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  • lunedì 5 novembre 2018

Quando il mare sommerse Venezia

Cinquantadue anni fa — a inizio novembre — l'Adriatico sfondò il litorale e 150.000 abitanti rimasero isolati per giorni: da lì si capì che la città doveva essere protetta

di Pietro Cabrio
Piazza San Marco sott'acqua per l'alluvione del 4 novembre 1966 (AP Photo)

Sant’Erasmo è la seconda isola più grande della laguna veneta. Si trova a est di Venezia, esattamente davanti alle bocche di porto più a nord, quelle del Lido, uno dei tre punti del litorale in cui il mare incontra l’acqua della laguna. La mattina del 4 novembre 1966, l’isola — allora abitata da un migliaio di persone — venne colpita da onde insolitamente alte che con il passare delle ore toccarono i quattro metri.

Prima di arrivare lì, le onde del mare Adriatico, spinte da un forte e incessante vento di scirocco, avevano ricoperto il Cavallino, la penisola dove termina il litorale jesolano, distruggendo coltivazioni e i numerosi allevamenti dell’epoca. L’isola di Burano, posta esattamente dietro, solitamente nella acque calme della laguna, si era ritrovata improvvisamente in balia del mare. Le case, i negozi e le chiese più esposte vennero travolte e svuotate all’interno dalla forza dell’acqua. Senza più ostacoli davanti, le onde ci misero poche ore a raggiungere Venezia. Quel giorno i rilevatori del bacino di San Marco — la parte più bassa della città – misurarono per la prima volta nella storia dei rilevamenti una marea alta 1 metro e 94 centimetri.

La città rimase allagata e isolata dalla terraferma per giorni, al buio e al freddo di un novembre già rigido, oltre che umido. Venezia rimaneva collegata a Mestre solo dal Ponte della Libertà e le barche non potevano navigare perché non passavano sotto i ponti. Tutta Italia in quei giorni era stata colpita dal maltempo, e lo stesso giorno l’Arno straripò a Firenze. Ma a differenza della piena dell’Arno, l’alluvione di Venezia fu un disastro lento, annunciato ma comunque inevitabile, che isolò e immobilizzò per giorni la città e i suoi abitanti.

Le tacca con cui venne segnata l’acqua alta del 4 novembre 1966 in Campo Santi Filippo e Giacomo (Wikimedia)

Fra il 3 e il 4 novembre 1966 a Venezia venne meno l’equilibrio che per secoli aveva preservato l’esistenza stessa della città. I 150.000 abitanti dell’epoca si accorsero per la prima volta in decenni di poter essere colti ancora alla sprovvista dall’acqua, e di poter perdere tutto in poche ore. La città era stata inoltre troppo a lungo trascurata, complici gli avvenimenti storici che avevano interessato l’Italia e quella zona del paese nella prima metà del Novecento. L’alluvione del 1966 diede inizio allo svuotamento dell’isola, che oggi, a distanza di una cinquantina di anni, conta centomila abitanti in meno e un tessuto sociale ormai ridotto e nascosto sotto un enorme flusso turistico.

Le cause dell’alluvione

L’alluvione di Venezia del 1966 fu causata da quattro diversi fenomeni che finirono per avere come epicentro proprio la laguna veneta.

La prima segnalazione di criticità venne ricevuta dalla prefettura di Venezia all’ora di pranzo del 3 novembre, quando l’ufficio del Genio civile segnalò che la situazione dei fiumi della provincia era fuori controllo. In gran parte del Nord Est pioveva ininterrottamente dal 27 ottobre. Le piene dell’Adige, del Piave e del Tagliamento avevano spaccato gli argini finendo per allagare i centri abitanti in campagna e ingrossando tutti gli altri corsi d’acqua principali: nel caso del Piave e del Tagliamento, questo contribuì irrimediabilmente all’innalzamento del livello dell’acqua del litorale e quindi della laguna. Il maltempo, unito al vento di scirocco e alla bassa pressione, fu anche la causa della mareggiata che si scatenò nell’Adriatico, con il mare a forza otto che spingeva proprio in direzione della città.

Riva degli Schiavoni sommersa dall’acqua (Comune di Venezia)

La sera del 3 novembre 1966 gli spettatori del Teatro del Ridotto di Venezia furono tra i primi ad accorgersi e poi segnalare l’inizio dell’alluvione. Uscirono dalla sala — poco distante da piazza San Marco — al termine dell’ultimo spettacolo serale, verso la mezzanotte. Scesero le gradinate verso l’uscita ma dovettero fermarsi. L’atrio era stato allagato da una trentina di centimetri d’acqua. L’allagamento sembrava dovuto a una marea particolarmente sostenuta e sottostimata. L’orario e il maltempo bloccarono gli spettatori più impreparati all’interno del teatro per il resto della notte. Ma la marea non calò e alcuni dovettero restarci anche per parte del giorno dopo. Non si trattava della solita marea lunare — il cui livello sale e scende di solito ogni sei ore — ma di una marea spinta senza sosta dallo scirocco, ingrossata dal livello delle acque circostanti e sostenuta poi dal corso delle maree regolari.

La situazione si aggravò quando, la mattina del 4 novembre, il mare in burrasca sfondò in tre punti i murazzi, le antiche mura costruite nel Settecento per difendere le acque della laguna dal mar Adriatico. La località di Pellestrina — proprio sotto i murazzi — venne completamente sommersa e si ritrovò in mare aperto. Gli abitanti riuscirono a lasciare l’isola in tempo e si rifugiarono all’Ospedale al Mare del Lido, il cui direttore, la sera del 4 novembre, comunicò al prefetto l’arrivo di ottocento alluvionati. Ma in tarda mattina anche il Lido venne ricoperto dal mare. A quel punto Venezia si trovò priva delle sue storiche difese e ed esposta al mare.

I murazzi di Pellestrina fotografati la mattina del 4 novembre 1966 (Wikimedia)

Duilio Stigher era un operatore Rai di base a Venezia che quel giorno venne mandato a filmare quell’acqua alta straordinaria. Si fece dare un passaggio da una piccola imbarcazione per raggiungere piazza San Marco e lì, anche dopo aver cambiato imbarcazione, si ritrovò in balia delle onde come se fosse lontano dal litorale, in mare aperto, e non fu in grado di uscire dalla piazza. Riuscì comunque a girare le riprese più accurate dell’inizio dell’alluvione conservate negli archivi Rai.

Le conseguenze

L’acqua distrusse i negozi e i piani terreni delle case, i cui abitanti si rifugiarono per giorni ai piani superiori, sporgendosi dalle finestre per osservare il movimento della marea, che non accennava a diminuire. L’elettricità saltò in tutta la città, ospedali compresi, e l’acqua si insinuò nei serbatoi che alimentavano gran parte dei sistemi di riscaldamento delle abitazioni. Le calli e i canali si riempirono quindi di gasolio e nafta, i cui segni rimasero visibili in superficie per anni e in alcune zone anche oggi. Le acque entrarono nei musei, nelle chiese, nelle biblioteche e negli archivi di stato, causando danni incalcolabili che richiesero anni di restauri. Come per Firenze, fu fondamentale l’aiuto dell’UNESCO e di altre organizzazioni non profit internazionali.

Danni maggiori furono scongiurati quando il vento di scirocco smise di soffiare contro Venezia da un minuto all’altro. Alcune testimonianze dell’epoca di persone che in quel momento si trovavano all’aperto raccontano di come fu netta e improvvisa l’assenza di vento, che rese tutto d’un tratto la città completamente silenziosa. L’acqua smise di crescere ma ci vollero ore prima che iniziasse a calare — permettendo alle imbarcazioni di soccorso di passare sotto i ponti — e altri giorni per liberare campi e calli.

Una fermata d’imbarco ai vaporetti affondata dalla marea (Comune di Venezia)

Dopo una settimana l’allora sindaco di Venezia riuscì a dare una prima stima del costo degli interventi necessari alla ricostruzione della città e delle località del litorale danneggiate, che ammontavano a circa tre miliardi di lire. Più di duemila attività commerciali vennero danneggiate, molte delle quali in modo talmente grave da venire chiuse definitivamente o trasferite in terraferma. Non solo l’Italia, anche il resto del mondo si accorse che Venezia aveva bisogno di interventi per essere salvaguardata, così come la sua laguna. Proprio in quegli anni la costruzione del canale dei Petroli, progettato per favorire il transito delle petroliere verso il petrolchimico di Marghera, fu soggetta a lunghe polemiche per l’impatto ambientale che provocò, fra le altre cose, un notevole innalzamento del livello della marea in quella zona.

Nel 1973 fu emanata la legge speciale che sancì l’inizio del lungo processo con cui si cominciarono a studiare le possibilità per salvaguardare Venezia e la laguna dall’acqua alta. Fu creato il Comitato interministeriale per la Salvaguardia della città e si iniziò a parlare di un sistema artificiale per proteggerla dalla marea, quello che oggi si chiama MOSE ed è ancora in fase di realizzazione.