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  • mercoledì 30 marzo 2016

Ad Aleppo le cose migliorano (ma poco)

Una giornalista del Washington Post ha visitato la città siriana divisa in due dalla guerra: un pezzo controllato da Assad e l'altro, devastato, dai ribelli

di Loveday Morris - Washington Post
Un parco pubblico di Aleppo, nella parte controllata dalle forze governative siriane. (Lorenzo Tugnoli/Washington Post)

Cinque anni di guerra hanno diviso la Siria, e non c’è posto in cui questa lacerazione è più forte che nella sua città più popolosa, Aleppo, dove le linee del fronte di battaglia attraversano i quartieri dividendo in due la città.

Aleppo è una città divisa in due metà molto diverse tra loro, in cui una delle due sembra avere nettamente la meglio. In un parco nella zona di Aleppo controllata dal governo ci sono famiglie che fanno un pic-nic, mentre dei bambini fanno la fila per comprare palloncini e popcorn. Qualche chilometro più lontano, in un campus universitario che si estende in modo irregolare, migliaia di studenti sono a lezione. In centro il cinema della città proietta gli ultimi film di Hollywood. La sera i ristoranti si riempiono. La guerra porta morte e disagi, ma la vita qui continua in modo sorprendentemente normale. È un’immagine molto distante dell’Aleppo che il mondo ha conosciuto nel corso della guerra siriana, con le strade invase dalle macerie, gli scheletri dei palazzi, e i corpi esanimi estratti da ammassi di detriti dopo gli attacchi aerei. Ma quello è il lato della città controllato dai ribelli, dove l’accozzaglia di gruppi armati che controllano il territorio sono quasi totalmente circondati e sono stati bombardati brutalmente, prima che una recente tregua portasse un po’ di sollievo.

La città vecchia di Aleppo, che si trova proprio nella zona di battaglia, è a pezzi. La cittadella del Tredicesimo secolo che si innalza sopra i mercati dai famosi soffitti a volta, ormai bruciati, è una base dell’esercito siriano. Nel frattempo le forze filogovernative stanno avanzando intorno alla città, che prima della guerra aveva una popolazione vicina ai 3 milioni. Grazie al sostegno degli attacchi aerei russi, i soldati sono riusciti a prendere l’iniziativa e si stanno spingendo all’esterno della città per prendere il controllo della strada che rappresenta l’unica via di comunicazione verso la zona della città occupata dal governo: la sola via di entrata o uscita. Per entrare nella zona controllata dal governo è necessaria un’autorizzazione ufficiale e i giornalisti vengono accompagnati da guardie del corpo governative. L’accesso è limitato alle aree controllate, che offrono una visione parziale della vita nella città. Agli ostacoli burocratici si aggiungono quelli pratici, con le strade che a volte sono interrotte a causa degli attacchi.

Il tragitto da Damasco verso Aleppo questo mese è stato tortuoso: abbiamo dovuto deviare a est verso Raqqa, per evitare le zone controllate dai ribelli sull’autostrada principale, e per un viaggio che sarebbe durato quattro ore ce ne sono volute il doppio. Vicino alla città di Khanaser, che si trova a quasi 50 chilometri a sudest di Aleppo, da un lato della strada il territorio è controllato dal fronte al Nusra, il gruppo terroristico affiliato ad al Qaida, e dall’altro lato dallo Stato Islamico. Qui il mese scorso tre camion-bomba hanno attaccato un checkpoint, e secondo i soldati entrambi i gruppi sono avanzati delle colline circostanti. Nel corso dell’ultimo anno però gran parte della strada è stata percorribile, e i residenti della zona di Aleppo controllata dal governo sostengono che le condizioni di vita stiano migliorando. Questo mese, dopo oltre tre mesi senz’acqua, la fornitura è stata ripristinata nella maggior parte dell’area, mentre l’elettricità continua a mancare, e la corrente arriva solo grazie a dei generatori. Al parco il rumore sordo delle esplosioni in lontananza e gruppi di uomini in uniformi militari sono tra i pochi indizi che segnalano che la distruzione è davvero vicina.

La guerra in Siria ha un carattere settario: un gruppo di ribelli prevalentemente sunniti combatte il regime alawita del presidente Bashar al Assad, che invece è sostenuto da forze sciite provenienti da Libano, Iraq e Iran. Ma ci sono fratture anche all’interno di gruppi e clan. Ad Aleppo, una città a maggioranza sunnita e centro dell’industria siriana, molti dei quartieri più ricchi a ovest si sono schierati con il regime, mentre i ribelli hanno preso il controllo delle aree più povere.

Nel bar Foresta, nel quartiere ricco di al Azizia, la 25enne Hadeel Kasabji si gode la serata in compagnia della sua famiglia, mentre passa a tutto volume “No Money No Love” del dj francese David Guetta. Kasabji racconta che la mancanza di elettricità è un grosso problema: «Ora dobbiamo pensare a queste cose, i bisogni primari della vita». Più in là lungo la strada, cinquanta persone escono dal cinema al-Zahraa dopo aver visto Attacco al potere 2, un film d’azione con Gerard Butler e Morgan Freeman che si svolge in una Londra devastata da un attacco terroristico. «Vivere qui è difficile», ha detto Rafi Balaban, 31 anni, mentre usciva dal cinema: «non è una vita normale». Sua moglie Noror ha raccontato di aver provato a convincerlo a partire, come le molte persone che sono emigrate in Europa e in altri paesi della regione in cerca di una nuova vita.

La rivolta siriana è arrivata tardi ad Aleppo, e durante il primo anno di ribellioni la città è stata risparmiata dalle proteste e della violenza scoppiate in altre città. Quando le grandi manifestazioni hanno raggiunto l’università della città, quattro anni fa, il governo ha reagito con una dura repressione e arresti di massa. Oggi il vice presidente dell’università, Kamal Khoudary, sminuisce i disordini definendoli opera di alcuni studenti che sostengono dei “gruppi terroristici”, e sostiene che gli agitatori se ne sono andati spontaneamente. La vita nel campus va avanti sotto l’onnipresente sguardo dei ritratti di Assad. Khoudary dice che il numero di studenti è sceso da 160mila prima della guerra ai 120mila di oggi, ma racconta che arrivano ancora studenti dall’estero: da Sudan, Ciad, Libano e Iraq.

Negli ultimi anni anche l’università ha visto la sua parte di violenze: ci sono state autobombe nella piazza fuori dall’università e dei razzi hanno colpito il campus. Un mese fa un colpo lanciato da un mortaio ha colpito un complesso di alloggi di studenti, dove vivono 35mila siriani sfollati dalle aree circostanti, uccidendo una donna e suo figlio. La bomba ha colpito la stanza di fianco a quella di Samira Hamid, una donna di cinquant’anni che viene dal quartiere Sukkari, nell’area di Aleppo controllata dai ribelli. Secondo le autorità mezzo milione di siriani si sono rifugiati nella zona della città controllata dal governo. Hamid è arrivata con altri 13 membri della sua famiglia allargata. «Penso sempre a casa», racconta, «sono molto stanca. Mi hanno detto che la mia casa è stata rasa al suolo, ma non so se è vero». Hamid accarezza un gatto che ha accolto a casa per sostituire il gatto di famiglia, che non ha potuto portarsi dietro.

Non lontano, in una scuola sostenuta dalle Nazioni Unite, ci si occupa dei bambini sfollati in due turni. Una clinica destinata sempre agli sfollati sembra ben fornita, nonostante il governo sia stato accusato di ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari nelle zone controllate dai ribelli. «È il modo in cui otteniamo la maggior parte dei farmaci che abbiamo», ha raccontato Mehdi Aktaa, che lavora alla clinica. Aleppo è famosa per il suo settore farmaceutico e molti dei farmaci vengono ancora prodotti localmente, nonostante gran parte degli stabilimenti ora si trovi nella zona dei ribelli. Come succede per altri settori fondamentali, grazie a degli accordi poco trasparenti tra governo e ribelli, gli stabilimenti sono rimasti attivi. «I gruppi terroristici riscuotono una tassa per portare qui i farmaci», ha raccontato Aktaa. È solo uno degli inevitabili alti e bassi tra le aree dei ribelli e dello Stato Islamico e la zona di Aleppo controllata dal governo.

La stazione degli autobus di Aleppo è un crocevia della guerra. Da qui gli autobus partono per il quartiere di al Bab, controllato dallo Stato Islamico, e per quello di al Shaar, controllato dai ribelli. Molti passeggeri hanno troppa paura per parlare. Alcuni tra loro sono dipendenti del governo che continuano a essere pagati nonostante vivano in aree controllate dall’opposizione: ogni mese attraversano la città per ricevere lo stipendio, prima di tornare a casa. Il generale di brigata Sami Shiha, un generale dell’esercito in pensione di Aleppo, dice che saranno le trattative diplomatiche e non un’offensiva militare a porre fine alle rivolte dei ribelli, ormai indeboliti. «Nelle ultime settimane abbiamo mandato messaggi forti a tutti questi gruppi di terroristi affinché deponessero le armi e iniziassero la riconciliazione», ha detto Shiha. «Abbiamo anche invitato questi gruppi a combattere lo Stato Islamico». Sheikh Sharif Martini, un capo tribale di Aleppo coinvolto nelle trattative, ha detto che sebbene al Nusra e lo Stato Islamico debbano essere contrastati, altri gruppi hanno iniziato a dimostrarsi disponibili alle trattative. «Tutto questo può essere risolto con i soldi», ha detto Martini.

Gli ampi viali che attraversano il centro dell’area di Aleppo controllata dal governo mostrano pochi segni della guerra. Più vicino alle zone di battaglia, la tregua mediata dai governi di Mosca e Washington ha interrotto i colpi di mortaio e gli altri spari tra le linee dei fronti. La distruzione però è portata anche da bombe costruite con bombole a gas da cucina. Hagop Tchouroukian, un negoziante armeno, due anni fa perse la sua casa a causa dell’esplosione di una bomba artigianale che uccise una donna e due bambini nel suo condominio nel quartiere di Midan. Tchouroukian si è trasferito ma ritorna ogni giorno nel quartiere per lavorare nel suo negozio. I suoi gemelli di quattro anni giocano per strada. Prima della tregua non sarebbe stato possibile, dice Tchouroukian: ogni giorno venivano lanciate due o tre bombe dai mortai, mentre nelle ultime due settimane ce ne sono state solo una o due.

Le violazioni alla tregua però non mancano. A un chilometro e mezzo dalla zona dove giocavano i bambini, i ribelli attaccavano il quartiere curdo di Sheikh Maqsoud, mentre a poco più di tre chilometri un attacco aereo del governo siriano ha ucciso almeno cinque persone nel quartiere di Salhin. Susan al-Allawi, una studentessa universitaria di 19 anni, ha detto che spesso pensa a quello che succede al di là del fronte. La sua famiglia è originaria del quartiere di al Shaar, controllata dai ribelli, da cui è fuggita quattro anni fa. I suoi ex vicini di una volta le hanno raccontato che la casa della sua famiglia non è ancora stata distrutta, ma la situazione è disperata. «Qui è mille volte meglio, non c’è paragone», ha detto.

© 2016 – Washington Post

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