Homs, Siria. (AP Photo/Dusan Vranic, File)
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  • venerdì 2 Ottobre 2015

La Russia ha fatto bene o fatto male?

È la domanda che si fanno la stampa internazionale e gli esperti di politica estera dai primi bombardamenti russi in Siria: come spesso accade la risposta è "dipende"

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti
Homs, Siria. (AP Photo/Dusan Vranic, File)

Da quando la Russia ha cominciato a bombardare in Siria, tre giorni fa, tutti i principali giornali internazionali hanno scritto articoli e analisi per spiegare le ragioni dell’intervento e le sue conseguenze sulla guerra siriana. Come ogni volta che si discute delle scelte di politica estera della Russia, ci sono poche cose su cui gli analisti concordano: per esempio quasi tutti riconoscono che l’obiettivo principale del governo russo non sia sconfiggere l’ISIS, come invece hanno detto alcuni funzionari russi negli ultimi tre giorni. C’è però disaccordo su quasi tutto il resto: su cosa vuole ottenere davvero il presidente russo Vladimir Putin, sul peso della sua alleanza con il regime siriano di Bashar al Assad e sui rischi che comporta un intervento di questo tipo, sia per la Russia che per la guerra in Siria.

Vale la pena fare chiarezza mettendo un po’ di cose in fila, partendo da quelle che si sanno per certo.

La versione della Russia
Mercoledì il governo russo ha sostenuto di avere cominciato i bombardamenti per combattere “preventivamente” il terrorismo, riferendosi al rischio che l’ISIS possa compiere degli attacchi in territorio russo. Nel primo giorno di bombardamenti, diversi video e testimonianze hanno però mostrato come la Russia abbia colpito tre zone – le province di Homs, Hama e Latakia – dove l’ISIS non è presente. Il primo attacco russo contro obiettivi dell’ISIS è stato compiuto solo giovedì nei pressi di Raqqa, la città siriana che lo Stato Islamico considera la sua capitale. Venerdì un funzionario del governo russo ha detto alla stampa che gli attacchi potrebbero durare almeno tre o quattro mesi. Alexei Pushkov, il capo della commissione Esteri al Parlamento russo, ha anche accusato gli Stati Uniti di “far finta” di bombardare l’ISIS e ha promesso che la campagna militare russa sarà molto più efficace di quella americana (ed è una dichiarazione che vale tenere a mente per capire meglio gli obiettivi della Russia: ci arriviamo).

bbc-mappa-siriaUna mappa di BBC degli attacchi russi in Siria contro i ribelli

Cosa può ottenere la Russia nel breve periodo
Finora la Russia si è limitata a bombardare alcune postazioni dei ribelli anti-Assad, soprattutto quelle dell’Esercito della Conquista, una coalizione militare nata nel marzo 2015 che riunisce diversi gruppi ribelli (tra cui il Fronte al Nusra) e che opera nel nord-ovest della Siria. Non è una grande campagna militare, se si considera i migliaia di attacchi aerei compiuti contro l’ISIS dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. È però una campagna militare che ha “obiettivi tattici” precisi. Il primo, che può sembrare marginale ma non lo è, è mettere in una brutta posizione gli Stati Uniti – “imbarazzarli” dice il New York Times. Cioè fare in Siria una cosa che non è riuscita fin qui agli americani: far accadere qualcosa e difendere i suoi alleati.

Il secondo riguarda più direttamente l’andamento della guerra e l’alleanza che da molti anni lega il regime siriano a quello russo. Di recente l’esercito di Assad ha subìto alcune sconfitte militari piuttosto significative e oggi controlla solo il 20 per cento di tutta la Siria. Le truppe siriane sono demoralizzate e continuano a subire forti pressioni sia dalle province costiere del nord-ovest, dove ci sono diversi territori contesi con l’Esercito della Conquista, sia da est, dove l’ISIS ha cominciato a muoversi verso le città di Homs e Damasco. L’intervento russo potrebbe togliere l’iniziativa militare all’Esercito della Conquista e allo stesso tempo alleggerire la pressione su uno dei due fronti su cui Assad è più in difficoltà. È una mossa che potrebbe dare il tempo al regime di Assad di riorganizzarsi. Giovedì Reuters aveva scritto che negli ultimi dieci giorni centinaia di soldati iraniani sono arrivati in Siria per unirsi all’esercito siriano e al gruppo libanese Hezbollah, anch’esso alleato con Assad. E delle fonti anonime citate da Reuters hanno anche parlato della possibilità che la Russia possa avviare a breve un attacco di terra, se sarà necessario. Nessuna di queste informazioni, comunque, è stata confermata.

Cosa può volere la Russia nel lungo periodo, in Siria
È il punto su cui c’è maggiore disaccordo tra gli analisti. Per prima cosa va esclusa l’ipotesi che la Russia sia intervenuta con l’obiettivo primario di sconfiggere l’ISIS, che non vuol dire che non abbia tra i suoi obiettivi indebolire l’ISIS. La si esclude per almeno due motivi.

Il primo è che una coalizione internazionale contro l’ISIS esiste già, ma la Russia ha attaccato per i fatti suoi (diversi giornali americani scrivono che ha avvisato gli Stati Uniti del suo primo attacco con una sola ora di anticipo, rischiando tra l’altro uno scontro con gli aerei della coalizione). Peraltro in passato Putin si era opposto ai bombardamenti internazionali contro l’ISIS nelle modalità in cui erano stati decisi, cioè senza coordinarsi con Assad: temeva che gli attacchi potessero poi estendersi ai territori controllati dal regime. La priorità russa è sempre stata mantenere Assad al suo posto: con questa garanzia – mai data dagli americani – i russi sarebbero stati disposti a combattere l’ISIS insieme al resto della coalizione. Il secondo motivo è molto più immediato: come detto, la maggior parte dei bombardamenti compiuti finora non hanno avuto come obiettivo territori controllati dall’ISIS, ma quelli contesi tra il regime e una coalizione di ribelli anti-Assad.

L’impressione è che con l’intervento armato la Russia non pensi di mettere fine alla guerra in Siria – sostenerlo vuol dire credere che il governo russo non abbia capito nulla della complessità di quello che sta succedendo – ma voglia rafforzare Assad per permettergli di negoziare la fine del conflitto da una posizione di forza. La Russia ha detto che il suo obiettivo è portare tutti i gruppi ribelli a negoziare con il regime la fine della guerra. Se a quel punto Assad sarà forte abbastanza per imporre le sue condizioni, la Russia avrà ottenuto quello che voleva. Non va sottovalutata nemmeno la volontà del governo russo di indebolire l’ISIS, che conta tra le sue fila qualche centinaia di combattenti russi (la maggior parte ceceni): il tema del terrorismo islamico è molto sentito in Russia, soprattutto nel Caucaso.

Cosa può volere la Russia nel lungo periodo, non in Siria
Diversi analisti hanno legato la decisione della Russia di intervenire in Siria a una strategia più ampia di Putin di “tornare a contare” nel mondo, un’argomentazione non nuova. Mary Dejevsky, giornalista e analista che fa parte tra le altre cose del think tank Chatham House, ha spiegato sul Guardian in maniera molto chiara questo punto:

«La Russia vuole mostrare di essere un protagonista nella regione, alla pari degli Stati Uniti, e che non ha intenzione di accettare qualsiasi cosa sia decisa da Washington. Vuole dire la sua. Se un’interpretazione dell’azione russa è legata alla questione della dignità nazionale – cioè non far vedere di prendere ordini da Washington – un’altra potrebbe essere legata al desiderio di Putin che la Russia post-sovietica venga trattata come uno stato con interessi globali, e non confinato a un “mero” ruolo regionale dentro e attorno all’Ucraina»

C’è poi un altro fatto, che si collega in qualche maniera alla volontà russa di tornare a contare. Il New York Times ha scritto che un altro obiettivo di Putin è mostrare che la Russia si comporta con i suoi alleati in maniera diversa dagli Stati Uniti: non li abbandona, li aiuta. È un punto che in passato è costato molto agli americani in termini di reputazione: per esempio durante le cosiddette “primavere arabe” l’Arabia Saudita, il principale alleato arabo degli Stati Uniti in Medio Oriente, accusò gli americani di avere abbandonato il regime egiziano di Hosni Mubarak, che era amico sia degli Stati Uniti che dell’Arabia Saudita, e di essersi schierato dalla parte dei suoi oppositori.

Su questo punto l’amministrazione di Barack Obama ha ricevuto molto accuse anche dai suoi oppositori interni: per esempio lo scorso 16 settembre Marco Rubio, uno dei pochi candidati Repubblicani alla Casa Bianca con una vera competenza in politica estera, ha detto:

«Questo è quello che vedrete nelle prossime settimane: i russi cominceranno a fare delle missioni aeree in quella regione [in Siria, ndr], non colpendo solo l’ISIS ma con l’obiettivo di aiutare Assad. Poi andranno dagli altri paesi della regione e diranno, “l’America non è più un alleato affidabile, Egitto. L’America non è più un alleato affidabile, Arabia Saudita. Iniziate a fare affidamento su di noi”. Quello che stanno facendo è tentare di sostituirci come la più importante potenza in Medio Oriente, e questo presidente [Obama] lo sta permettendo.»

I rischi dell’intervento, per la Russia
Sono parecchi, e vanno considerati al pari dei vantaggi che un intervento militare può portare. Per prima cosa il regime di Assad è sempre più malvisto dalla popolazione siriana – che è a maggioranza sunnita, un orientamento dell’Islam diverso da quello di Assad, che è alauita – a causa dei continui bombardamenti compiuti dall’esercito contro zone abitate da civili. Il regime di Assad è considerato in Siria il primo responsabile delle centinaia di migliaia di persone uccise per la guerra, oltre che della crisi dei profughi che sta coinvolgendo diversi paesi europei. Stare al fianco di Assad, almeno per ora, non è una scelta che porta molta popolarità. Anche alcuni stati dell’area, tra cui la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, si sono schierati contro l’intervento russo.

Diversi analisti hanno anche parlato del rischio che i bombardamenti russi contro i ribelli – anche gruppi moderati, dicono gli Stati Uniti – possano spingere alcune fazioni armate a radicalizzarsi. Il New York Times ha scritto che giovedì una brigata islamista prima indipendente ha annunciato la sua alleanza con il Fronte al Nusra, sostenendo che l’unità del fronte ribelle è diventata necessaria dopo che Stati Uniti e Russia si sono unite in una guerra “contro i musulmani”. BBC ha scritto anche che l’entrata in guerra della Russia potrebbe dimostrarsi un’occasione perfetta per l’ISIS per reclutare nuovi combattenti: i russi sono i nemici storici che combatterono e persero contro i mujaheddin in Afghanistan durante gli anni Ottanta. L’ISIS potrebbe usare questa retorica – una nuova battaglia contro i russi – per convincere nuovi combattenti a unirsi alla sua guerra per la formazione del Califfato Islamico.