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  • martedì 7 febbraio 2017

Israele ha legalizzato gli insediamenti illegali

È stata approvata definitivamente una sanatoria controversa e retroattiva di cui si discuteva da settimane, definita da qualcuno una "legge-rapina"

(Ilia Yefimovich/Getty Images)

Il parlamento israeliano ha approvato in via definitiva una controversa legge che permetterà ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro. La legge, che era stata già approvata in via preliminare a novembre, è stata molto criticata dalle ONG internazionali, dalla sinistra israeliana e da molti osservatori e analisti. In pratica permette a qualsiasi cittadino di occupare un terreno in Cisgiordania senza temere conseguenze legali, favorendo le frange più estreme del movimento dei coloni (cioè i cittadini israeliani che vivono nei territori occupati militarmente da Israele). La legge avrà inoltre valore retroattivo, e legalizzerà di fatto qualsiasi insediamento presente in terra palestinese. La legittimità della riforma è talmente dubbia che è stata criticata anche da diversi politici moderati – un parlamentare del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, l’ha definita «una legge-rapina» – e che secondo alcuni per la sua gravità potrebbe essere portata davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia.

Materialmente la legge non espropria automaticamente i legittimi proprietari: a loro viene offerto un altro pezzo di terra oppure la possibilità di riscuotere un affitto annuale pari al 125 per cento del valore di affitto in condizioni normali. Tutto questo «finché non verrà raggiunta una soluzione diplomatica sullo status dei territori», cioè finché Israele non avrà trattato la loro annessione con la leadership palestinese. Di fatto è un’appropriazione forzata: un cittadino palestinese che possiede i terreni su cui è stato costruito un insediamento non ha più strumenti legali per riappropriarsene. Nickolay Mladenov, il coordinatore dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, ha detto che la legge «avrà profonde conseguenze legali per Israele, e riduce la speranza di una pace fra palestinesi e israeliani».

Oggi circa 550mila persone vivono nei territori che Israele occupa militarmente, a Gerusalemme Est e nelle colonie in Cisgiordania. La nuova legge non interessa le colonie “storiche” e più popolate, che sono costruite su terreni comprati dai palestinesi o che erano sostanzialmente abbandonati (e sottratti con una dubbia interpretazione di una legge ottomana); riguarda invece gli insediamenti che sorgono senza autorizzazione dello stato israeliano, che però non fa mancare loro la fornitura di acqua, elettricità e servizio di raccolta rifiuti: sono circa un centinaio, spesso molto piccoli, tutti in Cisgiordania. La ONG israeliana Peace Now, contraria all’occupazione militare israeliana, ha stimato che la legge legalizzerà più di 3.800 abitazioni in 53 piccoli insediamenti (una cifra simile alla stima di Reuters, che parla di «circa 4.000 abitazioni»). Un’associazione vicina al movimento dei coloni stima invece che le abitazioni interessate siano circa la metà.

I puntini viola sono gli insediamenti cosiddetti “illegali”, in viola scuro invece ci sono le colonie appoggiate dal governo israeliano

Haaretz scrive che «la legge oltrepassa un confine che finora Israele non aveva mai violato»: cioè intervenire dal punto di vista legislativo – e non militare – su un territorio che Israele occupa militarmente, ma che non ha mai formalmente annesso (come pure chiedono in molti nella destra nazionalista). La nuova legge non è stata criticata solo “da sinistra”: alcuni politici israeliani della destra moderata temono che in seguito a un’ipotetica futura annessione, il diritto internazionale costringerà lo stato israeliano a dare cittadinanza alle persone di etnia araba che abitano i territori annessi, diluendo il carattere ebraico di Israele. Al momento, però, nella destra israeliana prevale la soddisfazione per aver fatto approvare la nuova legge: Naftali Bennett, ministro dell’Istruzione del governo Netanyahu e leader del partito nazionalista La Casa Ebraica, poco dopo il voto ha twittato solamente una parola: «rivoluzione».

L’approvazione di una legge del genere era impensabile anche solo fino a qualche anno fa: ma grazie anche alla polarizzazione politica che sta avvenendo un po’ in tutto il mondo, i piccoli partiti della destra nazionalista hanno assunto un peso via via più rilevante, sottraendo consensi ai partiti più istituzionali – come anche il Likud di Netanyahu – e condizionando sempre più le politiche del governo. I giornali israeliani hanno scritto che Netanyahu stesso in privato era contrario a questa legge, e che ha cercato di rinviare il voto definitivo a dopo la sua visita al nuovo presidente americano Donald Trump – fissata per il 15 febbraio – senza riuscirci. Altri funzionari e politici israeliani sono stati più espliciti: Avichai Mandelblit, il procutarore generale di Israele nominato da Netanyahu, sostiene da tempo che non difenderà la legge se verrà contestata davanti alla Corte Suprema o a qualche tribunale internazionale.

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