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  • venerdì 19 agosto 2016

C’è ancora una guerra in Siria

Le cose essenziali da sapere su quello che sta succedendo, per chi non vuole limitarsi a condividere la foto del bambino di Aleppo

Una scuola di Manbij usata dallo Stato Islamico per fabbricare esplosivi (STR/AFP/Getty Images)

Da mercoledì sera sta circolando moltissimo un’immagine che diversi importanti giornali internazionali hanno definito un simbolo della sofferenza dei siriani e delle atrocità della guerra che si sta combattendo in Siria da più di cinque anni: mostra un bambino estratto vivo dalle macerie dopo un bombardamento ad Aleppo e seduto dentro un’ambulanza, con uno sguardo disorientato e scioccato. Non si è ancora capito chi abbia compiuto quell’attacco aereo – forse l’aviazione del presidente siriano Bashar al Assad, o forse i russi – ma di certo c’è che nelle ultime settimane la battaglia per Aleppo ha raggiunto nuovi livelli di intensità e violenza. Oramai della guerra in Siria si parla sempre meno – spesso ci si ricorda che esiste solo quando vengono diffuse immagine particolarmente forti, come quella del bambino di Aleppo, per dimenticarsene poco dopo – ma siamo ancora molto lontani da una possibile fine del conflitto.

Nelle ultime settimane ci sono state importanti novità che hanno complicato ancora di più gli schieramenti di chi combatte, e che sembrano avere allontanato ulteriormente l’ipotesi di una qualche forma di tregua. C’è stato un peggioramento della situazione ad Aleppo, ma anche i primi veri scontri tra Assad e i curdi nel nord-est della Siria. Poi si è parlato di altre due notizie all’apparenza minori, ma in realtà molto importanti: il cambio di nome del Fronte al Nusra, il gruppo che fino a poche settimane fa rappresentava al Qaida in Siria, e la decisione dell’Iran di concedere una sua base aerea alla Russia, da usare per bombardare i ribelli in territorio siriano. E c’è stata anche l’ennesima sconfitta militare dello Stato Islamico, che è sempre più in difficoltà nonostante gli attacchi terroristici in Europa.

Una mappa della situazione in Siria aggiornata al 16 agosto: qui per vederla grande

Aleppo, la città più popolosa della Siria, è contesa dall’esercito fedele al presidente Assad e dai ribelli dell’opposizione. Assad – con l’aiuto degli aerei da guerra russi e dei combattenti di Hezbollah, la milizia sciita libanese alleata dell’Iran – continua a controllare la parte occidentale di Aleppo; i ribelli controllano la parte orientale. Se tutto questo sembra particolarmente intricato, è perché lo è: la guerra in Siria non è una guerra tra due eserciti ma tra decine di soggetti diversi con diverse alleanze internazionali, che si combattono tutti contro tutti, che a volte si alleano temporaneamente per poi combattersi di nuovo, che si alleano solo in certe zone e si combattono in altre. In generale, si può dire che il regime di Assad combatte per restare al potere, e con livelli diversi di intensità e collaborazione è sostenuto dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah; i ribelli combattono per rovesciare Assad, e sono sostenuti dalla Turchia e in piccola parte dagli Stati Uniti (ma ora non più tanto); i curdi sono sostenuti dagli Stati Uniti e combattono soprattutto lo Stato Islamico per conquistare i territori che rivendicano da secoli; le forze che fanno riferimento ad al Qaida combattono soprattutto Assad e lo Stato Islamico, a volte anche i ribelli.

La battaglia per Aleppo
Ad Aleppo la situazione dal punto di vista militare è piuttosto fluida, anche se l’attuale divisione della città è abbastanza stabile dal 2012. Le novità delle ultime settimane hanno riguardato piuttosto le vie di rifornimento usate dai ribelli per far entrare nella parte orientale di Aleppo sia beni di prima necessità che aiuti militari. L’esercito siriano e i russi sono riusciti ad accerchiare il territorio controllato dai ribelli e interrompere la via di rifornimento che collegava Aleppo alla Turchia, paese alleato dei ribelli e nemico del regime di Assad, togliendo anche la possibilità per centinaia di migliaia di persone di lasciare la città. Oggi la situazione umanitaria ad Aleppo è disastrosa (un po’ meno nella parte controllata dal regime di Assad): siriani e russi colpiscono spesso zone abitate dai civili, gli ospedali sono sovraccarichi di lavoro, mancano i beni di prima necessità e negli ultimi giorni sono emerse delle testimonianze che hanno parlato di nuovi attacchi con sostanze chimiche.

C’è da considerare anche un’altra cosa: la potenza di fuoco del fronte di Assad è aumentata negli ultimi giorni, per la decisione dell’Iran di concedere l’uso di una sua base aerea militare alla Russia. Gli aerei russi sono in grado oggi di bombardare i ribelli siriani – soprattutto quelli che combattono nella provincia di Aleppo – facendo partire i loro aerei da molto più vicino rispetto a prima, e trasportando bombe più grandi e potenti.

Si sta aprendo un nuovo fronte di guerra?
Di solito l’ipotesi che si apra un nuovo fronte di guerra per il conflitto siriano non è una notizia da prima pagina, visto che ce ne sono a decine. Ma un possibile fronte di guerra tra esercito di Assad e curdi è una cosa notevole e rilevante. Finora i due schieramenti si sono lasciati stare, diciamo così, per ragioni di opportunità: il regime di Assad – impegnato soprattutto contro i ribelli sunniti – ha tacitamente accettato la presenza di un territorio autonomo gestito dai curdi nel nord della Siria, mentre i curdi si sono concentrati nel ricacciare indietro lo Stato Islamico dai territori su cui volevano stabilire un’influenza, senza rompere le scatole ad Assad. Intese di questo tipo non sono nuove nella guerra in Siria, dove tutti combattono contro tutti e dove per le parti in causa è necessario concentrarsi su un fronte alla volta: per esempio in passato si era parlato di un’intesa simile anche tra regime di Assad e Stato Islamico.

Negli ultimi giorni alcuni aerei da guerra siriani hanno però cominciato a bombardare Hasakah, una città nel nord-est della Siria sotto il controllo dell’amministrazione autonoma curda siriana. Il Wall Street Journal ha scritto che il governo siriano ha cominciato i bombardamenti per paura che i curdi diventino troppo forti, soprattutto dopo la loro recente vittoria militare a Manbij, una città sotto il controllo dello Stato Islamico. È anche difficile dire cosa potrebbe succedere nel caso dell’apertura di un fronte di guerra tra regime siriano e curdi: un effetto potrebbe essere quello di indebolire i curdi nella loro guerra contro lo Stato Islamico.

Jabhat al Nusra non si chiama più Jabhat al Nusra
Il gruppo conosciuto come rappresentante di al Qaida in Siria ha annunciato di essersi diviso da al Qaida e di avere adottato un nuovo nome: ora si chiama Jabhat Fateh al Sham (che significa “Fronte per la conquista della Siria”). Uno dei leader del gruppo, Mustafa Mahamed, ha spiegato che Jabhat Fateh al Sham non farà più rapporto ad al Qaida e si muoverà in completa autonomia. La divisione non è stata traumatica ed è stata concordata con al Qaida per ragioni strategiche (se ne parlava dal 2013). Charles Lister, analista per il Middle East Institute, ha detto a CNN che «al Qaida come organizzazione internazionale sta cambiando. Sta diventando più un’idea che un’organizzazione. Sta cercando di decentralizzare il jihad, di dare più autonomia agli affiliati con lo scopo di rendere i governi jihadisti più realizzabili». Nel caso specifico della guerra in Siria, c’è anche un altro motivo: i ribelli più moderati – tra cui diversi gruppi islamisti – non hanno mai visto di buon occhio l’estremo radicalismo di al Qaida e le sue ambizioni internazionali; allo stesso tempo però apprezzavano l’organizzazione di Jabhat al Nusra, uno dei gruppi più efficaci nel combattere il regime di Assad.

Con questa nuova configurazione – basata sull’idea di un gruppo più siriano e slegato da al Qaida – Jabhat Fateh al Sham può aspirare di allearsi con più facilità ai gruppi ribelli che combattono contro Assad, prendendo anche il ruolo di guida in diverse battaglie. Per l’Occidente non è necessariamente una buona notizia: c’è il pericolo che il fronte jihadista si rafforzi, a discapito di quello più moderato.

I guai dello Stato Islamico
Lo Stato Islamico in Siria sta passando un brutto periodo e oggi non sembra essere in grado di ribaltare questa tendenza. La scorsa settimana ha perso il controllo della città settentrionale di Manbij, riconquistata dai curdi siriani. La riconquista di Manbij è considerata un importante passo per riprendere Raqqa, la capitale dello Stato Islamico in Siria, un obiettivo di cui la coalizione guidata dagli Stati Uniti parla da tempo ma che finora si è dimostrato impraticabile. Nonostante gli attentati compiuti in Europa, lo Stato Islamico ha perso forza e terreno in Siria, sta soffrendo parecchio in Iraq ed è sul punto di perdere il controllo di Sirte, la principale città che controlla in Libia. Questo non vuol dire che la guerra contro lo Stato Islamico finirà presto. E anche se la coalizione internazionale e i curdi dovessero sconfiggere il gruppo estremista, ci sarebbe tutto il resto della Siria a continuare a combattere.

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