Perché si litiga su Napolitano, ora

La corte di Assise di Palermo ha deciso che i boss mafiosi non parteciperanno in videoconferenza alla testimonianza del Presidente della Repubblica sulla "trattativa Stato-mafia"

Oggi, giovedì 9 ottobre, i giudici della Corte D’Assise di Palermo hanno deciso di non far partecipare in video conferenza Totò Riina, Leoluca Bagarella e Nicola Mancino alla deposizione del capo dello Stato, fissata per il 28 ottobre al Quirinale e relativa al processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”.

Venerdì 26 settembre la Corte d’Assise di Palermo ha stabilito che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovrà deporre come testimone. Il capo dello stato ha la possibilità di ricevere la corte e gli avvocati del processo in un’udienza al Quirinale, come previsto dall’articolo 205 del codice di procedura penale, che si svolgerà il 28 ottobre. Dopo che la decisione era stata annunciata i capi mafia Totò Riina e Leoluca Bagarella avevano chiesto di poter partecipare in video-conferenza all’udienza del 28 ottobre, nel loro ruolo di imputati nel processo. A queste prime due richieste si era aggiunta anche quella di Nicola Mancino che all’epoca dei fatti era ministro dell’Interno e che è accusato di falsa testimonianza. L’articolo 502 del codice di procedura penale – che regola l’esame a domicilio di testimoni, periti e consulenti tecnici – prevede infatti il diritto, per gli imputati, di partecipare alle singole udienze. E dice:

«L’imputato e le altre parti private sono rappresentati dai rispettivi difensori. Il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame».

Martedì 7 ottobre, dunque, la Procura di Palermo ha dato il proprio parere favorevole a tutte e tre le richieste di partecipazione all’udienza del 28 ottobre. Nella memoria in cui è contenuto il parere si spiega che la decisione «è stata presa per motivi tecnici e per evitare il rischio di possibili nullità dell’udienza o dell’intero processo»: l’esclusione degli imputati potrebbe infatti fornire l’occasione per una richiesta di nullità al momento dell’appello, in parte o dell’interno processo. La Corte di Assise non ha però confermato.

Cosa c’entra Napolitano, in breve
Il processo per la “trattativa Stato-mafia” dura da tempo, è complicato e controverso ed è stato al centro di molte discussioni. L’ipotesi dei magistrati della procura di Palermo responsabili delle inchieste è che – a partire dalle dichiarazioni di alcuni mafiosi – dopo gli anni 1992 e 1993 (durante i quali vennero commesse numerose stragi e attentati mafiosi) lo Stato abbia cercato di raggiungere con le maggiori organizzazioni mafiose un accordo che avrebbe previsto la fine delle violenze in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario che prevede carcere duro e isolamento per i detenuti accusati di appartenere a organizzazioni criminali (sempre nel 1992 c’era stata la sentenza del cosiddetto Maxiprocesso che condannava Totò Riina e molti altri capi mafiosi all’ergastolo).

Attualmente il processo si trova alla fase dibattimentale e per arrivare a una sentenza ci vorranno almeno due anni, dice La Stampa. Tra gli imputati iniziali del processo ci sono diversi boss mafiosi (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Antonino Cinà e Leoluca Bagarella), alcuni ufficiali delle forze dell’ordine e alcuni politici: l’ex ministro dell’Interno tra il 1992 e il 1994 Nicola Mancino, che è stato anche vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura tra il 2006 e il 2010, Calogero Mannino, ex ministro democristiano, e Marcello Dell’Utri, ex senatore del PdL.

Tra il novembre del 2011 e l’aprile del 2012 la procura di Palermo intercettò diverse telefonate a proposito delle accuse, tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Napolitano, e delle telefonate dirette fra Mancino e il presidente della Repubblica. Questa questione portò all’inizio del 2012 a uno scontro istituzionale tra Napolitano e la procura di Palermo. Il problema era nato perché, intercettando l’ex ministro Mancino, la procura di Palermo intercettò anche Giorgio Napolitano: si pose quindi la questione se il presidente della Repubblica in carica potesse essere intercettato o se le sue comunicazioni dovessero essere eliminate subito, a prescindere dal contenuto. Ai primi di dicembre la Corte costituzionale aveva risolto la questione accogliendo il ricorso dello stesso Napolitano e ordinando la distruzione delle intercettazioni.

I magistrati di Palermo continuarono però a insistere a causa di alcune frasi scritte dall’allora consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio – che è morto per un infarto alla fine di luglio 2012 – in una lettera del 18 giugno 2012. La lettera in questione è stata pubblicata dal Quirinale nel volume “La Giustizia. Interventi del Capo dello Stato e Presidente del CSM 2006-2012″ (da pagina 143, nel PDF). In un passaggio D’Ambrosio esprimeva il “timore” di “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo fra il 1989 e il 1993″. Napolitano dovrebbe dunque riferire su quelle frasi. Lo scorso novembre il presidente della Repubblica aveva inviato una lettera al presidente della Corte nella quale diceva di non aver avuto «ragguagli» o «specificazioni» da D’Ambrosio e quindi di non avere «da riferire alcuna conoscenza utile al processo». Nonostante questo, la Corte ha deciso di raccogliere la testimonianza di Napolitano, al Quirinale.

Le polemiche sulla testimonianza di Napolitano
Intorno alla testimonianza di Napolitano sono nate molte discussioni, sia a livello politico che giornalistico. In entrambi i casi, i fronti opposti sono due: c’è chi parla di “attacchi” e di “umiliazioni” a Napolitano, e di insistenze della procura a coinvolgerlo in un processo che non lo riguarda (e che a sua volta è stato molto criticato per la sua ipotesi principale sulla trattativa) e chi sostiene invece la legittimità del processo, compresa la necessità della testimonianza del presidente della Repubblica (con conseguenti critiche a Napolitano stesso per volerne diminuire il rilievo).

A rendere secondo alcuni commentatori provocatorio e offensivo il comportamento dell’accusa c’era sia la richiesta di tornare a coinvolgere il Presidente della Repubblica, che l’implicazione di rendere la testimonianza di fronte ai boss mafiosi (benché sul banco dei testimoni si stia da testimoni, e non da imputati, ruolo di totale dignità ed estraneità alle accuse). Il Partito Democratico, ha criticato molto la decisione della procura, attraverso il presidente dei senatori Luigi Zanda e il presidente del gruppo alla camera Roberto Speranza. Zanda ha detto di «non comprenderne il significato, né processuale né istituzionale», Speranza ha dichiarato: «Vedo accostare il nome del Presidente della Repubblica a quello di due capi mafia. È inaccettabile. Ho sempre rispettato la magistratura, ma sinceramente penso si sia superato il segno». Beppe Grillo e i deputati del Movimento 5 Stelle sostengono invece «che il capo della Stato sappia molto di più di quanto dica di non sapere» e che «finalmente» sarà un «cittadino come tutti gli altri di fronte alla Legge». L’udienza comunque si terrà il 26 ottobre, a prescindere dalle polemiche.

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