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  • giovedì 21 agosto 2014

5 cose sull’uccisione di James Foley

Gli Stati Uniti avevano provato a liberarlo con un'operazione militare, lo Stato Islamico aveva chiesto un riscatto, alcuni ex ostaggi hanno riconosciuto la voce dell'assassino

Mercoledì 19 agosto lo Stato Islamico, un gruppo di estremisti islamici sunniti che combatte in Iraq e Siria, ha diffuso il video dell’assassinio di James Foley, un giornalista statunitense che era stato catturato lo scorso novembre. Non si conoscono ancora molti dettagli, per esempio dove sia stato ucciso Foley, ma stanno incominciando a emergere altri particolari sulla vicenda.

Chi era
James Foley era un giornalista e fotografo che lavorava in Siria collaborando soprattutto con Agence France Presse. Foley, 40 anni, era nato nel New Hampshire, negli Stati Uniti, ed era stato rapito in Siria nel novembre del 2012 insieme al suo interprete. Foley era già stato preso prigioniero una volta: nell’aprile del 2011, durante la guerra civile in Libia, era stato arrestato da alcune milizie fedeli a Muammar Gheddafi. Foley era stato liberato dopo 44 giorni di prigionia.

L’operazione di salvataggio
L’amministrazione americana ha fatto sapere – forse per difendersi dalle critiche di chi l’ha accusata di non aver fatto abbastanza – che quest’estate le forze speciali americane avevano tentato di liberare Foley. Lo scorso luglio un gruppo di circa venti soldati della Delta Force, un reparto dell’esercito americano specializzato nelle operazioni antiterrorismo e nel salvataggio degli ostaggi, ha assaltato una raffineria di petrolio nel nord della Siria: a quanto si sa è stata la prima volta che soldati americani hanno messo piede in Siria dall’inizio della guerra civile. C’è stato uno scontro a fuoco, durante il quale un militare americano è stato ferito leggermente e diversi miliziani dello Stato Islamico sono stati uccisi. Quando i soldati sono entrati nel complesso, però, non hanno trovato gli ostaggi. L’operazione di estrazione non è stata facile e uno dei due velivoli inviati a recuperare i soldati è stato attaccato. Tutti gli uomini della Delta Force sono comunque riusciti a mettersi in salvo.

Le operazioni di intelligence per scoprire l’ubicazione degli ostaggi sono state lunghe e complesse. Non c’era la certezza che Foley fosse presente sul luogo dell’attacco, ma dai dati raccolti sembrava molto probabile che fossero presenti alcuni ostaggi. Come ha spiegato uno dei funzionari, «l’intelligence è un’arte più che una scienza». Due diversi funzionari del dipartimento della Difesa hanno dichiarato al New York Times, in maniera anonima, di essere contrari alla decisione di rivelare la notizia del raid. Secondo i funzionari sono state divulgate informazioni che lo Stato Islamico non conosceva e ora una seconda operazione di salvataggio sarebbe considerevolmente più difficile. L’amministrazione americana ha spiegato la decisione sostenendo che la stampa aveva oramai scoperto il raid in maniera autonoma. Inoltre, hanno sottolineato alcuni portavoce, è importante mostrare l’impegno dell’amministrazione americane nel liberare i cittadini con azioni militari, anche per scoraggiare ulteriori rapimenti.

Il riscatto
Lo Stato Islamico aveva chiesto agli Stati Uniti un riscatto di diversi milioni di dollari – 132,5 milioni, cioè circa 100 milioni di euro, secondo quanto detto giovedì 21 agosto da alcune autorità statunitensi – in cambio della consegna di Foley. Il governo americano si è rifiutato di pagare e ha inviato un team di forze speciali per cercare di salvarlo. Si tratta di una strategia con cui si cerca di scoraggiare il rapimento di cittadini americani, mostrando che rapirli non solo non porta guadagni ma rischia anche di causare attacchi e tentativi violenti di liberazione. Come quello degli Stati Uniti, anche il governo del Regno Unito rifiuta di trattare con i terroristi. Secondo il New York Times, questa strategia non è condivisa da gran parte dei paesi europei. «Rapire europei è diventata una delle principali fonti di reddito per al Qaida e le organizzazioni affiliate, che negli ultimi cinque anni sono riuscite ad accumulare 175 milioni di dollari (circa 120 milioni di euro) in riscatti», scrive il quotidiano.

In particolare, il New York Times cita i casi di quattro cittadini francesi e tre cittadini spagnoli che sarebbero stati liberati nell’ultimo anno dopo il pagamento di un riscatto. In passato, secondo la stampa, anche diversi cittadini italiani sarebbero stati liberati in cambio di un riscatto. Secondo un articolo del Foglio pubblicato alcune settimane fa i casi di Simona Pari e Simona Torretta (settembre 2004), Giuliana Sgrena (febbraio 2005), Clementina Cantoni (Afghanistan, maggio 2005), Rossella Urru (ottobre 2011) e Mariasandra Mariani (febbraio 2011) si sarebbero tutti conclusi con il pagamento di un riscatto.

Anche se gli Stati Uniti di norma non pagano riscatti, in almeno un caso si sono comportati in maniera differente. Lo scorso giugno il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la liberazione del sergente Bowe Bergdahl, rapito nel 2009 dai talebani in Afghanistan. Bergdahl è stato liberato in cambio del rilascio di cinque leader talebani detenuti nella prigione americana di Guantanamo a Cuba.

Chi è l’assassino
Diversi fonti hanno confermato che l’assassino di Foley che compare nel video diffuso mercoledì è un cittadino inglese. Si tratterebbe del capo di un piccolo gruppo formato da altri due miliziani arrivati dal Regno Unito che sono stati incaricati dallo Stato Islamico di controllare gli ostaggi stranieri, hanno raccontato alcuni ex-prigionieri che sono stati liberati. L’uomo si fa chiamare “John”, mentre gli ostaggi chiamavano lui e i suoi due compagni i “Beatles” per via della loro origine inglese. Secondo uno degli ostaggi, John sarebbe «intelligente, istruito e devoto in maniera fanatica all’islam radicale». Secondo diverse stime, attualmente lo Stato Islamico può contare su circa 500 miliziani nati nel Regno Unito.

Secondo altri ex-ostaggi, “John” sarebbe anche a capo delle trattative per la liberazione degli ostaggi: sarebbe lui a scrivere email alle famiglie delle vittime e a tenere i contatti con le autorità intenzionate a pagare per il rilascio dei loro concittadini. Al momento diversi linguisti stanno lavorando sul video dell’uccisione di Foley per cercare di individuare la provenienza esatta di “John”. L’ipotesi principale, al momento, è che parli inglese con un accento del sud dell’Inghilterra. Secondo alcuni esperti “John” potrebbe essere cresciuto nell’East End di Londra, dove si parla un inglese “multiculturale”. Dal video si capirebbe che l’inglese non è la sua prima lingua.

Gli altri ostaggi
Attualmente si calcola che l’ISIS abbia nelle sue mani più di venti ostaggi occidentali. Nelle ultime settimane quattro persone sono state rapite: si tratta di due cooperanti italiane, un cittadino danese e uno giapponese. Quasi tutti gli ostaggi sono giornalisti, fotografi o persone impegnate nella cooperazione internazionale. Sono stati rapiti vicino ad Aleppo o Idlib, in Siria, e sono subito stati trasportati a Raqqa, la capitale dello Stato Islamico. Uno di loro è Steven Sotloff, un giornalista americano che ha lavorato per Time e Foreign Policy rapito nel 2013. Nel video dell’uccisione di Foley, “John” dice che la sorte di Sotloff dipende dalle decisioni di Obama: sarà ucciso se gli attacchi aerei che stanno colpendo le milizie dello Stato Islamico in Iraq non saranno fermati.

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