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  • mercoledì 8 ottobre 2014

Le indagini sul contagio di Teresa Romero

A Madrid si stanno controllando altri possibili contagiati da ebola - compreso un cane - e ricostruendo quali errori siano stati fatti

Aggiornamento delle 20:30
Il cane di Teresa Romero è stato soppresso: la decisione era stata acconsentita da un giudice per evitare potenziali rischi di diffusione dell’ebola. Il cane è stato sedato e ucciso nella casa – sigillata – della donna, dove era stato tenuto con acqua e cibo. L’animale ora verrà creato a Paracuellos del Jarama, in periferia di Madrid.

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A Madrid in Spagna, dove per la prima volta una persona – l’infermiera Teresa Romero – ha contratto il virus ebola fuori dall’Africa, altre due assistenti sanitarie sono state ricoverate all’ospedale Carlos III per essere tenute sotto costante osservazione. Il primo ricovero è avvenuto nella sera di martedì 7 ottobre: l’infermiera aveva qualche linea di febbre, ma stamattina è stato reso noto che i test effettuati per capire se avesse o meno l’ebola hanno dato esito negativo. Il secondo ricovero è avvenuto questa mattina: si tratta sempre di un’infermiera, ha circa 40 anni e due figli.

Oltre alle tre infermiere (tutte hanno avuto a che fare con la cura dei due missionari provenienti dalla Liberia e dalla Sierra Leone, morti entrambi per il virus), in questo momento si trovano sotto osservazione costante al Carlos III un ingegnere spagnolo arrivato dalla Nigeria, un altro infermiere che è però risultato negativo ai test e sarà dimesso a breve e il marito di Teresa Romero, che è stato messo in isolamento. Ci sono poi altre 52 persone che dovranno misurarsi la temperatura due volte al giorno, ma che potranno condurre una vita normale poiché il virus non è contagioso fino a quando non compaiono i primi sintomi (come la febbre, appunto). Di queste, 22 lavorano nei due ospedali che hanno accolto Teresa Romero (quello di Alcorcón, dove alcune zone sono state sigillate e a cui la donna si era rivolta inizialmente, e il Carlos III di Madrid dove la donna è stata trasferita subito dopo la diagnosi): le altre 30 fanno parte del gruppo che aveva curato i due missionari.

Nel frattempo, si stanno cercando di chiarire diversi punti poco chiari nella dinamica con cui Teresa Romero (che, ricordiamolo, è l’unico caso finora diagnosticato) sarebbe stata contagiata. La stessa Romero ha detto a El País che la possibile causa del contagio potrebbe essere stato il modo cui è stata rimossa la tuta di protezione dopo che aveva visitato la stanza di uno dei due missionari: Romero ha specificato di averlo riconosciuto come «il momento più critico nel quale possa essere successo», sebbene abbia aggiunto di non saperlo dire con certezza. El Mundo riporta una dichiarazione del capo del reparto di medicina dell’ospedale Carlos III, il quale sostiene che Romero sia stata infettata dopo essersi toccata il viso con i guanti utilizzati per pulire la stanza del missionario morto.

Romero ha 44 anni, è sposata, non ha figli, ma ha un cane che, è stato deciso oggi, verrà soppresso per evitare potenziali rischi di diffusione del virus, come ha spiegato Felipe Vilas, presidente dell’associazione dei veterinari di Madrid. Il cane, dal momento del ricovero dei suoi padroni, è rimasto con acqua e cibo nella casa (sigillata) dell’infermiera e del marito, il quale avrebbe dovuto dare il suo permesso perché venisse praticata sull’animale l’iniezione letale. Il marito di Teresa Romero ha invece lanciato un appello per salvare il cane sostenuto da associazioni animaliste (su Twitter l’hashatg è #SalvemosaExcalibur): è stata anche lanciata una petizione («Se questa donna dovesse a morire, il cane che l’ha accompagnata per tanti anni sarebbe un sostegno emotivo importante per il marito») che finora ha ricevuto circa 300 mila firme e c’è stata una protesta di animalisti ad Alcorcón. Per la soppressione del cane è stata infine fatta richiesta ad un giudice che ha acconsentito: nella casa di Teresa Romero sono iniziate le procedure di disinfezione e il cane verrà soppresso. Non ci sono molti studi sull’ebola e i cani: ma nelle zone in cui la malattia si è sviluppata un numero “non trascurabile” di animali ha presentato alti livelli di anticorpi e questo significa che hanno contratto il virus: non è stato possibile dimostrare la trasmissione della malattia dagli animali all’uomo, ma non si può escludere che l’animale possa espellere il virus diventando così una potenziale fonte di contagio. Diversi esperti pensano comunque che il cane dovrebbe essere tenuto in vita perché importante per la ricerca scientifica.

Romero ha curato uno dei due missionari – rimpatriati dalla Liberia e dalla Sierra Leone – morti entrambi per il virus al Carlos III di Madrid. Le sue condizioni sono stabili: viene curata con trasfusioni di sangue che contengono anticorpi prelevati dal sangue di altri pazienti che sono guariti. Il più grosso dubbio da chiarire riguarda la modalità del contagio. Il ministro della Sanità spagnola Ana Mato e le autorità dell’ospedale Carlos III hanno fin da subito ribadito che tutti i protocolli di sicurezza sono sempre stati rispettati ipotizzando che il contagio dell’infermiera sia avvenuto per “un errore umano”. Non ci sono ancora conclusioni definitive su questo punto, ma fonti investigative dicono che il contagio potrebbe essere avvenuto nel momento in cui Romero si è tolta il terzo strato della tuta che indossava come protezione e che in quell’occasione si sarebbero verificati dei problemi. L’infermiera avrebbe avuto due contatti rischiosi, il primo per il cambio degli assorbenti del missionario malato e il secondo, dopo la morte dell’uomo, per raccogliere del materiale dalla sua stanza.

Alcuni dipendenti del Carlos III hanno però criticato l’attrezzatura anti-contagio dell’ospedale sostenendo che non soddisfi i requisiti di sicurezza. Il quotidiano El País ha pubblicato anche alcune foto di tute di protezione con guanti di lattice tenuti insieme con del nastro adesivo e dunque non completamente impermeabili. Gli operatori sanitari dell’ospedale Carlos III hanno partecipato a una manifestazione il 7 ottobre e hanno chiesto alla ministra della salute di dimettersi. Oggi, alle 18, ci sarà una nuova protesta dei dipendenti dell’ospedale. La vicedirettrice della struttura Yolanda Fuentes ha nel frattempo risposto che «gli abiti usati dagli infermieri seguono il protocollo e i requisiti di protezione per questa malattia».

L’ultimo incarico di Teresa Romero è stato dunque quello di pulire la stanza dove il missionario era morto. Dopodiché è andata in vacanza (ma non si sarebbe allontanata da Madrid) ricevendo la sola istruzione di monitorare la temperatura due volte al giorno e di avvisare l’ospedale se avesse notato qualcosa di insolito. Pochi giorni dopo avrebbe cominciato a sentirsi male. La donna aveva segnalato una prima febbre il 29 settembre o il 30 (ci sono due diverse date a seconda delle fonti): i sintomi erano ancora vaghi, la febbre era bassa e le è stato detto di rivolgersi ad un ambulatorio. Qui le sarebbe stato prescritto del paracetamolo, ma non era stata stabilita alcuna relazione tra la febbre e il virus ebola. Il protocollo prevede che l’allarme scatti solo quando la febbre supera i 38,6 gradi. In molti hanno commentato che questo dovrebbe valere in generale, ma che per le persone che sono venute a contatto diretto con qualcuno che era malato i criteri dovrebbero essere più attenti.

La storia, a questo punto si complica: secondo un portavoce del sindacato, Teresa Romero ha più volte richiamato l’ospedale per segnalare il suo stato di salute e che la temperatura aveva già raggiunto la soglia limite. Le autorità dell’ospedale invece riferiscono che questa temperatura è stata raggiunta solo il 6 ottobre, quando è stata fatta ufficialmente la diagnosi e quando la donna è arrivata all’ospedale di Alcorcón (a sud est di Madrid, vicino a casa sua) prima di essere trasferita (sei ore dopo) al Carlos III. Nella struttura di Alcorcón il personale era comunque senza le protezioni speciali previste da questi casi.

Anche la Commissione Europea ha fatto sapere di attendere dalla Spagna delle spiegazioni sulle circostanze del contagio e sulle eventuali carenze nel sistema sanitario. Il Comitato di sicurezza sanitaria dell’UE, che riunisce esperti provenienti da 28 stati membri e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) discuterà oggi, mercoledì 8 ottobre, del caso dell’infermiera spagnola. «La priorità è quella di sapere cosa è successo», ha detto un portavoce della Commissione, ammettendo che «ovviamente, da qualche parte c’è stato un problema». In mattinata, il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy ha parlato alle Camere impegnandosi a fornire informazioni trasparenti sul virus nel paese, facendo un appello alla calma e dicendo che è al lavoro un comitato di sorveglianza per consentire un coordinamento anche a livello europeo.

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