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  • martedì 3 gennaio 2017

Che cosa sono i CIE

Le cose da sapere sui centri di identificazione ed espulsione degli stranieri irregolari, ora che se ne riparla per l'ultima proposta del capo della polizia Franco Gabrielli

Un migrante nell'ex CIE di Santa Maria Capua Vetere, nel 2011. (ANSA / CESARE ABBATE)

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare dei CIE – i centri di identificazione ed espulsione degli stranieri irregolari – per via di una circolare urgente di due pagine inviata dal capo della polizia Franco Gabrielli in cui si parla della necessità di un nuovo approccio all’espulsione dei migranti irregolari. I CIE sono da anni uno degli aspetti più criticati della gestione italiana dell’immigrazione e sono spesso stati accusati di essere centri di detenzione in cui i migranti vivono in condizioni non dignitose. La loro stessa natura è contraddittoria: le persone che ci vivono sono detenuti a tutti gli effetti, privati della libertà personale, anche se sono chiamati “ospiti”; i CIE dovrebbero poi servire come sistemazione temporanea in attesa che i migranti siano rimpatriati nei loro paesi di origine, ma le espulsioni riguardano solo una parte dei migranti dei centri, perché in molti casi sono impossibili da effettuare. Succede quindi che i migranti irregolari siano detenuti molto più a lungo di quanto dovrebbero.

I CIE sono i luoghi dove vengono trattenuti gli stranieri non regolari «sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera». Dovrebbero finire nei CIE, in sostanza, i migranti arrivati in Italia che non fanno richiesta di protezione internazionale, o quelli che non ne hanno i requisiti e che, dopo una serie di accertamenti, ricevono un decreto di respingimento.

I CIE derivano dai CPTA (Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza), istituiti dal Testo Unico Legge 40/1998, conosciuto come Turco-Napolitano, dai nomi di Livia Turco e Giorgio Napolitano, che sponsorizzarono la legge dopo la prima immigrazione di massa in Italia, avvenuta negli anni Novanta soprattutto dall’Albania e dal Marocco. L’esigenza era rintracciare ed espellere le persone straniere che non avevano i requisiti necessari per rimanere in Italia, come definiti dal trattato di Schengen. Gli stranieri irregolari arrestati e portati nei CPTA, quindi, erano di fatto persone private della libertà senza che avessero commesso reati penali, com’era successo fino ad allora in Italia (non avere il permesso di soggiorno è una violazione amministrativa): questo fu uno dei principali motivi per cui i centri furono criticati fin dall’inizio.

Inoltre, i centri mostrarono fin dall’inizio diversi problemi: per ospitare i migranti irregolari vennero adattati ospizi, caserme dismesse, fabbriche e vecchi centri di accoglienza, ma le condizioni di vita al loro interno erano pessime. Nel 2002 la Turco-Napolitano fu sostituita dalla Bossi-Fini, e nel 2008 i CPTA vennero ribattezzati CIE. Oltre alle condizioni delle persone detenute nei centri, che rimasero in molti casi non dignitose, emerse il problema dei mancati rimpatri. Molte persone per cui era stata emanata una procedura di espulsione non venivano rimpatriate, a causa di diversi problemi. Per questo, rimanevano detenute nei CIE molto più a lungo rispetto al limite previsto dalla legge: inizialmente il termine era di 30 giorni, che fu poi prolungato diverse volte, fino ai diciotto mesi decisi dal governo Berlusconi nel 2011. Nel 2014 il periodo massimo di permanenza fu poi nuovamente ridotto a tre mesi. Come hanno spiegato Luigi Manconi, senatore del PD e attivista per i diritti umani, e Valentina Brinis, ricercatrice che collabora con la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ancora oggi in molti casi il termine non viene rispettato; subisce diverse proroghe, anche se non ci sono sviluppi concreti nella procedura di espulsione. Nella maggior parte dei casi il problema è risalire al reale paese di origine del migrante.

I CIE sono gestiti concretamente da aziende private, scelte con una gara d’appalto, e sono presidiati all’esterno da agenti di polizia che possono intervenire solo su richiesta dei gestori. Negli anni ci sono stati molti casi di rivolte o tentativi di fuga dai CIE: tra i più conosciuti c’è stato quello del 28 dicembre 1999, quando sei persone morirono in un incendio dopo una tentata fuga dal CPTA di Trapani.

In Italia esistono sei CIE – a Roma, Caltanissetta, Bari, Torino, Brindisi e Crotone – per un totale di 668 posti. Il più grande è quello di Roma, che ha 250 posti e dispone degli unici posti per le donne, in tutto 156. Il CIE di Trapani, che ha 204 posti, a gennaio 2016 è stato trasformato in un hotspot, cioè una struttura – non prevista né dalle leggi italiane né da quelle europee – dove si accolgono i migranti al momento del loro arrivo, si forniscono le prime cure mediche necessarie e si avviano le procedure vere e proprie di registrazione. Gli hotspot sono posti quasi inaccessibili e i cui funzionamenti non sono sempre chiari, ma sono stati accusati in alcuni casi di essere a loro volta dei centri di detenzione.

Da tempo si parla anche della possibile riapertura del CIE di Milano, mentre nell’ex CIE di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, ha riaperto da circa un anno un CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo). Secondo quanto ha scritto il Corriere della Sera, il ministro degli Interni Marco Minniti vuole aprire «entro poche settimane» almeno un CIE per ogni regione. Il contesto in cui si inserisce la circolare di Gabrielli e il piano di Minniti sui CIE è quello della crisi migratoria che ha recentemente interessato l’Europa: l’intenzione, ha confermato a Repubblica una persona definita “una qualificata fonte del Dipartimento della Pubblica Sicurezza”, è quella di raddoppiare il numero di espulsioni annuali, arrivando a 10mila. La circolare di Gabrielli fa però anche un esplicito riferimento al problema del jihadismo e del terrorismo islamista in Europa. In Italia le espulsioni legate alla sicurezza nazionale sono frequenti, ma sono comunque una piccolissima parte di quelle effettuate ogni anno (negli ultimi due anni quelle legate alla sicurezza nazionale sono state 123, sulle 5mila totali). In molti hanno criticato l’ipotesi di aprire nuovi CIE, tra cui Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa ed esperta dell’immigrazione in Italia. Nicolini ha detto in un’intervistaRepubblica che «la riapertura dei CIE sarà dannosa oltre che inutile. (…) Tornare indietro a strumenti come i CIE, con tutto il loro bagaglio di incendi, rivolte, violenze, non fa altro che alimentare odio e creare problemi di ordine pubblico nei territori che li ospitano. È una strada impraticabile».

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