4 parole per capire Brexit, spiegate bene

Da "backstop" a "no deal", guida minima ai termini più usati in questi giorni di voti e trattative

(AP Photo/Francisco Seco)

Oggi è un giorno molto importante per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea: il Parlamento britannico voterà sull’accordo che regola le modalità di uscita raggiunto dalla prima ministra Theresa May con l’Unione Europea. L’accordo sarà quasi sicuramente respinto e quello che accadrà successivamente a oggi è difficile da prevedere. Quello che è sicuro invece è che saranno utilizzate parecchio parole come “no deal” e “backstop”, una serie di termini apparentemente oscuri, ma che sono diventati essenziali per comprendere cosa sta succedendo nel Regno Unito e in tutta Europa.

Brexit
Questa è abbastanza facile: è il nome che è stato dato all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, richiesta dagli elettori britannici con il referendum del 23 giugno 2016 e messa in atto tramite l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea. Si tratta della norma che in 5 commi e 250 parole disciplina l’uscita di un paese dall’Unione. L’articolo, invocato il 29 marzo del 2017, concede due anni di tempo per negoziare i dettagli dell’uscita. Questo periodo può essere esteso con il consenso di tutti gli stati membri dell’Unione.

Se non ci sarà un’estensione, quindi, il Regno Unito sarà automaticamente fuori dall’Unione Europa dopo la mezzanotte del 29 marzo 2019. La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che l’uscita dall’Unione Europea può essere bloccata in maniera unilaterale su richiesta del Regno Unito. Questo però richiede che il Regno Unito decida ufficialmente di rimanere nell’Unione Europea. Visto che la decisione di uscirne è stata presa con un referendum, per restare nell’Unione sarebbe necessario un nuovo referendum o comunque una decisione di pari rango costituzionale per annullare la procedura.

People’s vote
È la campagna per organizzare un secondo referendum portata avanti da alcuni sostenitori del “Remain”, cioè coloro che votarono affinché il Regno Unito rimanesse nell’Unione Europea. I suoi sostenitori chiedono che ai cittadini britannici sia offerta nuovamente la possibilità di esprimersi su Brexit, visto che oggi la realtà dell’uscita dell’Unione è, secondo loro, divenuta più chiara e quindi il voto sarebbe potenzialmente più informato. I sostenitori del “People’s vote” si trovano soprattutto nel Partito Laburista, anche se il suo leader, Jeremy Corbyn, non sostiene apertamente questa possibilità, che anzi sembra non convincerlo.

Visto che quasi tutti i conservatori sono contrari, così come una buona parte dei laburisti, al momento non esiste una maggioranza parlamentare favorevole a un secondo referendum. Anche se si trovasse, rimane comunque il grosso problema di cosa mettere sull’eventuale scheda di un secondo referendum. Alcuni sostengono che dovrebbe essere un referendum come quello del 2016 per chiedere semplicemente chi è pro e chi è contro Brexit, altri invece sostengono che le opzioni dovrebbero essere tra uscire senza accordo e uscire con l’accordo raggiunto da May. Altri ancora sostengono che invece sulla scheda dovrebbero essere presenti tutte e tre le opzioni.

No deal
Significa “nessun accordo” ed è lo scenario che si verificherebbe se il Regno Unito arrivasse al termine del periodo previsto per i negoziati senza aver raggiunto un accordo sulla sua uscita dall’Unione. “No deal” è spesso usato come sinonimo di “disastro”, la conseguenza peggiore che potrebbe avere Brexit. I timori principali riguardano quello che accadrebbe alle dogane e ai confini del paese . Dal giorno alla notte, il Regno Unito verrebbe considerato un paese terzo dal resto dell’Unione, con tutti i controlli, le ispezioni, le richieste di bolli e la burocrazia aggiuntiva che questo comporterebbe (e che ormai da anni non esistono più).

Chi ha provato a immaginare gli effetti di un “no deal” ha ipotizzato file lunghissime di camion bloccati nei porti britannici e in quelli della costa dell’Europa settentrionale. Ritardi, cancellazioni e un generale caos negli aeroporti. Problemi di ogni tipo per i cittadini britannici, che in una prima fase potrebbero persino trovare vuoti gli scaffali di supermercati e farmacie. Ma ci sarebbero ricadute anche in Europa, dove i danni economici subiti dal Regno Unito finirebbero inevitabilmente per riversarsi.

Per alcuni membri del Partito Conservatore, però, questi scenari sono esagerati e irrealistici. Secondo i membri del cosiddetto European Reasearch Group, i più duri sostenitori di Brexit, un “no deal” non sarebbe affatto così grave e anzi ritengono che sia preferibile all’attuale accordo raggiunto con l’Unione Europea dal governo di Theresa May. Questo è il motivo per cui molti parlamentari Conservatori potrebbero votare contro l’accordo.

Backstop
È il pezzo forte dell’accordo raggiunto da May con l’Unione Europea, il punto centrale e più controverso (oltre che più complesso). Facciamo un passo indietro: l’accordo di May stabilisce che dopo il 29 marzo il Regno Unito e l’Unione Europea entrino in un periodo di transizione di due anni, durante il quale tutte le attuali regole europee rimarranno in vigore. In questi due anni ci saranno ulteriori negoziati per dirimere le ultime questioni complesse che riguardano Brexit, in particolare i lunghi e complicati accordi commerciali.

Il “backstop” (che significa più o meno “barriera”) è il meccanismo di emergenza che dovrebbe essere applicato nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un nuovo accordo definitivo entro la fine del periodo di transizione. Per evitare effetti simili a quelli di un “no deal”, il backstop prevede che in caso di mancato accordo venga stabilita un’unione doganale tra Regno Unito e Unione Europea. Significa in sostanza che tra le due aree non ci saranno tariffe, dazi o quote sulle merci. Per quanto definita in varie occasioni “temporanea”, questa unione doganale non potrà essere rescissa se non con il consenso di entrambe le parti.

Significa che da un lato i traffici di merci tra Regno Unito ed Unione Europea saranno resi più semplici, dall’altro che il Regno Unito sarà agganciato in maniera potenzialmente permanente all’area doganale europea con l’effetto collaterale di limitare molto la sua capacità di negoziare accordi commerciali con paesi terzi non UE (per esempio, se l’UE ha dei dazi nei confronti di un certo paese, il Regno Unito non potrà fare un accordo commerciale che li cancella, poiché dovrà rispettare le disposizioni dell’unione doganale di cui fa parte). Questo non piace affatto ai sostenitori duri e puri della Brexit.

L’altra ragione che ha portato alla creazione del “backstop” è che nessuno vuole che si crei un confine rigido, con controlli doganali su persone e merci, nel principale confine terrestre tra Unione e Regno Unito, quello che corre tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. È un problema economico – i due lati di quel confine sono profondamente integrati con un gran passaggio di merci e persone – ma anche politico. L’Irlanda del Nord è stata per decenni attraversata da una sanguinosa guerra civile tra gruppi cattolici che volevano l’unione con la Repubblica d’Irlanda e gruppi protestanti favorevoli a restare nel Regno Unito. Uno degli architravi degli accordi di pace che negli anni Novanta hanno messo fine al conflitto è stato proprio la creazione di un confine aperto e facile da attraversare. Questo confine potrebbe venire meno in caso di applicazione di rigide regole doganali.

Per evitare questa situazione, i negoziatori europei, su richiesta della Repubblica d’Irlanda, hanno insistito per avere nell’accordo un meccanismo che fornisse una soluzione di emergenza in caso di mancato accordo. Quello che ne è uscito è appunto il “backstop”. Da un lato i negoziatori britannici hanno ottenuto l’entrata del Regno Unito nell’area doganale unica in caso di mancato accordo (che ai negoziatori europei non piaceva), ma in cambio hanno dovuto accettare due condizioni molto dure. La prima l’abbiamo già vista, è la clausola che permette di ritirarsi dall’unione doganale solo con il reciproco consenso.

La seconda è costituita da una serie di norme specifiche che si applicheranno solo all’Irlanda del Nord. In sostanza, questa regione del Regno Unito sarà ancora più integrata al “mercato unico europeo” rispetto al resto del paese. Di fatto non ci saranno controlli doganali tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda (che fa parte dell’Unione Europea). I controlli avverranno invece quando le merci si sposteranno tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito e viceversa. Insomma, è come se il “backstop” stabilisse che, in caso di mancato accordo, il confine tra Unione Europea e Regno Unito sarà spostato, almeno per quanto riguarda le merci, dalla linea che corre tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda al tratto di mare che separa l’Irlanda e la Gran Bretagna.

L’idea che l’Irlanda del Nord riceva un trattamento diverso dal resto del paese è inaccettabile per moltissime forze politiche britanniche. Gli scozzesi del SNP, ad esempio, hanno minacciato un nuovo referendum sull’indipendenza se non venisse garantito loro lo stesso trattamento riservato all’Irlanda del Nord. Il DUP, il partito nazionalista nordirlandese favorevole all’integrazione con il Regno Unito, una formazione piccola ma che al momento garantisce la maggioranza al governo conservatore di Theresa May, è contrario per le ragioni opposte. Teme che differenziare il trattamento ricevuto dall’Irlanda del Nord rispetto al resto del paese sia il primo passo per separare la regione dal Regno Unito e integrarla nella Repubblica d’Irlanda.