Intanto il Regno Unito si prepara al peggio

Il governo ha accelerato i preparativi per una Brexit senza accordo, che prevedono anche il dispiegamento di 3.500 soldati

Il ministro britannico per la Casa e le comunità locali James Brokenshire (a sinistra), il ministro della Giustizia David Gauke (al centro) e il ministro della Difesa Gavin Williamson, all'uscita della riunione del governo per decidere il piano in caso di “no deal”. (TOLGA AKMEN/AFP/Getty Images)

A poco più di tre mesi dalla data prevista per l’uscita formale del Regno Unito dall’Unione Europea, il governo britannico ha iniziato a mettere in moto una serie di preparativi per prepararsi all’eventualità del “no-deal”, cioè dell’uscita dall’UE senza un accordo. La prima ministra Theresa May sta aumentando gli appelli ai parlamentari e ai leader stranieri perché sostengano l’accordo che ha negoziato con l’Unione, che però a oggi non otterrebbe la maggioranza in Parlamento, che dovrebbe esprimersi intorno alla metà di gennaio. Per questo, anche se May continua a dirsi sicura che alla fine l’accordo verrà approvato, i vari ministeri hanno dato le prime disposizioni sul piano in caso di “no deal”, come l’organizzazione dello spazio sui traghetti per i rifornimenti e il dispiegamento di 3.500 soldati dell’esercito perché rispondano a eventuali disordini.

Martedì il governo si è riunito specificamente per elaborare queste disposizioni, confermate martedì da un portavoce della prima ministra. Il piano principale del governo, e la migliore opportunità per il Regno Unito, rimane l’approvazione dell’accordo negoziato con l’UE, ha detto il portavoce, ma è arrivato il momento di accelerare i preparativi per un’eventuale uscita senza accordo. Il governo ha annunciato che invierà delle raccomandazioni e istruzioni specifiche a tutte le imprese britanniche, e che saranno informati su come comportarsi anche i cittadini britannici, attraverso la televisione, i social media e altri mezzi.

Delle note tecniche sulle conseguenze pratiche di un’uscita senza accordo, e sulle misure specifiche che prenderà il governo, hanno iniziato a essere pubblicate già dall’autunno. Il governo ha già detto, per esempio, che i diritti dei cittadini britannici residenti nell’UE – compreso quello di lavorare e vivere nel paese che li ospita – non saranno protetti senza un apposito accordo; per quelli stranieri che si sono stabiliti nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019, invece, continueranno a valere alcuni diritti, come quello di vivere e lavorare nel paese, ma ne perderanno altri come quelli legati al ricongiungimento familiare. Potrebbe subire gravi stravolgimenti il traffico aereo, ma il dipartimento dei Trasporti ha detto che provvederà a stipulare accordi specifici in modo da non sospendere i voli tra Regno Unito e UE.

Potrebbero esserci problemi anche per i rifornimenti di merci, specialmente per quelli di prodotti freschi provenienti dal sud dell’Europa nei mesi invernali: il Guardian scrive che per questo i magazzini di surgelati sono completamente prenotati per i prossimi sei mesi. In caso di “no deal”, poi, tornerà a essere attivo il roaming, abolito nei paesi dell’UE nel 2017. Si temono tra le altre cose grossi problemi nei porti del sud del paese, specialmente a Dover, città che regola la propria quotidianità e la propria economia sulle navi che arrivano e partono per l’Europa: è in particolare per situazioni di questo tipo che è stato previsto il dispiegamento dei 3.500 soldati.

Tra le altre cose, il governo stanzierà parte di un fondo di emergenza di 2 miliardi di sterline per assumere circa 3.000 nuovi funzionari che rispondano ai reclami e alle richieste di assistenza alle frontiere e alle dogane. Il governo, infine, non ha ancora detto come funzionerà in caso di “no deal” il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, cioè il principale ostacolo alle trattative degli ultimi mesi. Le cinque associazioni più importanti tra quelle che rappresentano gli imprenditori britannici hanno chiesto ai parlamentari di approvare l’accordo di May, perché «hanno in mano il destino dell’economia».

Ma il Regno Unito non è il solo a prepararsi all’eventualità del “no deal”: come ha raccontato Politico.eu, lo sta facendo anche l’Unione Europea, che sta preparando una serie di accordi per evitare sconvolgimenti in alcuni settori specifici, come il traffico aereo. Ma secondo Politico l’UE vuole al contempo mettere in chiaro che un’uscita senza accordo avrà conseguenze gravi sul Regno Unito, che non potrà più beneficiare di molti vantaggi garantiti agli stati membri né potrà godere del periodo di transizione di 21 mesi previsto dall’accordo di May, che garantisce quasi due anni di tempo per sostituire molti accordi attualmente in vigore.

Ma nelle intenzioni dell’UE, le misure temporanee e specifiche saranno adottate soltanto quando sono nell’interesse dei cittadini europei, e comunque dureranno soltanto nove mesi, in cui, scrive Politico, «il Regno Unito dovrà replicare l’infrastruttura legislativa e politica assemblata in 40 anni di relazioni con l’UE». Questo insieme di accordi, che stabilisce cosa sarà coperto e cosa no in caso di uscita senza accordo, dovrebbe essere approvato mercoledì dalla Commissione europea.