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  • venerdì 21 Marzo 2014

Perché la Turchia ha bloccato Twitter

C'entra la più grave crisi politica nel paese dell'ultimo decennio, e una certa dimestichezza con misure del genere: dal 2007 al 2010 fu bloccato YouTube

Poco prima della mezzanotte di giovedì 20 marzo l’ente statale turco che si occupa di tecnologie e comunicazioni, il Direttorato per la Telecomunicazione (TIB), ha attuato un’ordinanza del tribunale di Istanbul e ha bloccato Twitter nella maggior parte del territorio della Turchia. In brevissimo tempo gli hashtag #TwitterisblockedinTurkey e #DictatorErdogan, dedicato al primo ministro conservatore Recep Tayyip Erdoğan, sono entrati nei trends mondiali. L’ente che ha applicato l’interruzione di Twitter ha sfruttato una legge approvata la scorso febbraio dal Parlamento, che dà al ministero delle Comunicazioni (e in particolare al TIB) la possibilità di bloccare senza particolari difficoltà contenuti online ritenuti illegali o che violino la privacy di qualcuno. Questa legge, e molte altre mosse recenti del governo di Erdoğan, sono reazioni alla più grave crisi politica che ha coinvolto la Turchia negli ultimi dieci anni: riguarda un enorme scandalo di corruzione, intercettazioni telefoniche private fatte circolare su Internet e una lotta di potere interna alle forze islamiste del paese.

Corruzione, intercettazioni e scontri di potere
Il 20 marzo, diverse ore prima del blocco di Twitter, Erdoğan aveva tenuto un comizio elettorale a Bursa, nella Turchia occidentale, in cui aveva detto «estirperemo Twitter». Il pretesto usato da Erdoğan è stata la diffusione sui social network di alcune controverse conversazioni telefoniche tra lui e il figlio Bilal. Nell’intercettazione diffusa il 24 febbraio su YouTube, per esempio, sembra che Erdoğan dica al figlio di “far sparire vari milioni di euro” nascosti nelle case dei parenti. Nonostante non sia stato possibile confermare l’autenticità delle telefonate, le opposizioni turche hanno usato le registrazioni per attaccare il governo e chiedere le dimissioni dello stesso Erdoğan. La telefonata, infatti, sarebbe stata fatta la mattina dello stesso giorno in cui la polizia turca aveva arrestato i figli dei ministri dell’Economia e dell’Interno e il direttore generale di Halkbank (una grande banca controllata dallo Stato), accusati di essere coinvolti in un enorme scandalo legato alla corruzione.

Nei mesi scorsi diversi documenti riservati legati a questa vicenda sono stati diffusi a base quasi giornaliera da due account attivi soprattutto su Twitter e YouTube, che Erdoğan ritiene legati a Fethullah Gülen, influente studioso turco residente negli Stati Uniti e fondatore del movimento Hizmet (“servizio”), un movimento islamista turco che comprende diversi esponenti della magistratura. In pratica, molti osservatori ritengono che da dicembre in Turchia sia iniziata una lotta politica molto dura tra Gülen e Erdoğan, che fino a pochi mesi fa erano due stretti alleati ed entrambi rappresentanti del movimento islamista turco. Le dure politiche contro i social network adottate da Erdoğan sarebbero quindi finalizzate a indebolire l’azione di Gülen e fermare la diffusione di documenti e informazioni riservate che potrebbero compromettere la solidità del suo governo, anche in vista delle elezioni amministrative che si terranno tra dieci giorni.

I precedenti sui social network
Il governo turco aveva già bloccato in passato siti e social network a seguito di ordinanze di tribunali nazionali. Nel 2007, per esempio, fu imposto il divieto di usare YouTube dopo che era stato pubblicato un video ritenuto offensivo nei confronti del fondatore della Turchia, Mustafa Kemal Ataturk. L’accesso a YouTube fu ripristinato nell’ottobre del 2010, anche grazie al presidente turco Abdullah Gül che aveva espresso su Twitter la sua contrarietà al divieto (tra l’altro, dopo il blocco di Twitter il presidente Gül ha aggirato le restrizioni, come molti altri utenti turchi, e ha pubblicato diversi tweet contrari alla misura). Negli anni successivi il governo turco decise per nuove brevi interruzioni del servizio, che però poi fu sempre riaperto.

L’uso dei social network in Turchia è aumentato di molto a partire dalle manifestazioni anti-governative della scorsa estate a piazza Taksim, a Istanbul. Iniziate come una protesta locale contro il piano di distruzione del parco Gezi, le manifestazioni si erano trasformate in una più ampia protesta contro le politiche conservatrici adottate da Erdoğan, che era accusato di autoritarismo. In quelle settimane di proteste i social network venivano usati dagli attivisti sia per organizzare le manifestazioni sia per passarsi le informazioni che i media statali omettevano su pressioni del governo. Nell’ottobre 2013 l’istituto Peer Reach ha riportato che la Turchia era entrata nel gruppo dei dieci paesi al mondo che più usano Twitter.

twitter

Erdoğan è tornato ad attaccare direttamente i social network il 6 marzo, quando durante un’intervista televisiva ha detto: «Siamo determinati a non lasciare che la popolazione della Turchia venga sacrificata a YouTube e Facebook. Queste persone [gli utenti dei social network] incitano a ogni tipo di immoralità o spionaggio per il beneficio di quelle istituzioni». Come ha scritto il Wall Street Journal, Twitter è attualmente bloccato in Cina e sottoposto a restrizioni in Iran, Corea del Nord, Cuba, Libia, Pakistan e Siria.