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  • mercoledì 16 gennaio 2019

Il governo May è rimasto in piedi: e ora?

Lo sappiamo noi quanto lo sa questo lampione: con Brexit è davvero un casino

(Jack Taylor/Getty Images)

Mercoledì sera il Parlamento britannico ha confermato la fiducia al governo di Theresa May, nonostante meno di 24 ore prima avesse a larghissima maggioranza votato contro l’accordo su Brexit raggiunto da May con l’Unione Europea. Questa apparente schizofrenia dei parlamentari britannici è dovuta alla complessa situazione politica in cui si trova il paese e alle dimensioni della scelta che la leadership britannica deve compiere: abbandonare l’Unione Europea senza sapere esattamente cosa succederà dopo, visto che non lo aveva mai fatto nessuno prima d’ora. Per il momento, comunque, l’onere di trovare una soluzione è ancora sulle spalle di May, che ora ha di fronte a sé queste possibilità.

Tentare un secondo voto sullo stesso testo
Come aveva detto già martedì sera, May inizierà ora a incontrare deputati e leader parlamentari nel tentativo di trovare una “soluzione” su Brexit che sia per loro accettabile. Significa capire come mai molti parlamentari Conservatori abbiano votato contro l’accordo e provare a offrire loro qualcosa per fargli cambiare idea.

Se May troverà quantomeno spazio per trattare con i parlamentari – fino ad oggi ce ne è stato poco – potrebbe provare a ottenere qualche piccola concessione dall’Unione Europea per rendere più digeribile l’attuale accordo. C’è da tenere presente però che l’Unione Europea ha sempre detto di non volere rinegoziare l’accordo su Brexit: May potrebbe al massimo ottenere qualche promessa sui temi che sembrano stare più a cuore ai parlamentari Conservatori, e sperare che bastino per fare approvare l’accordo.

In sintesi: l’accordo rimarrebbe uguale, si voterebbe lo stesso testo ma con delle rassicurazioni “extra” per renderlo più accettabile.

C’è una grossa complicazione però: a inizio gennaio il Parlamento aveva votato una mozione che, in caso di bocciatura dell’accordo su Brexit – scenario che si è realizzato ieri –, obbligava il governo a presentare un nuovo piano per Brexit entro tre giorni lavorativi, quindi entro lunedì 21. May quindi avrà 5 giorni effettivi per trovare una quadra sull’accordo, prima di ripresentarlo al Parlamento per un nuovo voto. Il Parlamento a quel punto avrebbe 7 giorni lavorativi di tempo per votare nuovamente, ma potrebbe anche decidere di emendare il testo di May e presentare un piano alternativo per l’uscita dall’Unione Europea. È una possibilità molto remota, perché di fatto non sembra esistere una maggioranza trasversale che possa accordarsi su un testo unico.

Nella remota possibilità che il Parlamento trovi un accordo per un piano alternativo a quello di May, il governo potrebbe decidere di usarlo come base per riaprire le trattative con l’Unione Europea, sempre che l’Unione Europea accetti di riaprire le trattative.

Cercare di avviare nuovi negoziati
Oltre all’iniziativa parlamentare, la richiesta di avviare nuovi negoziati potrebbe arrivare autonomamente da May. In entrambi i casi – che ripetiamo, dipendono dalla volontà dell’UE di riaprire i negoziati, una cosa che ad oggi è stata esclusa in diverse circostanze – c’è da considerare che la data fissata per Brexit è il 29 marzo, e rimarrà questa a meno di proroghe eccezionali concesse dall’Unione Europea.

Quindi: May dovrebbe prima convincere l’Unione Europea a riaprire i negoziati, dovrebbe ottenere una proroga sulla data di Brexit e dovrebbe poi trovare un nuovo e migliore accordo da sottoporre al Parlamento. Il primo passo, comunque, è quello di presentare un piano al Parlamento entro lunedì 21 gennaio.

Tenere un secondo referendum su Brexit
Ad oggi non esiste una maggioranza favorevole a un secondo referendum su Brexit, soluzione appoggiata da alcuni sostenitori del “Remain”, ma dopo la bocciatura dell’accordo questa opzione potrebbe diventare un modo per uscire dall’impasse. Richiederebbe un rinvio della scadenza per Brexit prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, anche perché ci sarebbe da capire che quesito referendario proporre: chiedere semplicemente chi è pro e contro Brexit, oppure chiedere di appoggiare o opporsi all’accordo già negoziato da May? I tempi per tenere un secondo referendum potrebbero essere non inferiori alle 22 settimane, dicono gli esperti.

Qualsiasi sia la situazione del governo britannico, se la scadenza del 29 marzo non verrà rimandata e se per allora non sarà approvato dal Parlamento britannico un accordo negoziato con l’Unione Europea, si realizzerà lo scenario del “no-deal”, espressione spesso usata come sinonimo di “disastro”.

Rinunciare a Brexit?
È di fatto una possibilità, perché il Regno Unito potrebbe decidere autonomamente di interrompere il processo di uscita dall’Unione Europea. Theresa May ha detto più volte che non intende farlo e al momento sembra più probabile che si arrivi al 29 marzo senza un accordo tra Unione Europea e Regno Unito.

“No deal”
Se niente dovesse essere deciso e se l’Unione Europea non dovesse concedere alcuna proroga sul 29 marzo, quel giorno il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea senza un accordo sul cosa fare dopo.

Cosa accadrebbe in caso di “no deal”

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