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  • martedì 12 gennaio 2016

Le ultime sull’attentato di Istanbul

Una persona è stata arrestata per la bomba che ha ucciso 10 persone davanti alla Moschea Blu: il primo ministro dice che l'attentatore apparteneva all'ISIS

La zona dell'esplosione vista dall'alto. (IHA via AP)

Aggiornamento del 13 gennaio: Il ministro degli Interni turco Efkan Ala ha detto in una conferenza stampa che una persona è stata arrestata in relazione all’attentato di martedì a Istanbul. Nove altre persone sono state arrestate dalla polizia turca nella regione dell’Antalya e a Smirne, sulla costa rispettivamente meridionale e occidentale della Turchia: sono sospettate di avere legami con lo Stato Islamico e tre di loro sono cittadini russi, come ha confermato il Consolato generale russo di Antalya. Il primo ministro turco in serata ha detto che la persona che martedì si è fatta esplodere era entrata in Turchia spaccandosi per un migrante.

In una conferenza stampa congiunta i ministri degli Interni turco e tedesco hanno detto che undici persone sono attualmente in cura negli ospedali: nove sono tedeschi – due dei quali in condizioni gravi – un norvegese e un peruviano. Il ministro tedesco della Giustizia Heiko Maas, intanto, ha detto che non ci sono indicazioni concrete che l’attentato di martedì fosse diretto intenzionalmente contro la Germania.

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Nella mattina del 12 gennaio a Istanbul, in Turchia, c’è stato un attentato suicida intorno alle 10.20 (in Italia erano le 9.20) nei pressi della Moschea Blu, nel centrale quartiere di Sultanahmet: la Moschea Blu – o Sultanahmet camii – è uno dei principali luoghi turistici della città, e si trova vicino agli altri due monumenti più visitati, Santa Sofia e il palazzo Topkapi. Le autorità hanno detto che nell’esplosione sono morte 10 persone, e che ci sono 15 feriti. Tutte le vittime dell’attentato sono straniere, ha detto il primo ministro turco Başbakan Davutoğlu, che ha anche detto che l’attentatore apparteneva allo Stato Islamico, che era entrato in Turchia dalla Siria e che non era monitorato dalla polizia.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva detto che l’attentatore aveva origini siriane, ma successivamente diversi giornali turchi, citando fonti governative, hanno scritto che potrebbe essere in realtà nato in Arabia Saudita, e chiamarsi Nail Fadli. Secondo il vice primo ministro Numan Kurtulmus, l’attentatore era nato nel 1988. Il ministro degli Esteri della Germania ha detto che otto persone morte erano di nazionalità tedesca e che ci sono almeno altri 9 tedeschi feriti. Associated Press, citando una fonte governativa turca, in precedenza aveva riferito che i morti di nazionalità tedesca erano nove: la notizia era stata confermata anche da una fonte governativa di AFP. Il ministro degli esteri del Perù ha detto che tra i morti c’è anche un uomo peruviano. Per ora non ci sono state rivendicazioni.

L’esplosione è avvenuta nelle immediate vicinanze dell’obelisco di Teodosio, risalente al IV secolo d.C. La polizia ha delimitato una vasta porzione di Sultanahmet Meydanı, la piazza che corrisponde all’antico Ippodromo di Costantinopoli, dove si trova l’obelisco e sulla quale si affaccia la Moschea Blu. Tra i feriti ci sono anche cittadini norvegesi e sudcoreani, hanno confermato i rispettivi paesi. Le autorità tedesche hanno consigliato ai propri cittadini di evitare i siti turistici di Istanbul. Poco dopo l’esplosione, le autorità turche hanno vietato alle televisioni locali di diffondere immagini della piazza, per ragioni di sicurezza: alcune tv hanno continuato a trasmettere riprese, dicendo che il divieto si applicava solo ai primi piani, mentre altre hanno osservato la disposizione del governo, dedicando le proprie trasmissioni ad altri argomenti. La polizia ha anche impedito ad alcuni giornalisti di scattare foto, scrive la corrispondente turca del New York Times Ceyla Yeginsu.

Nell’ultimo anno in Turchia si sono verificati diversi attentati. Solo lo scorso 1 dicembre a Istanbul c’era stata un’altra esplosione, vicino alla stazione della metropolitana di Bayrampaşa, che aveva provocato un morto ed era stata causata da una bomba. Nel gennaio del 2015 una donna si era fatta esplodere in una stazione di polizia a poche decine di metri dalla piazza della Moschea Blu, uccidendo un poliziotto. Lo scorso 20 luglio invece un attentatore si era fatto esplodere a Suruc, vicino al confine con la Siria, uccidendo 33 attivisti curdi: l’attentato era stato rivendicato dall’ISIS, ma diversi analisti e attivisti curdi sostengono che fosse implicato anche il governo turco. Pochi giorni dopo l’attentato di Suruc, miliziani legati al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, un movimento politico-militare che chiede maggiore autonomia per la minoranza curda che vive in Turchia, avevano ucciso per rappresaglia tre poliziotti turchi. Dopo l’attentato di Suruc la tregua in vigore dal 2013 tra governo turco e PKK era stata revocata e da allora in Turchia ci sono stati scontri e attentati. Il governo turco aveva risposto autorizzando una massiccia campagna di bombardamenti aerei e arresti contro il PKK e altre organizzazioni curde.

Lo scorso ottobre invece nella capitale Ankara due bombe avevano ucciso circa 100 persone durante una manifestazione di protesta contro la guerra tra governo turco e PKK: è stato l’attentato più grave della storia del paese. Secondo quanto aveva detto il governo turco, l’attentato di Ankara era stato compiuto da terroristi collegati allo Stato Islamico. Questa accusa era comunque stata messa in dubbio da molti esperti: la crisi politica in corso da diversi mesi in Turchia è fatta infatti anche di reciproche accuse e di intensa propaganda governativa. Molti giornalisti a questo proposito hanno notato come durante il suo primo discorso subito dopo l’attentato, Erdoğan abbia dedicato diversi minuti a criticare quegli intellettuali turchi e stranieri che condannano le operazioni militari turche contro i curdi nel sudest del paese, citando esplicitamente Noam Chomsky. In tutto questo, negli ultimi mesi il cambiamento dell’atteggiamento della Turchia nei confronti della guerra in Siria – a lungo aveva fornito appoggio e sostegno a numerosi gruppi di ribelli siriani comprese alcune formazioni di fondamentalisti e, almeno indirettamente, anche all’ISIS – ha reso lo stato un possibile e probabile obiettivo di attentati dell’ISIS: ha ridotto gli aiuti ai gruppi più radicali e ha iniziato ad arrestare numerosi simpatizzanti dell’ISIS, concedendo anche l’utilizzo delle sue basi agli aerei americani che bombardano i miliziani dello Stato Islamico.

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