No, Putin non ci salverà

Il governo e alcuni suoi sostenitori vorrebbero che ci togliesse dai guai comprando titoli di stato italiani, ma in realtà la Russia è un paese troppo povero perché faccia la differenza

(Sergei Chirikov/Pool Photo via AP)

Durante la sua visita a Mosca di questa settimana, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha assicurato che lo scopo del suo viaggio non era convincere il governo russo ad acquistare i titoli di stato italiani, che in questi giorni si trovano sotto pressione a causa della sfiducia degli investitori nei confronti dell’Italia, e la conseguente crescita degli interessi e dello spread. Secondo le indiscrezioni raccolte dai giornali, invece, spingere la Russia a investire sul debito pubblico italiano era proprio uno degli scopi della missione. Nella stessa conferenza stampa, il presidente russo Vladimir Putin ha risposto in maniera ambigua a quella che secondo molti è stata la richiesta del governo italiano, dicendo che non ci sono “ostacoli politici” al fatto che il fondo sovrano russo possa acquistare titoli di stato italiani.

Una settimana fa, durante un viaggio a Mosca, il capo della Lega Matteo Salvini era stato ancora più esplicito. «Se avete titoli da comprare», aveva detto Salvini a una giornalista russa, «noi abbiamo bisogno di vendere qualche miliardo di euro di Btp alle prossime aste così lo spread si abbassa e siamo più tranquilli». Quella di Salvini era probabilmente soltanto una battuta, ma da mesi esponenti del governo e delle forze parlamentari di maggioranza ipotizzano un soccorso finanziario russo per alleggerire la situazione dei conti pubblici italiani.

Sono speranze irrealistiche e probabilmente destinate a rimanere frustrate. Non è nemmeno chiaro se i membri di alto livello del governo ci credano davvero o se non siano piuttosto manovre comunicative o tentativi di mettere pressione agli alleati europei. La ragione per cui si tratta di tentativi effimeri, in breve, è che la Russia è sì un paese geograficamente molto grande e con capacità militari di primo piano, ma è un nano dal punto di vista economico.

Il PIL della Russia è più o meno pari a quello italiano – nonostante una popolazione quasi tripla – e inferiore a quello di Francia e Germania. La Russia è appena uscita da una recessione che ha messo a dura prova la tenuta dei suoi conti pubblici e che ha costretto il presidente Putin a far approvare una riforma delle pensioni con cui ha portato l’età di pensionamento per gli uomini a pochi anni dall’aspettativa di vita media (65 anni la prima, 67 la seconda: significa che un cittadino russo può aspettarsi di trascorrere in pensione in media appena due anni).

L’idea di farsi aiutare dalla Russia non deriva soltanto dalle affinità ideologiche e dai legami politici di molti esponenti dell’attuale governo. La Russia ha infatti una peculiarità che la rende adatta ad aiutare, se non il nostro, un paese più piccolo. La peculiarità della sua economia è che è in gran parte basata sull’estrazione e la vendita all’estero di gas e petrolio, due attività in buona parte in mano a società pubbliche. Soprattutto quando il prezzo di queste materie prime è alto, il governo riesce ad accumulare grandi riserve di liquidità in valuta estera con le quali può fare investimenti strategici o, se dovesse servire, aiutare paesi alleati in difficoltà.

Era a questi fondi di riserva, nello specifico il Fondo sovrano russo, che Putin ha fatto riferimento durante la conferenza stampa con Conte (in teoria il fondo non può acquistare obbligazioni con un rating basso come quello dei titoli di stato italiani, ma la regola era già stata violata in passato). Il problema, però, è che l’Italia non è una piccola repubblica del Caucaso o dell’Asia centrale, dove la macchina pubblica costa poche centinaia di milioni di euro l’anno e basta un piccolo contributo per cambiare le cose; l’Italia ha una delle economie più grandi del mondo ed è uno dei paesi più indebitati del pianeta.

Putin ha detto che il suo fondo sovrano cresce di 7 miliardi di euro al mese (cosa che non sembra vera, a guardare i dati dell’ultimo periodo). Ma anche se fosse, sono comunque quantità molto modeste se messe a confronto con la massa del debito pubblico italiano: 2.300 miliardi di euro, contro una dotazione totale del fondo sovrano russo di appena 67. Se la Russia si impegnasse a sostenere completamente il debito italiano, potrebbe finanziarci per appena un paio di mesi prima di esaurirlo completamente (il ministero dell’Economia mette all’asta una trentina di miliardi di euro al mese).

È difficile immaginare una ragione che giustifichi un simile durissimo impegno da parte del governo russo a favore dell’Italia, tanto più che questo fondo è molto importante per i suoi conti pubblici. Non esiste un grande mercato internazionale del debito pubblico russo e i titoli di stato del paese hanno un rating persino peggiore di quelli italiani: per Moody’s sono al livello “junk”, spazzatura. In passato, le riserve del fondo sono state usate spesso dal governo per coprire il deficit nei periodi in cui le entrate pubbliche si erano abbassate a causa del calo nel prezzo di gas e petrolio (l’economia russa non produce grandi cose: quasi metà del bilancio pubblico russo dipende dalle esportazioni di materie prime energetiche).

Alcuni membri del governo italiano sembrano essere perfettamente coscienti dei limiti dell’eventuale intervento russo. «Io ritengo che la Russia non abbia abbastanza soldi per fare questo tipo di operazioni», ha detto per esempio il ministro agli Affari Europei Paolo Savona. Savona però ha poi aggiunto che in realtà non serve che la Russia acquisti i nostri titoli: basterebbe che fornisse ai mercati la garanzia di essere pronta a farlo in caso di emergenza (che in sostanza significa ripagarlo al posto nostro se dovesse essercene la necessità).

Ma anche questo appare un piano politicamente ed economicamente infattibile. Non è chiaro perché il governo russo dovrebbe esporsi al punto da mettere una garanzia sul debito pubblico italiano, che è pari a circa il 150 per cento del suo PIL annuale. E anche lo facesse, sembra difficile che gli investitori se ne sentirebbero tranquillizzati: l’idea che sia sufficiente che qualcuno “garantisca” i titoli italiani deriva dal fatto che fin dal 2012 lo spread dei titoli di stato italiani è stato tenuto basso dalla cosiddetta “garanzia implicita” fornita dalla BCE di Mario Draghi. La sua famosa frase «whatever it takes» significava proprio questo, cioè che la Banca Centrale Europea avrebbe fatto qualsiasi cosa in suo potere pur di mantenere in piedi l’euro, che in quel momento era minacciato dagli spread crescenti di Italia e Spagna. La garanzia fornita da Draghi fu sufficiente a tranquillizzare gli investitori e gli spread iniziarono subito ad abbassarsi (qui trovate tutta questa storia raccontata per esteso).

La ragione per cui l’annuncio di Draghi ebbe questo effetto positivo deriva dal fatto che la BCE può teoricamente “stampare” una quantità illimitata di euro con cui acquistare titoli di stato di paesi in difficoltà. Come si dice in gergo, la BCE possiede la “potenza di fuoco” necessaria a salvare anche quei paesi che hanno un debito enorme, come l’Italia. La promessa di usare questa potenza di fuoco si rivelò sufficiente e la BCE riuscì ad abbassare gli spread senza dover acquistare un solo titolo di stato italiano per i successivi tre anni.

La Russia si trova in una situazione radicalmente differente. Non può stampare euro a volontà per comprare titoli di stato italiani in modo da abbassarne rendimenti e spread. L’unica cosa che può fare, come abbiamo visto, è utilizzare le sue limitate riserve. In casi estremi, prosciugato il fondo sovrano, il governo potrebbe decidere di usare anche la riserva delle riserve, cioè i circa 400 miliardi di euro in valuta estera che la banca centrale russa ha accumulato come ultima linea di difesa per difendere la moneta locale, il rublo, in caso di crisi.

Queste riserve però sono state accumulate per una buona ragione: la Russia ha già subìto gravi crisi monetarie in passato e momenti di superinflazione, come durante la crisi del 1998, e le riserve di valuta estera servono a evitare che si ripetano situazioni del genere. Durante la crisi del rublo nel 2015, per esempio, la banca centrale russa dovette spendere fino a 5 miliardi di euro ogni settimana nel tentativo di tenere alto il valore della moneta. Sembra improbabile insomma che il governo russo decida di mettere a repentaglio questa sorta di rete di sicurezza per fare un favore a quello italiano.

Un episodio accaduto tre anni fa sembra fornire ulteriori conferme. All’inizio del 2015 il primo ministro greco Alexis Tsipras, guidando un paese in grandi difficoltà economiche, chiese alla Russia un aiuto finanziario per avere più tempo e margini di manovra nella sua trattativa con le autorità europee. La Grecia, che all’epoca era al culmine della sua crisi, aveva bisogno di molti meno soldi di quanti servirebbero oggi all’Italia: nell’ordine delle decine di miliardi, più che di centinaia. Putin inizialmente sembrò aperto alla possibilità, ma quando arrivò il momento fece un passo indietro. Secondo quanto ha raccontato l’allora ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, Putin disse a Tsipras non solo che la Russia non lo avrebbe aiutato, ma che per il bene del suo paese sarebbe stato meglio che trovasse un accordo con la Germania.

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