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  • venerdì 4 novembre 2016

L’alluvione di Firenze, 50 anni fa

Tra il 3 e il 4 novembre del 1966, dopo giorni di forti piogge, l'Arno esondò allagando molte zone della città e della provincia e causando la morte di 35 persone

Ponte Vecchio durante l'alluvione. (Raffaello Bencini/AFP/Getty Images)

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1966, cinquant’anni fa, Firenze fu colpita da una grave alluvione, causata dallo straripamento dell’Arno in seguito a una lunga serie di piogge nei giorni precedenti. Molti quartieri della città, compreso il centro storico, furono allagati, con l’acqua che superò in alcune zone i cinque metri. L’alluvione interessò, oltre a Firenze, buona parte della Toscana, e causò in tutto 35 morti. Il bilancio dei morti fu diffuso soltanto nel 2006, dopo anni di stime anche esagerate: 17 persone morirono a Firenze, e 18 in altre parti della Toscana. È opinione condivisa che i morti nell’alluvione del 1966 avrebbero potuto essere molti di più se fosse successa un altro giorno: il 4 novembre è infatti la festa delle forze armate e dell’unità nazionale, che fino al 1976 era un giorno festivo e la maggior parte delle persone era a casa, invece che al lavoro o per strada. Nello stesso giorno, anche il Nord Italia fu interessato da un’alluvione, e in particolare il Trentino-Alto Adige, il Veneto e la parte orientale della Lombardia: l’alluvione del 1966 nel Triveneto, come viene indicato l’area del Nord Est che fu colpita dalle piogge, è meno ricordata di quella di Firenze, ma causò comunque decine di morti.

Negli ultimi giorni di ottobre e nei primi giorni di novembre del 1966 diverse zone dell’Italia erano state interessate da forti e continue piogge, che avevano fatto ingrossare moltissimi fiumi, canali e torrenti. In Toscana le precipitazioni erano state particolarmente intense, e i livelli dell’Arno e dei suoi affluenti si erano innalzati: non era una situazione insolita, e fino al 3 novembre fu semplicemente tenuta sotto maggiore controllo dalle autorità locali, che già quel giorno avvisarono comunque il ministero dell’Interno. A partire dal tardo pomeriggio di giovedì 3 novembre, la situazione cominciò a peggiorare: le piogge erano sempre più intense, l’Arno continuava a crescere e i primi torrenti cominciarono a straripare. I primi problemi si verificarono in provincia di Arezzo, più vicina alla sorgente dell’Arno, e nella tarda serata straripò il torrente Resco a Reggello, a sud est di Firenze: nel crollo di una casa, morirono sette persone, tra cui una coppia sui trent’anni e le due figlie, di sei e nove anni.

A partire dalla mezzanotte, le cose iniziarono a peggiorare in fretta: a Firenze cominciarono ad allagarsi cantine e garage, pezzi di strade – tra cui l’Autostrada del Sole – ci furono frane e diverse zone rimasero isolate nella valle del Casentino, in provincia di Arezzo. Polizia, ingegneri e autorità non sapevano bene cosa fare, e il buio complicò le valutazioni: alla fine fu deciso di non suonare le campane per dare l’allarme, per non causare panico tra gli abitanti. La prima zona della città allagata fu il Parco delle Cascine, sulla riva destra dell’Arno e subito a nord ovest del centro storico: morirono decine di cavalli di un ippodromo e alcuni animali dello zoo. Tra le due e le quattro di notte, molte linee fognarie esplosero per la troppa pressione, e l’Arno, dopo essere straripato nelle frazioni a est di Firenze, cominciò a inondare il centro storico, prima nelle vie intorno alla chiesa di Santa Croce, e poi dall’altra parte del fiume, in tutto l’Oltrarno. A Scandicci, comune a sud di Firenze, e a Lastra a Signa, a ovest, le strade si allagarono per l’esondazione dell’Arno e di altri torrenti.

Nelle prime ore del mattino, le zone allagate di Firenze erano tantissime, e la situazione era altrettanto grave nei comuni intorno alla città, da San Mauro a Signa a Campi Bisenzio a Montelupo Fiorentino. Gli argini dell’Arno cominciarono a cedere, e l’acqua iniziò a scorrere con più intensità verso il centro storico di Firenze: intorno alle nove arrivò in piazza Duomo, mentre in altre zone raggiungeva già i tre metri di altezza per le strade. Alle Murate, il carcere nella zona di Santa Croce, gli abitanti prestarono soccorso ai detenuti, ospitandoli in casa (uno di loro, di 25 anni, morì nell’allagamento). Nel corso della mattinata, si ruppero altri argini, e diversi altri comuni intorno alla città furono allagati, tra cui Lecore e San Giorgio a Colonica. Il comune più colpito fu però Campi Bisenzio, dove l’acqua superò i quattro metri di altezza. Ci furono esondazioni anche a Prato e Sesto Fiorentino, a nord ovest di Firenze. La situazione, a Firenze, cominciò a rientrare solo in serata, ma i problemi si spostarono agli altri comuni lungo il corso dell’Arno, da Empoli alla provincia di Pisa. Molto più a sud, esondò anche il fiume Ombrone, allagando Grosseto e causando un morto.

Tra le testimonianze più famose ci fu quella del giornalista Marcello Giannini, che in collegamento con il telegiornale nazionale fece sentire il rumore dell’acqua per le strade di Firenze, dicendo: «Se apro la finestra, tanto per dare l’impressione di cosa c’è sotto di noi, se si sente il rumore. (…) Ecco, questo non è un fiume, non è un fiume, ma è la via Cerretani, è la via Panzani, è il cuore di Firenze invaso dall’acqua».

Nel 2006, in occasione dei 40 anni dall’alluvione, l’associazione Firenze Promuove diffuse l’elenco ufficiale delle vittime, che l’allora prefetto di Firenze inviò al ministero dell’Interno nel dicembre del 1966. La maggior parte delle 17 persone morte a Firenze erano anziani rimasti soli nelle proprie case nel giorno dell’alluvione, alcuni dei quali invalidi. Tra i morti ci furono anche una donna di 48 anni e un operaio dell’acquedotto di 53 anni, oltre al carcerato di 25 anni. Quasi tutti morirono perché furono presi alla sprovvista dall’inondazione mentre si trovavano in casa. La portata dell’alluvione fu infatti sottovalutata da moltissimi abitanti di Firenze e della Toscana, che si preoccuparono troppo tardi di mettersi al riparo ai piani alti delle abitazioni. Qualcuno morì anche perché scese per strada per vedere com’era la situazione dell’Arno. Un uomo di 80 anni morì nell’esplosione di un deposito di carburo di calcio di un’officina di saldature. Delle 18 persone morte nella provincia di Firenze, una era di Campi Bisenzio, quattro di Castelfiorentino, due di Empoli, due di Montelupo Fiorentino, sette di Reggello, due di Sesto Fiorentino.

Nei giorni successivi arrivarono soccorritori da diverse zone d’Italia, e anche dall’estero (dall’Unione Sovietica in particolare). Ted Kennedy, fratello di John Fitzgerald e Robert e allora senatore degli Stati Uniti, fece un appello per aiutare Firenze. Moltissimi volontari aiutarono a recuperare e mettere al sicuro le opere d’arte ricoperte di fango nei magazzini del museo degli Uffizi, che erano stati allagati. I danni più noti e gravi, per quanto riguarda il patrimonio culturale di Firenze, furono quelli alla Biblioteca Nazionale Centrale, in piazza Cavalleggeri, tra la chiesa di Santa Croce e l’Arno. I depositi vennero allagati, e nonostante parte dei libri, manoscritti e documenti vennero poi recuperati con i restauri, molti rimasero distrutti o rovinati irreparabilmente dal fango. Un Crocefisso dipinto dal Cimabue nel Duecento e conservato a Santa Croce venne a sua volta distrutto, e poi ricostruito con un restauro. Nel 1982, l’alluvione di Firenze fu raccontata in una famosa scena di Amici Miei – Atto II.

La ricostruzione e i restauri a Firenze andarono avanti per molti anni. Subito dopo l’alluvione venne istituita la Commissione Interministeriale per lo studio della Sistemazione idraulica e della Difesa del suolo, che nel 1974 pubblicò un lungo rapporto sulla condizione idrologica del territorio italiano, proponendo soluzioni per le aree a rischio di alluvioni. L’impreparazione riscontrata nelle autorità locali per gestire l’alluvione nel 1966, e la difficoltà nelle comunicazioni ufficiali con la popolazione, contribuirono ad accelerare il processo che portò, nel 1970, alla razionalizzazione del servizio di protezione civile nazionale. Vennero istituite figure come quella del commissario per le emergenze, il dipartimento passò dal Ministero dei Lavori pubblici a quello dell’Interno, e venne creato un sistema per addestrare i volontari civili a gestire situazioni di emergenza.

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