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  • giovedì 17 novembre 2016

Israele può davvero legalizzare tutte le colonie?

Ieri il parlamento ha approvato una controversa legge che andrebbe in quella direzione, ma ci sono molti dubbi sul fatto che servirà a qualcosa

(THOMAS COEX/AFP/Getty Images)

Ieri la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato in lettura preliminare una legge molto controversa che permetterebbe ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro. La legge è stata avanzata principalmente per evitare l’evacuazione di Amona, il più grande insediamento non autorizzato in terra palestinese, prevista per il 25 dicembre.

La notizia è circolata molto anche al di fuori di Israele perché propone una soluzione molto netta e parziale a uno dei problemi più complessi dell’intera questione israelo-palestinese: cioè quello delle colonie israeliane in terra palestinese, ritenute illegali dalla comunità internazionale e definite il principale ostacolo per una pace a breve termine. Se approvata, la legge legalizzerebbe retroattivamente qualsiasi insediamento israeliano in terra palestinese, cioè sostanzialmente un centinaio di colonie che come Amona sono state fondate su iniziativa privata e senza autorizzazione del governo (che comunque riconosce come legali quelle più antiche e popolose). Secondo Elizabeth Trudeau, portavoce del Dipartimento di Stato americano, sarebbe un passaggio «preoccupante e senza precedenti»; sulla stessa lunghezza d’onda si sono espressi anche l’ONU e diversi altri commentatori. Il giorno dopo la sua approvazione diversi giornali israeliani e internazionali hanno provato a capire quante possibilità ha la legge di passare e come si è arrivati a questo punto ad Amona.

Qual è il problema
Le colonie israeliane sono giudicate illegali dall’ONU, dall’Unione Europea e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo recenti stime, a oggi ci vivono circa 550mila persone. Sono considerate dalla comunità internazionale, da diverse importanti ONG e da pezzi della sinistra israeliana come il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo di pace in tempi brevi fra israeliani e palestinesi. Negli ultimi decenni ne sono sorte a decine grazie al sostegno economico, politico e militare del governo israeliano (ancora oggi molti israeliani conservatori ritengono che Israele abbia diritto a governare tutto il territorio palestinese per ragioni politiche o etnico-religiose). Molte colonie sono nate su terreni palestinesi requisiti per motivi di sicurezza – soprattutto se incolti, per via di una vecchia legge dell’Impero ottomano molto citata da Israele – oppure su terreni comprati appositamente. Una piccola parte di questi insediamenti viene invece costruita senza nessuna autorizzazione dello stato israeliano, che però non fa mancare loro la fornitura di acqua, elettricità e servizio di raccolta rifiuti: parliamo di circa un centinaio di insediamenti, spesso molto piccoli, tutti costruiti in Cisgiordania. È anche il caso di Amona, situato nei pressi di Ramallah, la capitale amministrativa dello stato palestinese.

PALESTINIAN-ISRAEL-CONFLICT-WEST BANKAmona, vista dal basso (ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images)

Amona fu fondata nel 1995 da un gruppo di giovani abitanti di Ofra, una vicina colonia fondata nel 1975, che occuparono unilateralmente un terreno privato sotto la giurisdizione di Silwad, un paese palestinese di seimila abitanti. Si sa che il terreno è privato ma non chi sia il proprietario. Oggi ad Amona vivono circa 40 famiglie. Le case sono solamente dei prefabbricati – la legge israeliana non permette che i terreni palestinesi possano essere occupati unilateralmente con degli edifici “permanenti” – e al contrario delle colonie riconosciute dal governo non è collegata alle principali città israeliane coi mezzi pubblici: ci si arriva solamente in macchina o a piedi. Sin dal 2006 la Corte Suprema israeliana ha ordinato l’evacuazione di Amona, ma nessun governo l’ha mai applicata. Nello stesso anno la polizia israeliana ha distrutto 9 edifici “permanenti” che erano stati costruiti dai coloni. Nel giorno della demolizione la polizia si scontrò con un gruppo di persone che manifestava contro la distruzione degli edifici: alla fine della giornata ci furono circa 200 feriti.

Riot Police Clash With Settlers (Uriel Sinai/Getty Images)

Il 25 dicembre 2014 la Corte Suprema ha ordinato che Amona venisse sgomberata entro due anni: il termine scade il 25 dicembre 2016. Di recente il Times of Israel ha intervistato alcuni dei residenti di Amona, alcuni dei quali hanno spiegato che non intendono andarsene. Le motivazioni sono simili a quelle di molti coloni israeliani che hanno deciso di occupare un terreno palestinese: Manya Hillel, una donna di origini californiane che vive ad Amona da 14 anni, ha raccontato che sul suo terreno prima non c’era nulla. Ayelet Vidal, un’altra residente di Amona, ha aggiunto che la nuova legge dà un riconoscimento ai precedenti proprietari e stabilisce il principio che «questa terra appartiene davvero a noi».

Spiegazioni e alternative
Se già le colonie “ufficiali” sono ritenute illegali dalla comunità internazionale, l’eventuale riconoscimento di quelle “pirata” sarebbe accolto con grande ostilità persino dagli alleati di Israele. Il problema più evidente resta comunque quello legale: il procuratore generale israeliano Avichai Mendelblit ha detto più volte che non difenderà la legge nel caso venga contestata dalla Corte Suprema, dato che a suo dire viola esplicitamente sia la legge israeliana sia quella internazionale.

Marissa Newman, giornalista politica del Times of Israel, ha spiegato però che anche secondo diversi politici israeliani di primo piano la legge probabilmente non riuscirà a impedire l’evacuazione di Dimona. Questo per via dei suoi evidenti problemi di costituzionalità, che riguardano soprattutto la sua azione retroattiva. David Bitan, importante parlamentare del Likud – il principale partito di centrodestra israeliano – ha spiegato mercoledì che la legge «non aiuterà Amona, che verrà demolita», proprio per via di questi problemi legali. Anche il ministro della Difesa Avigdor Liberman, il più importante leader della destra nazionalista israeliana, ha detto che «non esiste una soluzione per Amona. Verrà evacuata. È un peccato che venga alimentata questa illusione». Liberman si riferisce probabilmente al fatto che parte della destra israeliana – soprattutto La Casa Ebraica, il partito che fa riferimento al ministro dell’Educazione Naftali Bennett – voglia dimostrare agli abitanti di Amona e in generale a tutti i coloni di averle provate tutte per evitare l’evacuazione, scaricando eventualmente la colpa sui tribunali israeliani (e in particolare sulla Corte Suprema).

In questi anni ai coloni di Amona sono state offerte soluzioni alternative: Ayelet Shaked, la ministra della Giustizia israeliana, ha detto che nel 2015 il ministero della Difesa offrì agli abitanti di fondare un nuovo insediamento in un’altra zona, ma che i coloni «non erano interessati». Haaretz racconta invece che la stessa Shaked e Mendelblit stanno lavorando ad alcuni piani alternativi nel caso la legge non entrasse in vigore, fra cui spostare l’insediamento su un terreno vicino che appare abbandonato oppure formalizzare un sistema di compensazione in denaro. Una delle soluzioni che stanno esaminando, precisa Haaretz, è quella di capire se i coloni possono essere considerati “soggetti protetti”, cioè la stessa definizione con cui vengono definiti i palestinesi in base alle leggi internazionali sulle zone di guerra.