Calenda, Calenda ovunque

Da dove arriva e dove vuole andare l'apprezzato ministro di cui si parla molto (e che non si è candidato alle elezioni)

(ANSA/FLAVIO LO SCALZO)

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è una delle persone considerate più in ascesa all’interno del centrosinistra. Negli ultimi mesi ha partecipato a numerosi eventi della campagna elettorale e si è mostrato molto attivo anche nel suo ruolo di ministro, per esempio sulla vicenda Embraco e sulle altre crisi industriali italiane, fino al lavoro sulle esportazioni e l’internazionalizzazione che ha dato risultati considerati ottimi anche da molti suoi avversari. Calenda sembra piacere molto agli attivisti del Partito Democratico e ai sostenitori del centrosinistra, in parte anche per lo stile franco e diretto (e a volte ironico) che adotta nei suoi frequenti interventi su Twitter. A metà dello scorso gennaio, durante un incontro al Teatro Parenti con il sindaco di Milano, Beppe Sala, il sindaco di Bergamo e candidato del PD alla presidenza della Lombardia, Giorgio Gori, e il segretario del PD, Matteo Renzi, Calenda è stato probabilmente il più apprezzato.

Carlo Calenda, che ha 44 anni ed è il figlio della regista Cristina Comencini e dell’economista Fabio Calenda, negli ultimi mesi sembra aver intrapreso una nuova fase della sua carriera politica. È al governo dall’estate 2013, quando fu nominato viceministro dello Sviluppo economico nel governo di Enrico Letta, ma è diventato davvero noto a chi segue la politica soltanto nel corso dell’ultimo anno, grazie a una serie di prese di posizione che gli hanno fatto spesso occupare le prime pagine dei giornali. Grazie al suo ruolo di ministro e alla sua abilità di dire la cosa giusta al momento giusto, Calenda ha preso una posizione chiara su tutte le questioni politiche ed economiche degli ultimi mesi: dall’ILVA al canone RAI passando per lo sciopero dei piloti Ryanair.

Parte della sua fama negli ultimi mesi si deve anche al suo uso di Twitter, un social network ormai non particolarmente affollato di comuni elettori ma ancora molto usato da giornalisti, esperti di comunicazione e politici. Calenda usa spesso Twitter per rispondere alle domande di chi lo segue in modo informale e diretto, interagisce con colleghi di governo e avversari politici, usando un tono paziente e comprensivo che hanno pochi altri politici e che ha rafforzato la sua immagine di persona concreta e in buona fede. Calenda mostra insomma di avere una consapevolezza politica insolita per qualcuno con una carriera recente come la sua. Prima di entrare nel governo Letta, la sua unica esperienza politica era stata qualche anno di iscrizione alla Federazione dei giovani comunisti.

Laureato in diritto internazionale, Calenda ha lavorato a lungo come manager, prima in Ferrari, poi a Sky Italia e infine in Confindustria, dove venne chiamato da Luca Cordero di Montezemolo durante il suo mandato da presidente, tra il 2004 e il 2008. Calenda era uno dei principali collaboratori di Montezemolo, oltre che l’autore di molti dei suoi discorsi. Nel 2009, poco dopo la fondazione del movimento politico Italia Futura, Montezemolo chiamò Calenda per dirigerne l’organizzazione territoriale. Tra il 2012 e il 2013 Italia Futura confluì in Scelta Civica, il partito con cui Mario Monti partecipò alle elezioni politiche. All’epoca Calenda era incaricato di comporre la parte delle liste riservata ai componenti di Italia Futura. Le altre due componenti importanti erano i candidati di Mario Monti e quelli della Comunità di Sant’Egidio. L’assegnazione dei posti non andò molto bene a Italia Futura ma Calenda rassicurò molti dei candidati, spiegando che i sondaggi erano buoni e che lui stesso, candidato in quinta posizione in Lazio, si stava mettendo in gioco. I risultati però furono inferiori alle aspettative e Calenda risultò uno dei primi non eletti.

Pochi mesi dopo le elezioni, nel maggio del 2013, Enrico Letta formò il suo governo, sostenuto tra gli altri da Scelta Civica. Calenda fu chiamato allora nel ruolo di viceministro dello Sviluppo Economico con delega al commercio estero, e cominciò a farsi notare per il dinamismo con cui interpretava il ruolo. Nel corso del 2015 fu tra i numerosi dirigenti di Scelta Civica a scegliere di abbandonare il partito per avvicinarsi al Partito Democratico. A differenza di altri dirigenti, come Andrea Romano e Irene Tinagli, Calenda non prese però la tessera del partito, che non possiede nemmeno oggi.

Calenda cominciò a essere conosciuto al grande pubblico nella primavera del 2016, quando fu nominato da Renzi rappresentante dell’Italia presso l’Unione Europea, suscitando le proteste dei diplomatici di carriera, contrari a veder nominata una figura politica ed esterna rispetto al corpo diplomatico. Appena due settimane dopo essersi insediato a Bruxelles però scoppiò lo scandalo del petrolio in Basilicata, che coinvolse l’allora ministro Federica Guidi (il caso è stato successivamente archiviato): nel giro di pochi giorni Guidi si dimise e Calenda fu richiamato da Bruxelles per sostituirla. Con la caduta del governo Renzi e l’arrivo di Paolo Gentiloni, Calenda è stato confermato nel suo ruolo.

Cosa voglia fare Calenda, al momento, probabilmente lo sa soltanto lui. Negli ultimi mesi i retroscena politici gli hanno attribuito ogni sorta di intenzione: da diventare il candidato presidente del Consiglio del centrodestra – benché lui ripeta spesso di essere di sinistra e aver votato sempre a sinistra – a voler fondare un suo partito liberale e europeista. Tutte le ipotesi, però, si sono rivelate fin qui sbagliate. Calenda ha continuato a fare il ministro, godendo di una fama e di una stima sempre più ampie. Nelle ultime settimane, nonostante le sue critiche a Renzi, è sembrato avvicinarsi al PD – al punto da partecipare all’incontro di domenica – ma non ha parlato né della sua volontà di iscriversi al partito né della possibilità di candidarsi nelle sue liste. Sembra, in altre parole, non volersi compromettere troppo per il momento. Sui giornali ora si ipotizza che il suo obiettivo sia restare un nome “spendibile” per guidare un ipotetico governo tecnico o di grande coalizione se le prossime elezioni non produrranno un risultato definitivo. Oppure saltare questo giro e puntare sul prossimo, entrando nel Partito Democratico o fondando un suo movimento.

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