particolare regolazione questo sarà un grosso problema. Per esempio, senza accordi aggiuntivi, il “no deal” annullerebbe gli attuali accordi sull’aviazione civile: teoricamente, questo renderà impossibile agli aerei britannici entrare nell’Unione e viceversa.

La conseguenza più concreta e visibile di questa situazione sarà la formazione di enormi ingorghi di autoveicoli sui due lati del Canale della Manica, dove sono situati i principali porti tramite i quali si svolgono gli scambi di merci tra Unione e Regno Unito. L’ingorgo principale sarà probabilmente quello che bloccherà il sud dell’Inghilterra, intorno al porto di Dover, dove si stima che potrebbero restare bloccati dai nuovi controlli doganali fino a 10 mila autotrasporti; la coda che produrranno potrebbe arrivare a oltre 25 chilometri. Il governo britannico ha già studiato piani per trasformare l’autostrada M20, che da Londra arriva a Dover, in un gigantesco parcheggio per le migliaia di camion che resteranno bloccati.

L’ingorgo sarà un problema sia per gli esportatori britannici, che vedranno le loro merci bloccate per giorni sulle strade, sia per gli abitanti del Kent, la contea a sud di Londra in cui si trova il porto di Dover. Il consiglio della contea ha pubblicato un rapporto particolarmente inquietante per gli abitanti della ragione: «Nel caso di un “no deal” il trasporto di cadaveri negli obitori potrebbe essere bloccato e gli alunni potrebbero essere costretti a saltare la sessione primaverile di esami a causa degli ingorghi sulle strade». Il consiglio aggiunge anche che la distribuzione di cibo in negozi e supermercati sarà con ogni probabilità resa molto più lenta e difficile.

Se il Kent subirà con ogni probabilità le difficoltà peggiori, i diecimila camion bloccati intorno ai principali porti del paese e sulle strade che da sud portano a nord causeranno probabilmente ritardi e problemi nella consegna nella spedizione di ogni tipo di merce. Il governo ha suggerito a ospedali e farmacie di accumulare almeno sei settimane di scorte di farmaci, mentre il ministro della Salute Matt Hancock ha avvertito le società farmaceutiche che devono aspettarsi un “accesso ridotto” al mercato europeo della durata di almeno sei mesi.

Il governo britannico ha iniziato da relativamente poco a prepararsi al “no deal”. Alla fine del 2017 non c’era ancora alcuna vera preparazione in corso e soltanto di recente la stampa è entrata in possesso del piano “Operation Yellowhammer“, il protocollo di emergenza che il governo si prepara a mettere in atto in caso di mancato accordo. Da allora il governo ha accelerato i preparativi. Ad agosto ha pubblicato delle linee guida, mentre una serie di nuovi documenti è stata pubblicata a dicembre. Tra le iniziative a cui si sta preparando ci sono l’assunzione di circa 5 mila nuovi doganieri da impiegare nei porti e lo schieramento di 3.500 militari per far fronte a eventuali disordini.

La strategia del governo punta soprattutto a ridurre al minimo i problemi non necessari. Per quanto riguarda i voli aerei, per esempio, ha già fatto sapere che i suoi aeroporti continueranno ad accogliere voli provenienti da paesi dell’Unione anche senza accordi specifici, e si augura che le autorità dell’Unione faranno lo stesso. Per quanto riguarda farmaci e altri prodotti, il governo ha detto che continuerà ad accettare quelli che circolavano prima del “no deal” senza mettere in atto ulteriori controlli.

Secondo gli esperti, molti effetti negativi del “no deal” potranno essere mitigati se Unione Europea e Regno Unito decideranno di adottare un atteggiamento pragmatico, mettendo in atto accordi specifici e temporanei su singoli aspetti. Per esempio la Repubblica di Irlanda ha già preparato un piano per aggiustare la legislazione che regola i rapporti con il Regno Unito in modo da ottenere una transizione il più morbida possibile. Altre misure di emergenza sono state approvate o sono in fase di approvazione in Francia, Belgio e Paesi Bassi.

La questione principale che per il momento nessuno sembra aver trovato il modo di risolvere è proprio la gestione dell’enorme ingorgo che i nuovi controlli doganali produrranno nei porti sui due lati del Canale della Manica e che causerà ritardi, aumento di prezzi e difficoltà di trasporti (le importazioni di beni deperibili, come frutta e verdura ad esempio, rischiano di essere completamente bloccate). Queste difficoltà potranno avere conseguenze impreviste. Da alcuni documenti del governo è emerso per esempio che la purificazione dell’acqua nel Regno Unito avviene utilizzando prodotti chimici importati dall’Unione Europea e molto difficili da stoccare in anticipo. In caso di “no deal” i fondamentali carichi di queste sostanze rischiano di rimanere intrappolati nel traffico e migliaia di inglesi rischiano così di rimanere senza acqua potabile dai loro rubinetti.

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