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  • lunedì 10 settembre 2018

I campi di rieducazione per gli uiguri in Cina

Il governo nega che esistano, ma sempre più testimonianze e documenti offrono una versione diversa e preoccupante

Una ragazza uigura davanti a un cordone di polizia a Urumqi, nello Xinjiang. (AP Photo/Eugene Hoshiko)

Un lungo articolo del New York Times ha raccontato la rete di campi di detenzione nella quale il governo della Cina sta imprigionando, talvolta in modo indiscriminato, migliaia di musulmani uiguri, cioè appartenenti a una minoranza etnica da tempo in conflitto con l’autorità centrale. Il New York Times ha intervistato quattro persone di etnia uigura che sono state prigioniere in questi campi, e più di una decina di parenti di altri detenuti, e ha letto documenti e studi locali che non erano finora usciti sulla stampa occidentale. Dei campi di detenzione per gli uiguri in Cina si parla da qualche mese, dopo che alcune organizzazioni per i diritti umani e media occidentali avevano raccontato per la prima volta la vicenda.

La ricostruzione fornita dall’inchiesta mette in discussione la versione ufficiale del governo cinese, che ha più volte negato pubblicamente che sia applicata una forma di detenzione arbitraria, e sostiene che i detenuti di questi campi subiscano abusi e violazioni dei diritti umani. L’obiettivo finale dell’operazione, dice il New York Times, è la cancellazione dell’identità uigura.

Uomini uiguri pregano nella provincia dello Xinjiang. (Kevin Frayer/Getty Images)

Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e parlano una lingua di origine turca, stanziati principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord ovest del paese. Qui gli uiguri sono circa la metà dei 24 milioni di abitanti: nella regione vive circa l’1,5 per cento della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 per cento degli arresti del paese. L’autorità centrale cinese ha sempre malsopportato gli uiguri per le loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni, da quando il governo ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo. Nel più violento scontro avvenuto finora tra polizia e uiguri, durante una protesta indipendentista nel 2009, morirono circa 200 persone.

La regione dello Xinjiang è notoriamente uno dei posti più sorvegliati al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, queste forme di oppressione hanno deteriorato il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

I documenti del governo che ha visto il New York Times descrivono una vasta rete di campi che vengono definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Secondo uno studio consultato dal New York Times e condotto l’anno scorso da Qiu Yuanyuan, studente di una scuola dello Xinjiang in cui vengono formati i funzionari di governo, in certi casi gli uiguri vengono rinchiusi indiscriminatamente allo scopo di raggiungere certe quote di detenuti. Lo studio ipotizza che le modalità con le quali è portata avanti l’operazione possano avere l’effetto opposto, e incentivare la radicalizzazione religiosa dei detenuti. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca di geopolitica Jamestown Foundation, i campi esistono dal 2014. Ma è dal 2017 che le leggi repressive si sono inasprite, secondo lo Uyghur Human Rights Project, un’organizzazione che difende i diritti della minoranza con sede a Washington. Dal 2016, poi, a capo della regione dello Xinjiang c’è Chen Quanguo, un politico famoso per il suo approccio duro all’ordine pubblico che prima aveva governato il Tibet, altra area di forti spinte indipendentiste.

Abdusalam Muhemet, uno dei detenuti intervistati dal New York Times, ha 41 anni e fu rinchiuso per aver recitato un verso del Corano a un funerale. Nel suo campo veniva portato ogni mattina nel cortile insieme agli altri detenuti, talvolta con schiaffi e spinte. Qui venivano costretti a cantare canti patriottici cinesi, e a chi dimenticava le parole veniva negata la colazione. Sempre riuniti, erano sottoposti a lezioni in cui i funzionari cinesi gli intimavano di rinunciare al radicalismo islamico e all’indipendentismo uiguro. I prigionieri venivano istruiti anche su come praticare la religione musulmana, in un modo che prevedeva molte restrizioni, come non pregare in casa nei momenti in cui amici o ospiti fossero stati presenti. Muhemet rimase in tutto più di due mesi nel campo, dopo averne passati sette in una prigione normale e senza mai essere formalmente incriminato per nessun reato.

Una ragazza uigura in un negozio di abiti nello Xinjiang. (Kevin Frayer/Getty Images)

Alcuni ex detenuti hanno raccontato al Washington Post di aver subito delle torture come il waterboarding e la cosiddetta “panca della tigre”, sulla quale gli interrogati vengono fatti sedere in una posizione molto dolorosa. A luglio, durante una riunione della Commissione del Congresso statunitense sulla Cina, l’ex analista del Dipartimento di Stato Jessica Batke aveva parlato anche di privazione del sonno e isolamento. Molte testimonianze descrivono quello che avviene nei campi come un “lavaggio del cervello”.

Ad agosto Hu Lianhe, rappresentante dell’agenzia che si occupa delle questioni etniche e religiose in Cina, ha negato all’ONU che siano in corso detenzioni arbitrarie e violazioni dei diritti umani in quelli che ha definito come «centri di istruzione vocazionale e di addestramento al lavoro», smentendo la definizione di «centri rieducativi». Non ha voluto dire quante persone siano attualmente rinchiuse nei campi.

Il New York Times ha intervistato anche una donna con meno di trent’anni, che era stata detenuta in un campo per aver indossato un velo in testa e per aver letto dei libri sulla religione e la storia uigura. Prima di portarla in un campo, le autorità cinesi installarono delle telecamere fuori dalla sua porta e nel salotto della casa in cui viveva con la famiglia; ogni settimana, un funzionario faceva visita a casa sua per interrogarla. Una volta scarcerata, la donna lasciò la Cina e provò a chiamare la famiglia, che le rispose di non mettersi più in contatto perché erano nei guai.

Ci sono campi progettati per permettere alle persone di tornare a casa la sera, mentre altri ospitano migliaia di detenuti. Con una legge del 2017 sulla “deradicalizzazione”, il governo dello Xinjiang ha dato una vaga autorizzazione ai campi, richiedendo anche delle gare di appalto per la loro costruzione. Non si sa quante persone vi siano state detenute in tutto: le stime vanno da alcune centinaia di migliaia a un milione. Secondo gli abitanti dello Xinjiang, le persone vengono richiuse anche solo per aver fatto visita ai parenti all’estero, o per aver indossato magliette riconducibili all’Islam. Alcune donne, perché denunciate da mariti o figli. Tra le raccomandazioni ufficiali per rilevare eventuali radicalizzazioni, ai funzionari si consiglia di fare attenzione agli uomini che si fanno crescere la barba, oppure che pregano in pubblico, oppure che smettono improvvisamente di bere o fumare.

Hotan, una città di quasi 400mila abitanti, è una delle più interessate dalla sorveglianza di massa del governo cinese. Tradizionalmente, gli uiguri vi praticavano una versione moderata dell’Islam, e molti nemmeno erano credenti: ma recentemente sono arrivate influenze più radicali dal Medio Oriente, che hanno portato qualcuno a radicalizzarsi. Con la repressione del governo, però, non si vedono più barbe lunghe e le moschee sono poco frequentate, anche perché per entrarci bisogna iscriversi a un registro ufficiale. A rendere strana la situazione c’è anche il fatto che parte dei funzionari dell’autorità centrale, compresi poliziotti e guardie penitenziarie che eseguono concretamente le misure repressive, sono a loro volta uiguri.

Ci sono posti, come la città di Kashgar, dove i detenuti nei campi speciali sono così tanti che il governo ha dovuto aumentare i posti nei convitti, per ospitare i bambini separati dai genitori. Ne sono stati costruiti 18 soltanto nel 2017, secondo la stampa locale. Questo, come ha raccontato l’Atlantic, è secondo alcuni esperti uno degli strumenti più efficaci sfruttati dal governo cinese: separando i bambini dalle famiglie li si allontana dalla loro cultura, e in questo modo il governo potrebbe arrivare ad assimilarli a quella considerata dall’autorità centrale come autenticamente cinese, «rimodellando l’identità di un’intera generazione uigura».

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