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  • sabato 23 Agosto 2014

Cosa vogliono fare gli Stati Uniti con l’IS

L'amministrazione americana ha detto che «tutte le opzioni sono sul tavolo»: è di nuovo in ballo un intervento in Siria ma c'è chi dice di ridurre l'allarme

Secondo il New York Times il governo americano sta discutendo la possibilità di allargare alla Siria il suo impegno contro lo Stato Islamico (IS), la milizia di estremisti sunniti che ha conquistato gran parte del nord dell’Iraq e della Siria orientale. Dallo scorso 8 agosto, l’aviazione degli Stati Uniti ha cominciato ad attaccare le milizie dello Stato Islamico in Iraq, ma non ha ancora esteso le sue operazioni alla Siria. Oltre agli attacchi aerei, l’amministrazione americana sta valutando anche la possibilità di aumentare il suo impegno per armare e addestrare i ribelli più moderati, rappresentati principalmente dalla Free Syrian Army (FSA) e dalle milizie curde che operano nel nord del paese (riunite sotto la sigla YPG. “Unità per la protezione del popolo”). Un’altra opzione valutata sarebbe iniziare una campagna di attacchi con droni senza pilota per prendere di mira i leader dell’IS, simile a quelle che gli Stati Uniti hanno già condotto in Yemen, Somalia e Pakistan.

Che cos’è l’IS, spiegato bene

All’inizio di questa settimana, lo Stato Islamico ha diffuso il video dell’uccisione di un giornalista americano, James Foley, catturato nel 2012. Nel video, un militante dell’IS ha minacciato di uccidere un secondo giornalista americano se gli attacchi aerei non fossero cessati. Dopo la diffusione del video, il segretario alla Difesa americano Chuck Hagel ha definito lo Stato Islamico: «Una minaccia imminente ad ogni nostro interesse» e ha aggiunto che si tratta di un minaccia «senza precedenti». Dopo la diffusione del video, gli Stati Uniti hanno continuato a colpire le milizie dell’IS in Iraq per tutta la settimana.

Già nelle scorse settimane l’impegno americano contro lo Stato Islamico era aumentato. Gli attacchi aerei sono cominciati all’inizio di agosto per cercare di rallentare l’avanzata dell’IS che con un’offensiva a sorpresa era riuscito ad arrivare a pochi chilometri dal Kurdistan iracheno, la regione semi-indipendente che si trova nel nord-est del paese. Altri attacchi aerei erano stati compiuti per proteggere gli yazidi, una minoranza etnico religiosa perseguitata dall’ISIS e costretta a fuggire. Nei giorni successivi, l’aviazione americana dalle operazioni “difensive” è passata a quelle “offensive”, appoggiando le milizie del Kurdistan iracheno, i Peshmerga, e le forze speciali irachene, impegnate a riconquistare l’importante diga di Mosul.

A confermare la volontà degli Stati Uniti di aumentare l’impegno contro l’IS, giovedì Martin Dempsey, capo dello stato maggiore congiunto (cioè l’ufficiale di rango più elevato delle forze armate), ha dichiarato che non è possible sconfiggere l’IS senza colpire in Siria. Poche ore dopo, il segretario alla Difesa Hagel ha ammesso che al momento «tutte le possibilità sono prese in considerazione». Anche alcuni membri del partito repubblicano sembrano favorevoli a un intervento maggiore. Il senatore John McCain, uno dei principali sostenitori delle operazioni in Medio Oriente, ha dichiarato che lo Stato Islamico: «È un cancro che si è diffuso nella regione e che può arrivare fino in Europa e negli Stati Uniti».

Alcuni analisti, però, suggeriscono di non precipitare i timori della minaccia dello Stato Islamico (il New York Times ne ha scritto a lungo qui). Il dipartimento della Difesa americano, ad esempio, ha dichiarato che l’IS non ha la capacità di compiere un attacco terroristico sul suolo degli Stati Uniti e che probabilmente non ha nemmeno l’intenzione di colpire dei bersagli nei paesi occidentale. Lo Stato Islamico, a differenza di al-Qaida, ha dimostrato di preferire le conquiste territoriali piuttosto che gli attentati terroristici in Europa o Stati Uniti. Inoltre, lo Stato Islamico sta già combattendo su molti fronti: contro l’esercito del regime siriano, contro i ribelli moderati siriani, contro l’esercito iracheno e contro le milizie curde. Diversi esperti sottolineano che è difficile che desideri aprire un altro fronte.

Anche sulle conquiste territoriali nel Medio Oriente ci sono un paio di cose da dire. Nei piani dei miliziani, lo Stato Islamico dovrebbe abbracciare, oltre Siria ed Iraq, anche Giordania, Libano, Kuwait, Palestina e Israele. Secondo alcuni consiglieri della Casa Bianca, è possibile che gli sforzi dell’IS riescano a destabilizzare alcuni di questi paesi, soprattutto la Giordania, ma è difficile immaginare che l’IS riesca ad aumentare il territorio stabilmente sotto il suo controllo in paesi dove non c’è una situazione particolare come quella di Iraq e Siria. E anche in questi due stati è probabile che i metodi brutali dell’IS gli procurino presto dei nemici interni tra gli stessi sunniti che ne hanno appoggiato l’avanzata.

Le discussioni sulla possibilità di attaccare l’IS in Siria sono arrivate quasi esattamente un anno dopo che venne discussa la possibilità di un intervento in Siria, dove da tre anni è in corso una guerra civile che secondo le ultime stime dell’ONU ha già causato 191 mila morti. Nell’agosto del 2013 gli Stati Uniti minacciarono di attaccare il regime del dittatore siriano Bashar al Assad come rappresaglia per l’utilizzo di armi chimiche contro i civili. Gli attacchi vennero annullati, anche a causa di un’intensa mobilitazione internazionale contro la guerra, e gli Stati Uniti accettarono un piano russo per la distruzione delle armi chimiche del regime siriano (un piano che è stato recentemente portato a termine). Attaccare l’IS in Siria rappresenterebbe un completo rivolgimento di fronte. Gli aerei americani attaccherebbero le milizie dello Stato Islamico che combattono contro l’esercito che gli Stati Uniti volevano bombardare soltanto un anno fa.