Jeb Bush e Rand Paul. (AP Photo/Chris Carlson)

Il dibattito senza Trump l’ha vinto Trump

Il candidato in testa ai sondaggi ha rinunciato a partecipare all'ultimo confronto tv prima dell'inizio delle primarie Repubblicane, e a giudicare da com'è andata ha fatto bene

di Francesco Costa – @francescocosta
Jeb Bush e Rand Paul. (AP Photo/Chris Carlson)

La sera di giovedì 28 gennaio – in Italia erano le prime ore di venerdì 29 gennaio – i candidati del Partito Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si sono confrontati in tv per l’ultima volta prima dell’inizio delle primarie. Il dibattito è stato organizzato da FOX News, che aveva già moderato il primo dei sette confronti tenuti fin qui, e si è tenuto a Des Moines: il capoluogo dello stato da cui cominciano le primarie, l’Iowa. È stato un dibattito particolare soprattutto per una ragione: Donald Trump, cioè il candidato che ha dominato fin qui la campagna elettorale, ha deciso di non partecipare.

Trump aveva detto che non avrebbe partecipato al dibattito in polemica con FOX News e soprattutto la sua principale giornalista politica, Megyn Kelly, che durante il confronto di agosto gli aveva fatto domande esigenti e incalzanti; Trump aveva detto poi che quelle domande erano scorrette e aveva aggiunto su Kelly: «Non la rispetto come giornalista. Non ho rispetto per lei. Non penso sia brava. Penso che sia molto sopravvalutata. Si vedeva che le usciva il sangue dagli occhi, il sangue le usciva da ogni dove». Ma in realtà, come hanno fatto notare in moltissimi sulla stampa americana, Trump aveva probabilmente anche motivazioni più opportunistiche: saltare il dibattito gli ha permesso di evitare attacchi pericolosi dagli avversari e domande delicate dai giornalisti a pochissimi giorni dal voto in Iowa. C’era un rischio, ovviamente: che i suoi avversari passassero l’intero confronto a criticarlo e attaccarlo, senza che lui potesse difendersi. Ma questa cosa non è successa.

Senza Donald Trump sul palco, i candidati Repubblicani hanno passato la gran parte del tempo a criticarsi tra loro e soprattutto ad attaccare Ted Cruz, il senatore del Texas di estrema destra che secondo i sondaggi è l’unico che può contendere a Trump la vittoria in Iowa (lo aveva anche sorpassato nei sondaggi qualche giorno fa, prima di tornare indietro di qualche punto). “Ted Cruz ha ottenuto finalmente un posto al centro del palco”, ha scritto Politico, “ma senza Donald Trump in circolazione è diventato il principale obiettivo dei suoi avversari, che non avevano nessun altro da prendere a pugni”. “Per un’intera ora Trump non è stato nemmeno nominato”, ha scritto NBC News: “diversi candidati invece hanno accusato Ted Cruz di cambiare idea su tutto e Marco Rubio di essere stato favorevole a un’amnistia per gli immigrati irregolari”.

Ted Cruz è stato il candidato più criticato dai suoi avversari, che hanno preferito indebolire lui – superarlo e arrivare secondi in Iowa sarebbe comunque un ottimo risultato – invece che prendere di mira Trump. Cruz ha aperto il dibattito con una battuta sarcastica contro Trump, dicendo: «Prima di tutto, fatemi dire: io sono pazzo. Ognuno su questo palco è grasso, stupido e brutto. Ah, Ben Carson, sei un pessimo chirurgo. Oh, ora abbiamo tolto di mezzo la parte di Donald Trump».

Cruz è stato messo in difficoltà innanzitutto da FOX News, che aveva preparato per ogni candidato un video-collage di dichiarazioni passate in qualche modo imbarazzanti o contraddittorie con le loro proposte attuali (tanto che diversi commentatori hanno fatto notare durante il confronto: chissà cosa avevano preparato per Trump). Questi video, come ha scritto Politico, «sembravano spot messi insieme dai loro avversari» e hanno messo i candidati sulla difensiva.

Il video trasmesso da FOX News mostrava Cruz nel 2013 dirsi favorevole a un compromesso legislativo che desse agli immigrati irregolari una strada per ottenere la cittadinanza, cosa a cui oggi si dice contrarissimo. È un tema molto importante nella campagna elettorale statunitense, e non solo per il peso demografico crescente dei cittadini di origini latinoamericane: ci sono 11 milioni di immigrati formalmente irregolari negli Stati Uniti che rischiano la deportazione ma spesso hanno un lavoro, sono ben integrati nella società e soprattutto hanno figli nati in America e quindi americani, dai quali sarebbero separati a forza. Per questo ogni riforma dell’immigrazione discussa in Congresso è sempre partita dalla possibilità di dare a queste persone un modo per regolarizzare la loro posizione, come a un certo punto aveva proposto lo stesso Cruz. «Era tutta una finta?», gli ha chiesto Megyn Kelly. Cruz si è barcamenato, ma questo tema sta diventando un suo punto debole; e gli altri candidati ne hanno approfittato.

«Questa è la bugia su cui è costruita la campagna di Ted Cruz», ha detto Marco Rubio, senatore della Florida. «La verità è che diresti o faresti qualsiasi cosa pur di ottenere qualche voto in più». «È un problema di autenticità», ha detto Rand Paul, senatore del Kentucky. «La cosa più offensiva è che continui ad accusare tutti di essere “favorevoli a un’amnistia”. Ad ascoltarti, tutti sono per un’amnistia tranne te. Nessuno di quelli che conosci è perfetto quanto te».

Cruz ha risposto attaccando Rubio per il suo sostegno a un altro tentativo di riforma dell’immigrazione – per giunta scritto da Democratici e Repubblicani insieme – ma ha passato comunque gran parte della serata sulla difensiva. Non che ai suoi avversari sia andata meglio: proprio Rubio ha dovuto rispondere ad alcune critiche molto precise da Jeb Bush, ex governatore della Florida, che è in grossa crisi nei sondaggi ma ha avuto – forse troppo tardi – il suo miglior dibattito della campagna elettorale.

FOX News ha mostrato un video con le vecchie concilianti dichiarazioni di Rubio sull’immigrazione, e la giornalista Megyn Kelly gli ha chiesto subito dopo: «Non ha dimostrato che su questo tema non ci si può fidare di lei?». Bush ne ha approfittato: «È una tragedia che Rubio abbia tagliato la corda così su un tema così importante». Rubio si è difeso dicendo che l’atmosfera nel paese è cambiata, e che «non si potranno fare progressi su questo tema, di nessun tipo, finché non dimostreremo alle persone che l’immigrazione clandestina è sotto controllo».

Più in generale, molti giornalisti hanno trovato deludente la serata di Rubio, di norma considerato un ottimo oratore: è sembrato molto teso, parlando sempre molto in fretta e alzando il tono della voce. Anche per questo è stato particolarmente notevole il confronto con Bush, che se l’è cavata bene nonostante di solito le sue performance ai dibattiti siano scadenti – alcuni si sono chiesti se la cosa abbia avuto a che fare con l’assenza di Trump, che in passato aveva più volte attaccato Bush sul piano personale mettendolo in imbarazzo (l’accusa più famosa è stata essere «low-energy», cioè «moscio»). Tra gli altri candidati, anche Rand Paul se l’è cavata molto bene, mentre il governatore del New Jersey Chris Christie e il governatore dell’Ohio John Kasich non si sono fatti notare o quasi. Il neurochirurgo Ben Carson ci è riuscito solo alla fine, quando del suo “appello al voto” ha recitato a memoria l’inizio della Costituzione americana.

Nel frattempo, in tutto questo, Trump aveva organizzato una manifestazione di beneficenza in un’altra parte della città: ha detto di aver donato 1 milione di dollari alle associazioni per i reduci di guerra e di averne raccolti altri 6 (ma molti gruppi di veterani sono stati infastiditi per come sono stati opportunisticamente tirati in mezzo e hanno fatto sapere di non volere un dollaro da Trump).

In Iowa si vota il prossimo primo febbraio, sia per i Repubblicani che per i Democratici. La situazione è molto incerta anche tra i Democratici: nei sondaggi il senatore del Vermont Bernie Sanders ha raggiunto e superato di poco Hillary Clinton. Il prossimo dibattito tra i candidati Repubblicani si terrà il 6 febbraio in New Hampshire, a tre giorni dalle primarie locali; quello dei Democratici invece si terrà sempre in New Hampshire il 4 febbraio.

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