I candidati Repubblicani prima del dibattito. (AP Photo/Andrew Harnik)

Il primo dibattito dei Repubblicani, in 7 punti

Come è andato il primo confronto televisivo della campagna elettorale statunitense, con Donald Trump al centro e gli altri a ronzargli prudentemente attorno

di Francesco Costa – @francescocosta
I candidati Repubblicani prima del dibattito. (AP Photo/Andrew Harnik)

A Cleveland, in Ohio, si è concluso alle 23 di giovedì – le 5 del mattino di venerdì, in Italia – il primo dibattito televisivo della lunga campagna elettorale che si concluderà con l’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti, l’8 novembre del 2016. Al dibattito, organizzato da Fox News e Facebook, hanno partecipato 10 dei 17 candidati Repubblicani attualmente in campo: i più popolari al momento secondo i sondaggi. Gli altri sette hanno partecipato a un dibattito minore andato in onda nel pomeriggio.

È stato un dibattito interlocutorio, come è normale: non ci sono stati momenti particolarmente decisivi. Ma è stato anche vivace e interessante, soprattutto grazie alle domande azzeccate dei giornalisti moderatori: ogni candidato ha ricevuto domande “personalizzate”, spesso sui punti per ciascuno più delicati e controversi. Si è parlato molto di politica estera e poco di economia. Durante quasi tutte le risposte, i candidati hanno impiegato molto tempo a presentarsi all’elettorato, raccontando chi sono e cosa hanno fatto negli ultimi anni: a parte Jeb Bush e Donald Trump, infatti, la gran parte degli altri non ha grande notorietà se non tra chi segue abitualmente la politica statunitense.

1. Trump alza la mano
Il primo momento notevole del dibattito è arrivato subito. Come prima cosa i giornalisti di Fox hanno chiesto se qualcuno dei candidati presenti non fosse disposto a impegnarsi a sostenere il vincitore delle primarie del partito, chiunque sia, e non candidarsi alle elezioni da indipendente. Un solo candidato ha alzato la mano: Donald Trump, personaggio politico poco ortodosso, imprenditore e celebrità di successo, in questo momento in testa ai sondaggi. Trump ha detto di non poter prendere l’impegno di sostenere un candidato senza sapere chi sarà questo candidato, tenendo aperta la possibilità di una sua candidatura fuori dal partito (che quasi certamente darebbe una facile vittoria a Hillary Clinton).

In generale, Trump se l’è cavata decentemente: non ha affatto moderato i toni rispetto ai suoi standard – ha liquidato in malo modo diverse domande, ha detto che bisogna alzare un muro sulla frontiera, ha preso in giro Rand Paul e gli altri candidati – ma chi si aspettava errori di inesperienza e gaffe che lo danneggiassero è rimasto deluso, e diversi degli altri candidati hanno evitato di prenderlo di petto. L’unica domanda che lo ha messo in difficoltà ha riguardato i guai economici delle sue imprese, e in generale secondo molti osservatori i conduttori gli sono stati piuttosto ostili: un potenziale indizio di una preferenza di Fox News – che è molto vista dagli elettori Repubblicani – per gli altri candidati.

Circolano comunque molti dubbi sulla solidità della candidatura di Trump, e praticamente tutti gli osservatori, di qualsiasi orientamento politico, si aspettano che da un momento all’altro il suo tasso di popolarità diminuisca: ma intanto il dibattito è girato intorno a lui.

2. Marco Rubio se l’è cavata bene
Tra i candidati principali, un altro che se l’è cavata bene è stato Marco Rubio, senatore della Florida di origini cubane. Rubio è noto per essere un abile oratore e in più di un’occasione ha spiegato con efficacia i suoi progetti. La sua migliore risposta è stata probabilmente quella riguardo la sua inesperienza rispetto agli altri candidati, che è riuscito a ribaltare in un argomento contro i Democratici: «se facciamo diventare questa elezione una questione di curriculum, allora sarà Hillary Clinton la prossima presidente». Rubio ha dato però una risposta delicata sull’aborto, dicendo di essere contrario anche nei casi di stupro e incesto: questa posizione potrebbe aiutarlo durante le primarie ma danneggiarlo, eventualmente ci arrivasse, alle presidenziali.

3. John Kasich è stato la sorpresa
Fino a pochi giorni fa John Kasich – che è il governatore dell’Ohio in carica ed è un moderato – non sarebbe nemmeno dovuto essere a questo dibattito, ma una rapida crescita nei sondaggi gli ha permesso di ottenere l’ultimo posto disponibile. Kasich ha avuto il pubblico dalla sua – il dibattito si teneva in Ohio – e le sue risposte sono state accompagnate da applausi molto più forti degli altri. Ha evitato più volte di criticare Trump, per evitare di esporsi ai suoi controattacchi, è stato efficace soprattutto sulla politica estera e ha dato sui matrimoni gay una risposta di cui si parlerà parecchio. Kasich ha detto di avere una visione tradizionale del matrimonio, ma che bisogna rispettare il verdetto della Corte Suprema; e ha aggiunto di essere appena stato felicemente ospite di un matrimonio gay e che bisogna amare il prossimo a prescindere dal suo orientamento sessuale. Quattro anni fa a un dibattito tra Repubblicani un soldato gay era stato fischiato dal pubblico; stavolta il pubblico ha molto applaudito Kasich.

4. E Jeb Bush?
È andato così così. Il candidato favorito ha mostrato di avere posizioni più moderate degli altri su alcuni temi importanti, come l’immigrazione e l’istruzione, cosa che potrebbe aiutarlo alle elezioni di novembre, ma è sembrato un po’ goffo e impacciato. Bush non è abilissimo nel parlare in pubblico ed è fuori dalla politica da molti anni, cosa che secondo molti per adesso lo sta un po’ condizionando. Due cose notevoli che ha detto: che quando era governatore della Florida lo chiamavano “Veto Corleone” per la disinvoltura con cui metteva il veto sulle leggi che provocano spese indiscriminate; e che, “dato quello che sappiamo adesso”, la guerra in Iraq avviata da suo fratello George è stata un errore.

5. Christie e Paul si sono fatti notare
E questo gli basta. Sono entrambi in difficoltà e indietro nei sondaggi, hanno bisogno di far parlare di loro, si sono aiutati a vicenda litigando sul tema su cui hanno posizioni opposte: la politica estera. Chris Christie, governatore del New Jersey, è un ex procuratore; Rand Paul, senatore del Kentucky, è un libertario che pensa lo Stato debba fare il minor numero di cose possibili. Quindi Christie ha difeso l’uso della sorveglianza digitale e delle intercettazioni, Paul le ha criticate; e quando Christie ha citato il suo impegno contro il terrorismo dopo l’11 settembre, Paul ha girato gli occhi. Non si vede spesso in America un politico che fa così quando qualcuno cita l’11 settembre.

6. I prudenti: Walker, Carson, Huckabee, Cruz
Sono i candidati che si sono fatti notare di meno, ma sono in situazioni diverse. Scott Walker – governatore del Wisconsin – sta andando relativamente bene nei sondaggi e probabilmente ha voluto evitare di mettersi nei guai: ha detto cose piuttosto radicali sull’aborto ed è sembrato voler dare sempre risposte molto brevi. Durante la dichiarazione finale si è descritto così: «Sono un tizio con una moglie, due figli e una Harley. Mi definiscono “aggressivamente normale”».

Gli altri tre candidati sono stati poco visibili, ma in modo involontario: Ted Cruz e Mike Huckabee non hanno avuto particolari guizzi – a parte dire cose molto radicali, cose per cui sono noti da tempo – e Ben Carson, un famoso neurochirurgo nero, ha parlato pochissimo. Se l’è cavata con la dichiarazione finale, spiritosa ed efficace. Se le tv decideranno di selezionare di nuovo solo 10 candidati per il prossimo dibattito, è probabile che uno tra questi non passerà la selezione.

7. L’altro dibattito
Il dibattito con i sette candidati meno votati è stato decisamente meno appassionante: gli unici a farsi notare positivamente in qualche modo sono Carly Fiorina, unica donna candidata ed ex amministratrice delegata di HP, e Rick Perry, ex governatore del Texas. Entrambi sperano di essere ripescati al prossimo dibattito, che si terrà il 16 settembre in California.

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