(AP Photo/Emrah Gurel)
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  • domenica 11 Ottobre 2015

Cosa succede in Turchia, dall’inizio

Sabato ad Ankara è stato compiuto l'attentato più grave nella storia del paese e tra tre settimane si torna a votare: una guida per capirci qualcosa

(AP Photo/Emrah Gurel)

Sabato ad Ankara 97 persone sono state uccise e quasi trecento sono rimaste ferite nell’attacco più grave nella storia della Turchia, arrivato in un momento di grave crisi politica, sociale ed economica per il paese. Al momento la Turchia è praticamente in guerra con il PKK curdo, ha una situazione economica molto fragile e non ha un “vero” governo dalle ultime elezioni politiche del giugno 2015 (una nuova elezione è prevista per l’1 novembre).

L’attentato non è stato rivendicato e l’elenco dei possibili responsabili che ha fatto il primo ministro Ahmet Davutoğlu restituisce l’idea della situazione in cui si trova oggi la Turchia: Davutoğlu ha inizialmente citato fra i possibili colpevoli PKK, ISIS e gruppi di estrema sinistra, mentre lunedì ha detto che è l’ISIS il principale sospettato per gli attentati. Secondo i leader e gli attivisti curdi i responsabili appartengono però ad un’altra forza ancora: i servizi segreti deviati in collaborazione con gli estremisti di destra. Per capire cosa sta succedendo è necessario fare un passo indietro e ripercorrere gli ultimi mesi di storia del paese.

La situazione politica
Il prossimo novembre in Turchia si voterà per le elezioni anticipate che saranno di fatto un referendum su Recep Tayyip Erdoğan, l’attuale presidente della Repubblica che da quindici anni è la figura politica più importante del paese. Erdoğan è stato per più di dieci anni primo ministro della Turchia e leader del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP), un partito conservatore e ad ispirazione islamica. Sotto il suo governo la Turchia ha avuto una crescita economica senza precedenti e l’esercito, per lungo tempo una delle forze più influenti della società turca, è stato emarginato. Erdoğan è stato celebrato a lungo come un abile politico e un grande riformatore, ma negli ultimi anni sempre più intellettuali e osservatori internazionali lo hanno accusato di tendenze autoritarie (e a volte di instabilità mentale).

Dopo tre mandati da primo ministro, nel 2014 Erdoğan si è candidato alla carica di presidente della Repubblica, un incarico principalmente cerimoniale, nelle prime elezioni in cui il presidente è stato eletto direttamente dal popolo (grazie una riforma voluta dallo stesso Erdoğan). Nell’agosto del 2014 Erdoğan è stato eletto con circa il 51 per cento dei voti. Oggi l’obiettivo più importante del suo programma politico è una riforma della costituzione dai contorni ancora poco chiari, ma che ha lo scopo dichiarato di trasformare la Turchia in una specie repubblica presidenziale. Secondo i critici, Erdoğan ha intenzione di diventare un presidente autoritario nello stile di Vladimir Putin. L’opposizione, formata dal partito di centrosinistra CHP, dai nazionalisti di destra del’MHP e dai curdi dell’HDP, si oppone alla riforma e Erdoğan ha bisogno di ottenere una maggioranza molto larga di due terzi dei parlamentari per portare avanti la sua riforma.

Alle elezioni dello scorso giugno Erdoğan ha fallito il suo obiettivo: per la prima volta in dodici anni l’AKP si è trovato senza i voti necessari a cambiare la costituzione e senza nemmeno una maggioranza assoluta con cui governare. I colloqui per formare un governo di coalizione sono falliti, secondo molti commentatori proprio per volere di Erdoğan, e nuove elezioni sono state convocate per il primo novembre. La vittoria – o la sconfitta – di Erdoğan dipenderanno probabilmente dal risultato che otterrà un partito che lo scorso giugno è entrato per la prima volta in parlamento: l’HDP, il partito di sinistra radicale che rappresenta la minoranza curda del paese.

La questione curda, l’HDP
L’attuale crisi politica si intreccia con la questione curda, la minoranza etnico linguistica che abita soprattutto nella Turchia sud-orientale. Circa il 20 per cento dei 74 milioni di cittadini turchi sono di lingua curda e negli ultimi decenni hanno subito ogni sorta di persecuzioni. Per anni i governi turchi hanno negato la stessa esistenza del popolo curdo, che ha subito discriminazioni, deportazioni e massacri. La stessa legge elettorale turca è stata pensata per impedire ai curdi di intervenire nella politica nazionale: lo sbarramento al 10 per cento in vigore in Turchia è il più alto al mondo ed è stato superato da un partito curdo per la prima volta soltanto lo scorso giugno.

Il risultato ottenuto dall’HDP – che è guidato dal 42enne ex avvocato Selahattin Demirtaş – è stato storico anche perché ha di fatto impedito che l’AKP ottenesse la maggioranza necessaria a cambiare la costituzione: nel sistema proporzionale in vigore in Turchia i voti dei partiti che non superano lo sbarramento vengono redistribuiti tra quelli che ci sono riusciti. Secondo numerosi analisti, l’AKP non riuscirà a raggiungere la maggioranza fino a che l’HDP continuerà a superare la soglia di sbarramento. Per le elezioni di novembre tutti gli occhi sono puntati sul risultato dell’HDP, che i sondaggi danno in calo rispetto a giugno, ma ancora sopra la soglia di sbarramento. Secondo numerosi commentatori, Erdoğan è disposto a fare di tutto per impedire all’HDP di replicare il risultato di giugno. Secondo alcuni, fare “di tutto” significa in questo caso provocare una guerra civile.

La questione curda, il PKK
I curdi non hanno sempre subito le discriminazioni e le violenze da parte dell’esercito turco senza replicare. A partire dagli anni Ottanta alcune formazioni curde di estrema sinistra hanno iniziato a rispondere agli attacchi turchi utilizzando mezzi altrettanto controversi, come attentati terroristici suicidi e attacchi contro le principali località turistiche turche. La più importante di queste formazioni è stato ed è tuttora il PKK, un gruppo illegale in Turchia e considerato un’associazione terrorista da Stati Uniti ed Unione Europea. HDP e PKK sono due gruppi diversi ma legati, ed è soprattutto grazie alla mediazione del partito di Demirtas che dopo 30 anni di scontri e più di 30 mila morti il PKK ha firmato una tregua con il governo turco nel 2013.

Il processo di pace iniziato dopo la firma del cessate il fuoco è proseguito in maniera lenta e tra la sfiducia reciproca delle parti. Nel luglio del 2015 la tregua è stata ufficialmente interrotta quando per rappresaglia all’attentato di Suruc, una città della Turchia meridionale dove una bomba ha ucciso decine di attivisti curdi, il PKK ha ucciso tre poliziotti turchi. In risposta, Erdoğan ha ordinato l’inizio di una massiccia campagna di bombardamenti aerei contro le basi del PKK e di arresti contro attivisti e simpatizzanti curdi. Da luglio ad oggi gli scontri hanno causato più di 1.500 morti. Secondo molti analisti, Erdoğan ha deciso di utilizzare le maniere forti nel tentativo di riconquistare la maggioranza dei consensi in vista delle elezioni del primo novembre. Mostrandosi come l’unico leader politico in grado di mantenere l’ordine nel paese, Erdoğan spera di sostituire i voti persi a giugno con quelli della destra nazionalista.

L’ISIS
Riassumendo: la Turchia si sta avviando alle elezioni anticipate sotto la guida di un presidente con poteri di fatto molto più ampi di quelli che gli garantisce la costituzione e con ambizioni ancora più grandi. Il clima pre-elettorale è tesissimo a causa degli scontri tra le forze di sicurezza e i miliziani del PKK ed Erdoğan spera di avvantaggiarsi di questa situazione presentandosi come l’unico in grado di dare stabilità al paese. Se riuscirà o meno nei suoi obiettivi dipenderà in larga parte dal risultato che otterrà l’HDP, il partito dei curdi moderati. L’instabilità ha causato un crollo della moneta turca, la lira, e dopo anni di crescita l’economia del paese comincia ad essere in difficoltà. Il governo turco inoltre deve gestire l’enorme flusso di rifugiati siriani nel suo paese, oggi quasi due milioni di persone. Come se questa situazione non fosse già abbastanza complicata c’è da aggiungere anche l’ISIS.

Dall’inizio della guerra in Siria nel 2011, la Turchia ha fornito appoggio e sostegno a numerosi gruppi di ribelli siriani comprese alcune formazioni di fondamentalisti e, almeno indirettamente, anche all’ISIS. Lo scopo di questi aiuti era duplice: danneggiare il regime di Bashar al Assad, storico avversario della Turchia, e impedire la formazione di uno stato curdo nel nord della Siria, una regione che oggi è di fatto governata dal PYD, una formazione politica alleata del PKK. Negli ultimi mesi la Turchia ha ridotto gli aiuti ai gruppi più radicali e ha iniziato ad arrestare numerosi simpatizzanti dell’ISIS. A luglio, la Turchia ha anche concesso l’utilizzo delle sue basi agli aerei americani che bombardano l’ISIS in Siria e ha minacciato di inviare truppe e aerei al di là del confine siriano in un’area controllata in gran parte dallo Stato Islamico, rendendo così il paese un possibile obiettivo per i miliziani dell’ISIS.

Quindi chi ha messo le bombe ad Ankara?
L’attentato di Ankara non è stato rivendicato e sembra difficile che lo sarà nei prossimi giorni: tutte le ipotesi restano valide. La più improbabile sembra quella che riguarda il PKK, indicata dal primo ministro Davutoğlu, visto che moltissimi attivisti curdi sono stati uccisi nell’esplosione. L’ipotesi che l’attacco sia stato compiuto dall’ISIS sembra più solida, soprattutto se sarà confermato che i responsabili dell’attacco erano due attentatori suicidi. Come hanno fatto notare diversi analisti, quella di fare attacchi non rivendicati per suscitare discordia è una tattica che è stata già usata dal “progenitore” dell’ISIS, al Qaida in Iraq (AQI), nel 2004-2005. Anche l’attacco di Suruc, che ha causato la fine della tregua tra governo e PKK, è stato attribuito all’ISIS, ma non è mai stato rivendicato ufficialmente.

L’ultima possibilità citata in questi giorni è che l’attacco sia stato compiuto dai servizi segreti turchi o da membri dell’estrema destra in una sorta di “strategia della tensione”: colpire i curdi nel tentativo di suscitare una reazione altrettanto dura e quindi rendere impossibile un compromesso. I nazionalisti turchi hanno spesso incendiato le sedi dei partiti e dei movimenti curdi e ne hanno aggredito gli attivisti, ma fino ad oggi non hanno mai compiuto un attacco di questa portata.