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  • sabato 31 maggio 2014

Le proteste in Turchia, un anno dopo

Il 31 maggio 2013 cominciavano le contestazioni contro il governo di Erdoğan al parco Gezi, a Istanbul: e da allora nella politica turca è successo un po' di tutto

Il 31 maggio del 2013, esattamente un anno fa, la polizia turca attaccò i manifestanti che da tre giorni occupavano piazza Taksim, a Istanbul, per protestare contro un piano di riqualificazione del parco Gezi. La reazione violenta della polizia trasformò l’occupazione della piazza in un movimento di protesta contro il governo del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, accusato di eccessivo conservatorismo e autoritarismo: le contestazioni, inizialmente concentrate a Istanbul, si estesero rapidamente in altre città turche e andarono avanti per settimane.

A un anno di distanza il clima politico in Turchia è rimasto molto teso: in occasione del primo anniversario delle proteste, Erdoğan ha ordinato alle forze di sicurezza di impedire manifestazioni al parco Gezi e a piazza Taksim. Dal 31 maggio 2013 le manifestazioni di piazza non sono mai del tutto terminate, mentre il governo è stato coinvolto da diversi scandali, dimissioni di ministri e strane storie di intercettazioni telefoniche. Nonostante le difficoltà, comunque, Erdoğan è riuscito a vincere le elezioni amministrative dello scorso marzo e si prepara ad affrontare le elezioni presidenziali di agosto con i sondaggi dalla sua parte.

Parco Gezi
Le prime manifestazioni cominciarono il 28 maggio nel parco Gezi di Istanbul, poco lontano da piazza Taksim e da via Istiklal, una delle più commerciali e alla moda della città. Alcuni giovani si erano accampati lì per chiedere all’amministrazione cittadina e al governo turco di rivedere il piano di demolizione del parco, che era stato messo a punto per permettere la costruzione di un nuovo centro commerciale. Il 31 maggio, un venerdì, un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa assaltò il campo dei manifestanti, facendo un ampio uso di spray urticanti e incendiando le tende.

Quasi immediatamente ci furono proteste in tutto il mondo per i metodi utilizzati dalla polizia. Amnesty International definì “eccessivo” l’uso della forza da parte delle forze di polizia turche. I manifestanti si organizzarono in breve tempo, l’hashtag #occupygezipark si diffuse rapidamente in tutta la Turchia e poi in tutto il mondo, tenendo aggiornati giornalisti e attivisti su quello che accadeva ad Istanbul. I manifestanti ritornarono quasi subito a Taksim e dopo un giorno di scontri, il primo giugno, le forze di sicurezza furono costrette ad abbandonare il campo. Il parco e la piazza furono occupati da migliaia di manifestanti con le bandiere dei principali partiti di opposizione e dei sindacati.

Nel frattempo le manifestazioni si erano già diffuse in altre città della Turchia, tra cui Ankara, Antalya, Bodrum e Konya. I motivi della protesta intanto erano cambiati e il movimento Occupy Gezi Park divenne una protesta contro le politiche autoritarie di Erdoğan e del suo partito e il loro tentativo di islamizzare il paese. La Turchia è stata per quasi un secolo uno dei paesi più laici al mondo: Erdoğan è il suo primo capo di governo ad essere eletto per un partito di chiara ispirazione islamica (qui avevamo raccontato un po’ di storia della Turchia e spiegato di cosa si parla quando si cita “l’islamizzazione strisciante” del paese).

La prima serie di scontri terminò a giugno, con lo sgombero di piazza Taksim. Il bilancio fu di diversi morti, migliaia di feriti e di arrestati. Nei mesi successivi le proteste sono continuate, a volte durate anche per diversi giorni consecutivi, come lo scorso settembre. Ancora oggi la situazione politica rimane molto tesa.

Lo scandalo corruzione
Lo scorso dicembre diverse decine di persone, legate direttamente o indirettamente al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (il partito di Erdoğan, AKP la sigla in turco) sono state arrestate in quella che è stata definita “la più grande operazione contro la corruzione nella storia della Turchia“. Tra le persone arrestate c’erano il figlio del ministro dell’Economia, quello del ministro dell’Interno e il direttore generale di Halkbank, una grande banca controllata dallo Stato. Già in passato molti commentatori avevano scritto che Erdoğan aveva fallito la sua battaglia contro la corruzione e che, soprattutto a livello locale, l’AKP era coinvolto in maniera poco trasparente con costruttori ed industriali.

Anche se lo scandalo non ha riguardato direttamente Erdoğan, si è trattato di un colpo molto grave per il suo governo. Diversi ministri si sono dimessi e alcuni membri di spicco hanno abbandonato l’AKP, forza politica nata nel 2001 dalla fusione di numerosi partiti islamici e conservatori. In molti hanno scritto che lo scandalo stava minacciando la stabilità del governo molto più delle proteste di piazza dell’estate precedente. Erdoğan ha reagito duramente, attaccando la polizia e i magistrati che si sono occupati di portare avanti l’inchiesta. Circa 350 funzionari di polizia, tra cui il capo della polizia di Istanbul, sono stati costretti a dimettersi o sono stati trasferiti ad altri incarichi, una misura reputata da molti una punizione per aver preso parte alle indagini.

Il governo ha definito l’indagine un “complotto” organizzato all’estero. Secondo Erdoğan il responsabile di tutto sarebbe Fethullah Gülen, influente studioso turco residente negli Stati Uniti e fondatore del movimento Hizmet (“servizio”), un movimento islamista turco che comprende diversi esponenti della magistratura, e si dice anche del partito al governo. Negli ultimi anni Hizmet si è schierato quasi sempre dalla parte di Erdoğan ma le sue posizioni sono cambiate recentemente, creando le condizioni per una lotta interna allo schieramento religioso-islamista in Turchia.

Le intercettazioni
Nel corso del 2014 il governo è stato colpito da un altro scandalo, quando su YouTube sono state pubblicate le registrazioni di alcune conversazioni telefoniche di Erdoğan e di altri membri di AKP. Si tratta probabilmente di intercettazioni fatte filtrare alla stampa o pubblicate direttamente su internet, anche se nessuno può essere certo della loro autenticità. In una di queste si sente una voce, attribuita ad Erdoğan, parlare di milioni di euro nascosti nelle case di alcuni parenti che sarebbe necessario “far sparire”.

Alla fine di febbraio, due giornali turchi filo-governativi, Star e Yeni Şafak, hanno pubblicato due inchieste in cui raccontano di alcuni sospetti programmi di intercettazioni illegali portati avanti da magistrati nei confronti del governo e dell’AKP e di imprenditori e manager vicini al partito. Yeni Şafak ha parlato di 3.064 persone intercettate, secondo Star il numero reale si sarebbe aggirato attorno alle 7.000. Il programma, secondo i giornali, andava avanti da tre anni e al momento la magistratura turca ha aperto un’inchiesta interna sul caso. Anche per il caso delle intercettazioni telefoniche Erdoğan ha accusato Gülen, sostenendo che dietro alla loro diffusione ci fossero i sostenitori del suo movimento Hizmet.

Le elezioni
Nonostante le proteste, le intercettazioni, gli scandali e le accuse di corruzione, l’AKP ha superato con successo la prova delle elezioni amministrative che si sono svolte due mesi fa, il 31 marzo. Il partito di Erdogan ha ottenuto, su base nazionale, circa il 44 per cento delle preferenze, contro il 27 per cento ottenuto dal principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP la sigla in turco). L’AKP è riuscito a mantenere il sindaco di Istanbul e della capitale Ankara, mentre il CHP è riuscito ad eleggere il sindaco di Smirne, la terza città del paese.

La vera prova per il governo, comunque, sarà ad agosto, quando si terranno le prime elezioni dirette del presidente della Repubblica nella storia della Turchia (fino ad ora il Presidente era eletto dal Parlamento). Secondo molti analisti è probabile che Erdoğan si candidi e vinca, se non subito al primo, al secondo turno. Attualmente il ruolo del presidente della Repubblica è piuttosto cerimoniale, simile a quella del presidente della Repubblica italiano. Erdogan però è un politico dalla personalità molto forte e la Costituzione turca prevede alcuni poteri per il presidente che non sono utilizzati da lungo tempo (come quello di convocare e presiedere riunioni dei ministeri) e che potrebbero essere resuscitati proprio da Erdogan. Un’altra prova del suo governo ci sarà l’estate del 2015, quando si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento.

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