I libri tradotti dall’inglese, anche quando non sono stati scritti in inglese

Per diverse ragioni molte case editrici lo fanno ancora: se ne è parlato di recente per la traduzione italiana della sudcoreana Han Kang, fatta dall'inglese

Le copertine di "La vegetariana": da sinistra quella sudcoreana della casa editrice Chagn, quella britannica di Portabello Books, quella italiana di Adelphi

L’edizione 2016 del Man Booker International Prize, il più importante premio letterario britannico dedicato alla narrativa straniera tradotta in inglese, fu vinta dal romanzo La vegetariana, scritto dalla sudcoreana Han Kang e tradotto da Deborah Smith. In Corea del Sud la vittoria del romanzo fu inizialmente accolta in modo molto positivo, visto che la letteratura coreana è molto poco tradotta e conosciuta nei paesi occidentali, ma venne poi anche criticata proprio per la traduzione. Infatti Smith, che aveva cominciato a studiare il coreano solo nel 2010 e che in virtù delle regole del premio ricevette 25mila sterline (più di 32mila euro), aveva fatto vari errori nella traduzione e molte modifiche di stile al romanzo, rendendolo un libro diverso secondo alcuni lettori sudcoreani.

Le stesse critiche in qualche misura si possono rivolgere anche all’edizione italiana del romanzo visto che, come non è raro che capiti, non è stato tradotto dall’originale coreano ma dall’inglese. In gergo tecnico, ne è stata fatta una traduzione “da una lingua ponte”. Ai non addetti ai lavori può sembrare una cosa strana in un’epoca globalizzata in cui nelle università si studiano tantissime lingue diverse; il coreano in particolare all’Università Orientale di Napoli, alla Sapienza di Roma, alla Statale di Milano e in un corso introduttivo a Ca’ Foscari di Venezia. Ma per varie ragioni l’uso della lingua ponte è una pratica ancora molto comune quando un’opera letteraria è scritta in una lingua “lontana”, come ha spiegato Norman Gobetti (traduttore italiano di Philip Roth tra gli altri) in una lunga analisi del fenomeno sulla rivista specialistica Tradurre.

Il caso di La vegetariana

La storia della traduzione di La vegetariana è stato ripreso da un articolo sull’ultimo numero del New Yorker. Il romanzo, che parla di una donna che dopo una serie di incubi decide di diventare vegetariana e di vivere una vita simile a quella di una pianta, era stato pubblicato in Corea del Sud nel 2007 ed ebbe allora un successo modesto. La vittoria del Man Booker International fece crescere le vendite anche in Corea, in parte grazie alla polemica nata sulla traduzione in inglese del libro.

Han Kang, a destra, e Deborah Smith, a sinistra, dopo la vittoria del Man Booker International, a Londra, il 16 maggio 2016 (Jeff Spicer/Getty Images)

I “problemi” della traduzione erano stati spiegati sul Los Angeles Times a settembre da Charse Yun, un’americana di origine coreana che ha insegnato in corsi di traduzione a Seul. Quelli più notati in Corea del Sud sono veri e propri errori: ad esempio, Smith aveva tradotto “braccio” la parola coreana che significa “piede” (nel nostro alfabeto le due parole si scriverebbero pal e bal). In molti casi inoltre aveva sbagliato a individuare il soggetto di alcune frasi o la persona che pronuncia alcune frasi: in un dialogo tradotto un personaggio parla di sé in terza persona, ma nell’originale coreano era proprio una terza persona il soggetto quella cosa.

Secondo Yun però i veri problemi della traduzione di Smith sono altri: «Amplifica lo stile sobrio e tranquillo di Han e lo imbellisce con avverbi, superlativi e altre scelte di parole enfatiche che non sono da nessuna parte nell’originale. Questa cosa non succede solo una o due volte, ma praticamente in ogni pagina». Gli abbellimenti di Smith, secondo Yun, creano più suspence e rendono il romanzo più interessante per il lettore anglofono. Yun dice che per gli occidentali la letteratura sudcoreana contemporanea è poco interessante perché i suoi narratori sono molto passivi, ma nella traduzione di La vegetariana questo tratto è attenuato perché Smith ha aggiunto «conflitto e tensione» nel romanzo.

Smith ha difeso le sue scelte di traduzione – tutte approvate da Han – dicendo che ogni infedeltà al testo originale le ha permesso di ottenere una «maggiore fedeltà». Secondo un traduttore intervistato in merito da Yun però le modifiche fatte da Smith sono tali da far pensare a un adattamento più che a una traduzione. In Corea del Sud questo punto di vista ha fatto pensare che il Man Booker International non avesse davvero premiato la letteratura coreana, ma solo il lavoro di Smith.

Smith ha tradotto anche un altro romanzo di Han, Atti umani, che come La vegetariana è stato pubblicato in Italia da Adelphi con la traduzione (dall’inglese) di Milena Zemira Ciccimarra. In un saggio sulla traduzione di Atti umani, Smith ha scritto che leggendo l’opera di Han si era sentita «bloccata da immagini affilate come rasoi che emergevano dal testo senza essere direttamente descritte al suo interno». Ha anche detto che le frasi e le immagini da lei aggiunte sono «evocate dal coreano in modo tanto potente che in alcuni casi mi sono ritrovata a cercarle invano nel testo originale, convinta che ci fossero da qualche parte, tanto erano vividamente esplicite nella mia testa». Come nota l’articolo del New Yorker, di solito questa cosa non viene considerata una traduzione. Al massimo un lavoro di collaborazione tra uno scrittore e il suo editor.

La traduzione da lingue ponte in Italia

Se già quella di Smith si può considerare qualcosa in più di una traduzione, cosa bisogna pensare della versione italiana di La vegetariana, che al filtro di Smith aggiunge quello di un’ulteriore traduzione? Probabilmente solo una persona con una buona conoscenza di tutte e tre le lingue coinvolte in questa storia potrebbe giudicarlo. È comunque interessante riflettere sulla questione della traduzione dalle lingue ponte visto che è una pratica ancora comune nell’editoria italiana quando vengono tradotti libri scritti in lingue come il coreano e l’indonesiano, ma anche il giapponese e il cinese in alcuni casi. Su Tradurre Gobetti segnala che c’è una grande varietà di casi:

«Traduzioni da edizioni in lingue ponte realizzate con la collaborazione dell’autore e per questo usate come versioni standard per il mercato internazionale, traduzioni realizzate a quattro mani da un madrelingua che non padroneggia del tutto l’italiano affiancato da un traduttore italiano che non conosce bene la lingua di partenza, traduzioni effettuate dalla lingua originale ma appoggiandosi in modo più o meno cospicuo a edizioni già esistenti in altre lingue, e via dicendo».

Gobetti spiega che in origine lo si faceva perché non esistevano persone in grado di tradurre da una certa lingua all’italiano, mentre molte persone potevano farlo dal francese prima e dall’inglese poi. La storia dell’editoria in Italia è piena di libri famosi tradotti da lingue ponte: tra questi l’Iliade di Vincenzo Monti, che fu tradotta dal latino e non dal greco, tanto che Ugo Foscolo ne definì l’autore «gran traduttor de’ traduttor d’Omero», e Le mille e una notte, tradotta in italiano attraverso versioni francesi, inglesi e russe.

Nell’Ottocento però c’erano degli italiani che conoscevano le lingue orientali: nel 1863 a Firenze fu inaugurato un corso di studi di Lingue dell’Estremo Oriente, che nel 1899 fu seguito da uno a Roma e nel 1913 a Napoli. Nei decenni successivi e fino agli anni Venti fu così possibile avere traduzioni dal cinese e dal giapponese in italiano, tra cui quella dei Dialoghi di Confucio nel 1924. Gobetti ha scoperto che ci fu un’inversione di tendenza e un passaggio alle traduzioni da lingue ponte che iniziò «con una strana vicenda editoriale»: nel 1935 la casa editrice Corbaccio pubblicò la prima traduzione italiana di alcuni capitoli di La storia di Genji di Murasaki Shikibu, una delle più importanti opere della letteratura giapponese. Nel colophon del libro (quella parte in cui vengono date informazioni sull’edizione e sull’eventuale traduzione: in quello di La vegetariana c’è scritto «Titolo originale: The Vegetarian», indicando che non è stato tradotto dal coreano), c’era scritto: «traduzione dal giapponese di Arturo Waley», cioè l’orientalista inglese Arthur Waley. Domenico De Paoli, il vero traduttore in italiano dei capitoli di La storia di Genji (dall’inglese), fece causa a Corbaccio, che fu poi condannata a «ritirare dal mercato tutte le copie del volume già edite e a indicare in future eventuali edizioni il De Paoli quale traduttore dell’opera stessa».

Da allora la maggior parte delle opere letterarie provenienti dall’Asia orientale furono tradotte dalle versioni inglesi di Waley o da quelle tedesche di Franz Kuhn. Dal Dopoguerra alla fine degli anni Sessanta furono tradotti molti libri giapponesi e cinesi e la tendenza delle case editrici era di farli tradurre da lingue ponte a traduttori professionisti – ad esempio Adriana Motti, la traduttrice della prima versione di Il giovane Holden – e non ad accademici esperti di letteratura e culture asiatiche.

Le cose cominciarono a cambiare quando tra gli esperti di Cina arrivarono persone che non erano accademici, ma ad esempio giornalisti che avevano vissuto nel paese per molti anni. Una di loro, Edoarda Masi, è l’autrice della prima traduzione completa di Il sogno della camera rossa, un classico cinese, pubblicato per la prima volta da Utet nel 1964. Soprattutto quando si trattava di classici le case editrici come Einaudi sceglievano di farli tradurre da lingue ponte perché facevano affidamento sulla qualità delle edizioni critiche inglesi e francesi, solitamente curate da grandi esperti. La stessa strategia fu poi adottata da Adelphi, fondata nel 1962.

Per quanto riguarda il giapponese, un esempio di ciò che poteva succedere è quello di Il paese delle nevi di Kawabata Yasunari, pubblicato nel 1969 da Einaudi con l’indicazione: «La presente traduzione in lingua italiana è stata condotta sulla versione inglese da Luca Lamberti e controllata sul testo originale da Sawa Nakamura Deangelis». Luca Lamberti è in realtà uno pseudonimo usato per anni dalla redazione della casa editrice nei casi in cui una traduzione commissionata venga largamente rivista da altre persone. Gobetti dice che forse non è un caso che la riedizione del romanzo nella collana Oscar di Mondadori nel 1966 fosse introdotta con la nota: «La presente traduzione, che tiene conto tanto del testo originale quanto della traduzione americana, offre le più solide garanzie filologiche». Il paese delle nevi fu però l’unico romanzo di Kawabata pubblicato in italiano a non essere tradotto direttamente dal giapponese e la sua versione presente nel Meridiano Mondadori è stata rifatta da Giorgio Amitrano, uno dei più noti traduttori italiani dal giapponese.

Il numero di traduzioni dirette da lingue orientali aumentò considerevolmente a partire dalla fine degli anni Ottanta, anche grazie alla nascita di case editrici specializzate nella pubblicazione di libri asiatici, come Theoria ed E/O: cominciò a «diffondersi l’idea che tradurre la letteratura di questi paesi passando da altre lingue non sia più un male necessario». Inoltre furono pubblicate anche alcune prime traduzioni da letterature asiatiche meno conosciute, come quella coreana e quella vietnamita. Così come oggi però venivano ancora fatte traduzioni dalle versioni inglesi: succedeva ad esempio nei casi di opere di autori molto noti come il giapponese Murakami Ryū, pubblicato da Mondadori.

Oggi le maggiori case editrici traducono quasi sempre dalle lingue originali. Per Einaudi ad esempio l’unica eccezione dagli anni Sessanta è Come l’acqua sul fiore di loto del coreano Hwang Sok-yong, pubblicato nel 2013 in una traduzione dal francese. La redazione di Einaudi ha spiegato a Gobetti che si fece così su consiglio dell’autore, che aveva segnalato alla casa editrice che l’edizione francese era la «più aggiornata». Feltrinelli evita le traduzioni da lingue ponte dagli anni Novanta, «con l’eccezione dei libri di Ma Jian, anche in questo caso per volontà dell’autore». Altre case editrici si comportano in un modo o nell’altro a seconda dei casi; Neri Pozza ad esempio fa traduzioni dall’originale per gli autori giapponesi, ma non sempre per autori cinesi e coreani.

Le case editrici che oggi continuano a commissionare traduzioni da lingue ponte possono farlo per varie ragioni. La prima è che comunque da certe lingue ci sono pochi traduttori (e non è che chiunque conosca una lingua straniera sia automaticamente capace di tradurre accuratamente da quella lingua); la seconda è di carattere economico: i traduttori da lingue meno comunemente tradotte si fanno pagare un po’ di più rispetto a quelli che lavorano con l’inglese e il francese. Una terza ragione, meno facile da risolvere altrimenti, è che per i redattori è difficile lavorare con i traduttori e valutarne o aiutarne il lavoro se non conoscono la lingua in cui è stato scritto un libro. Per questa stessa ragione peraltro capita che molti libri scritti in lingue lontane e non tradotti in inglese non vengano presi in considerazione per la pubblicazione dalle case editrici italiane, sebbene consigliati da lettori o traduttori esperti, quando gli editor non possono valutarne da soli la qualità.

La traduzione di La vegetariana dall’inglese all’italiano

Alla fine della sua analisi Gobetti dedica qualche considerazione alla scelta di Adelphi di pubblicare La vegetariana in una traduzione dall’inglese all’italiano. Secondo Gobetti questa decisione risente molto del fatto che nel mercato editoriale internazionale è fortissima l’influenza di ciò che succede nell’editoria anglosassone. I libri di narrativa straniera che vengono sottoposti ad agenti ed editor sono quasi sempre letti nella traduzione in inglese – quando non sono scritti direttamente in questa lingua – e capita che molti autori affermati diffondano le traduzioni in inglese delle proprie opere come «nuovi originali» autorizzati. Ad esempio lo scrittore cinese Ma Jian, pubblicato in Italia da Feltrinelli, vuole che i suoi libri vengano tradotti partendo dalle versioni in inglese fatte da sua moglie, Flora Drew.

Nel caso di La vegetariana poi c’era una ragione in più per usare la traduzione di Deborah Smith come punto di partenza: il libro aveva vinto il prestigioso Man Booker International in questa versione, non in quella coreana.

Le traduzioni da lingue ponte comunque presentano dei rischi. A Gobetti lo ha spiegato bene la traduttrice Ornella Civardi:

«Il fatto è che la distanza fra il giapponese (o una qualsiasi altra lingua orientale) e una lingua occidentale è, prevedibilmente, molto ampia. Spesso il traduttore si trova a dover rielaborare di sana pianta la frase, a usare perifrasi per tradurre quella che nel testo originale è una singola parola, a decidere per un singolare o un plurale non specificato nel testo di partenza e così via. Di fronte a un’ambiguità di senso, nella maggior parte dei casi la sua lingua lo costringe a rinunciare alla pluralità di significati o di tonalità per imboccare una via univoca. Insomma, le scelte che il traduttore è costretto a operare per ottenere una bella traduzione (bella anche nella lingua d’approdo) lo portano talvolta molto lontano dall’originale, almeno nella forma. Il secondo traduttore, quindi, si trova di fronte a una serie di scelte già fatte, di decisioni già prese, di direzioni già imboccate».

Mostra commenti ( )