• Mondo
  • sabato 9 Agosto 2014

Erdoğan ha vinto le presidenziali in Turchia

L'attuale primo ministro conservatore ha ottenuto più del 50 per cento dei voti: è il primo presidente turco eletto dal popolo

Aggiornamento ore 20.00 – Con il 98,75 per cento delle schede scrutinate, l’attuale primo ministro della Turchia, il conservatore Recep Tayyip Erdoğan, ha vinto nettamente al primo turno le elezioni presidenziali in Turchia. Erdoğan, leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP la sigla in turco) ha ottenuto il 51,85 per cento dei voti; Ekmeleddin Ihsanoglu, rappresentante dei due principali partiti di opposizione, il 38,43 per cento; e Selahattin Demirtas, candidato della minoranza curda del paese, il 9,72 per cento. L’affluenza è stata del 76,6 per cento. Erdoğan è il primo presidente eletto direttamente dal popolo nella storia della Turchia.

***

Domenica in Turchia si vota per le prime elezioni dirette del presidente della Repubblica nella storia del paese. Il candidato favorito è l’attuale primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP la sigla in turco), un partito islamico conservatore. Secondo gli ultimi sondaggi, Erdoğan potrebbe ottenere il 55 per cento dei voti, rendendo così inutile il ballottaggio con uno degli altri due candidati a diventare presidente: Ekmeleddin Ihsanoglu, rappresentante dei due principali partiti di opposizione, e Selahattin Demirtas, candidato della minoranza curda del paese (i curdi in Turchia sono circa il 15 per cento della popolazione).

Fino al 2007 il presidente della Turchia era eletto dal parlamento, in modo simile a come avviene in Italia. Da allora Erdoğan – che è primo ministro dal 2003 ed è tuttora al suo terzo mandato – ha cercato di cambiare la Costituzione ed è riuscito a ottenere che il presidente venisse eletto direttamente dal popolo. Per ora comunque la carica di presidente della Repubblica mantiene poteri piuttosto limitati, mentre il potere esecutivo rimane nelle mani del primo ministro. Attualmente l’AKP ha presentato al parlamento un bozza di modifica costituzionale che prevede la possibilità per il presidente della Repubblica di sciogliere le camere e nominare i membri del governo: una situazione, secondo l’opposizione, da “dittatura sudamericana”. Attualmente, però, l’AKP non possiede i due terzi dei voti necessari in parlamento per approvare la modifica, avendo 313 seggi su 550 disponibili nell’unica camera che forma il parlamento turco.

In ogni caso, la carica di presidente della Repubblica non è priva di poteri, come ha spiegato il Wall Street Journal. Intanto permette ad Erdoğan di restare in carica per altri sette anni (la legge turca non gli permette di fare un quarto mandato da primo ministro). Il presidente, inoltre, ha la possibilità di nominare i giudici della corte costituzionale, che fino ad ora sono stati tra gli avversari più agguerriti di Erdoğan: recentemente, per esempio, hanno bocciato diverse leggi o ordinanze approvate dal suo governo, come il blocco di Twitter dello scorso marzo poi bocciato dalla corte poche settimane dopo.

Erdoğan è comunque la figura politica più importante e visibile della storia recente della Turchia, al di là dei poteri formali della carica che si trova a ricoprire. Molti analisti concordano che il passaggio da capo di governo a presidente della repubblica, almeno nei primi tempi, difficilmente porterà a una diminuzione del suo potere. Anche se dovrà formalmente abbandonare il ruolo di presidente dell’AKP, è difficile che perda la sua capacità di influenzare il partito e quindi il primo ministro che sarà nominato suo successore. Inoltre Erdoğan ha esercitato una fortissima influenza dei media e la sua figura è oggetto di un qualcosa che si avvicina ad un culto della personalità (non solo le strade sono piene di suoi enormi ritratti, ma durante la campagna elettorale i suoi avversari hanno avuto soltanto una frazione del tempo che le principali televisioni hanno dedicato a Erdoğan).

Questa popolarità non è dovuta soltanto alla televisione: negli ultimi dieci anni Erdoğan e il suo partito hanno portato la Turchia a un tasso di crescita che il paese non aveva mai visto. Nel 2010 l’economia turca è cresciuta del 10 per cento e negli ultimi dodici anni è cresciuta in media del cinque per cento l’anno. Milioni di turchi sono usciti dalla povertà e una nuova classe media è nata grazie all’espansione economica. Erdoğan ha anche portato avanti alcune politiche che sono state considerate molto orientate verso l’islamismo: ha permesso per esempio alle donne di indossare il velo negli uffici pubblici, quando in Turchia, fino a pochi anni fa, nei luoghi pubblici era vietata l’esibizione di simboli religiosi. Queste politiche hanno fatto guadagnare ad Erdoğan un forte consenso soprattutto nelle parti più rurali del paese.

Nonostante questa situazione, Erdoğan è una figura politica che ha diviso il paese in due e secondo gli ultimi sondaggi circa il 48 per cento dei turchi approva il suo operato, mentre un altro 48 per cento non lo approva. Oltre ad aver minacciato e a volte censurato la stampa, Erdoğan ha affrontato con molta durezza le proteste di Piazza Taksim dell’anno scorso, cominciate per contestare la demolizione del parco Gezi a Istanbul: Erdoğan ha accusato i manifestanti di essere i burattini di una cospirazione internazionale contro di lui. Pochi mesi dopo un’inchiesta della magistratura ha coinvolto in un grande caso di corruzione diversi suoi familiari e compagni di partito. Anche in questo caso, Erdoğan ha accusato i magistrati di essere parte di una congiura organizzata all’estero. Per questi motivi, sia in Turchia che all’estero, Erdoğan è accusato da molti di aver una tendenza poco democratica ad accentrare il potere, a intimidire la stampa e ad ignorare le critiche e le proteste.