• Mondo
  • mercoledì 12 Marzo 2014

184 giorni in una prigione segreta cinese

La storia di Zhou Wangyan e delle brutalità a cui è stato sottoposto dal Partito Comunista affinchè confessasse di aver ricevuto tangenti

Zhou Wangyan ha 47 anni ed è un dirigente locale del Partito Comunista Cinese, direttore dell’ufficio per la gestione del territorio della città di Liling. Nel 2012 fu “arrestato” da alcuni uomini del partito e fu trattenuto illegalmente e segretamente per 184 giorni, durante i quali fu spesso torturato e seviziato affinchè confessasse di aver ricevuto tangenti. Il Washington Post ha messo insieme la sua storia in un lungo articolo, basandosi sulle cose raccontate da Zhou all’agenzia di stampa internazionale Associated Press, che si è messo in contatto con la stampa straniera nel tentativo di ottenere giustizia. L’articolo mostra anche un aspetto poco noto del Partito Comunista Cinese: il suo sistema giudiziario interno, indipendente da quello dello Stato e libero da ogni controllo pubblico, usato per controllare e giudicare i membri del partito, spesso in modo illegale e con metodi molto violenti.

La storia, dall’inizio
Nel luglio del 2012, mentre lavorava nel suo ufficio, Zhou Wangyan fu raggiunto da tre uomini del partito, che gli chiesero di andare con loro per rispondere ad alcune domande circa alcuni sospetti di corruzione. Zhou Wangyan prima di lasciare il suo ufficio fece due telefonate, una al sindaco di Liling per avvisarlo che il suo vice sarebbe stato in carica e una alla moglie, per dirle di non preoccuparsi, che sarebbe tornato presto e che era innocente. Le cose andarono diversamente.

Zhou Wangyan fu condotto in un albergo dove iniziò l’interrogatorio. I funzionari del partito volevano che ammettesse di aver ricevuto 100.000 yuan, circa 12.000 euro, e che firmasse una confessione; Zhou Wangyan rifiutò. Per la prima settimana i funzionari non lasciarono che Zhou dormisse più di un’ora a notte: si mettevano in cerchio e lo spingevano da una parte all’altra della stanza, chiedendogli di confessare. Quando Zhou crollò a terra, sfinito, gli ufficiali del partito non si fermarono e continuarono a spingerlo e a farlo rotolare sul pavimento. Nei giorni successivi Zhou fu trasferito in un altro albergo, dove fu sottoposto allo stesso trattamento; infine fu condotto a Qiaotoubao, un centro di investigazione per casi di corruzione del Partito Comunista nella città di Zhuzhou.

In Cina il potere giudiziario e la polizia sono controllati dal Partito Comunista. Per controllare se stesso, allora, il Partito ha a disposizione un sistema giudiziario interno e parallelo a quello ufficiale, a cui tutti i suoi 85 milioni di membri sono sottoposti: lo “shuanggui”. Ufficialmente lo “shuanggui” è solo un ordine a comparire di fronte ad un organo investigativo del Partito, per rendere conto di qualcosa o fornire la propria versione durante un’indagine interna. In realtà, nel corso del tempo il Partito ha sviluppato un suo sistema giudiziario dotato di centri di detenzione e investigazione, che negli ultimi anni è stato usato soprattutto per combattere la corruzione. Il Partito sostiene che il 90 per cento dei casi di corruzione degli ultimi anni sono stati individuati grazie allo “shuanggui”: i metodi usati per le sue indagini, tuttavia, spesso sconfinano nella tortura, e siccome lo “shuanggui” non è soggetto al controllo dell’autorità giudiziaria il Partito può abusare i suoi membri nella totale impunità. Se negli ultimi anni ci sono stati degli sforzi del governo cinese per ridurre la violenza della polizia, chiudere i campi di lavoro e le altre prigioni non ufficiali, come scrive il Washington Post, il sistema di dentenzione interno del Partito rimane “il più oscuro dei buchi neri” del sistema giudiziario cinese: si stima che ogni anno diverse migliaia di persone vengano detenute illegalmente dal Partito Comunista.

Come ha raccontato Zhou Wangyan ai giornalisti di Associated Press, a Qiaotoubao iniziarono le torture e le sevizie peggiori. Dopo un mese di detenzione, durante il quale la sua famiglia lo cercava senza risucire a sapere dove fosse stato portato, Zhou Wangyan non aveva ancora ceduto alle pressioni e non aveva confessato: farlo avrebbe significato passare diverso tempo in prigione e portare disonore sulla sua famiglia e sui suoi figli. Zhou fu confinato in una cella isolata acusticamente e con le pareti imbottite affinchè non potesse cercare di farsi del male. Durante gli interrogatori veniva spesso frustato sulle piante dei piedi fino a farlo sanguinare, la sua faccia veniva tenuta sott’acqua fino a farlo quasi annegare, gli venivano fatti mangiare i peli della sua barba e gli furono spezzati quattro denti mentre veniva schiaffeggiato con una scarpa. Gli investigatori arrivarono a mostrargli i filmati dell’interrogatorio di sua figlia ventiduenne, che la polizia aveva arrestato e trattenuto per 48 ore con accuse fittizie.

In almeno tre diverse occasioni, come ha raccontato Zhou Wangyan, gli inquirenti del Partito lo svegliarono di notte e lo costrinsero a mangiare le sue feci; durante un altro interrogatorio, invece, gli uomini del partito lo misero a sedere sul pavimento e, lentamente, gli divaricarono le gambe oltre 180 gradi, fino a spezzargli il femore destro. Anche dopo questo episodio le richieste di Zhou Wangyan di essere portato in ospedale rimasero inascoltate per alcune settimane, fino a che le sue condizioni non si fecero così gravi da mandarlo in uno stato semi comatoso di dormiveglia. Solo allora Zhou Wangyan fu portato sotto falso nome in un ospedale. Le radiografie confermarono che aveva il femore rotto ed era in gravi condizioni. Dopo solo pochi giorni in ospedale e un intervento di ricomposizione del femore, gli investigatori lo fecero dimettere e lo riportarono al centro di detenzione, dove fu lasciato immobilizzato su un materasso con la gamba steccata. Anche quando gli fu offerta in cambio la libertà per motivi di salute, Zhou Wangyan non confessò.

Tre mesi dopo, finalmente, Zhou Wangyan decise di confessare di aver ricevuto tangenti per 40.000 yuan e firmò una lettera di dimissioni dal Partito. Nel gennaio del 2013 fu liberato e gli fu detto che il suo caso sarebbe stato investigato ulteriormente. Zhou Wangyan, che però si era sempre professato innocente, scrisse agli organi del Partito per protestare contro quello che gli era successo, accusando allo stesso tempo Jiang Yongqing, un altro dirigente locale del Partito, di abuso di potere. Zhou Wangyan ha scoperto che durante la sua detenzione anche alcuni suoi collaboratori erano stati vittime di simili interrogatori; l’Associated Press ha parlato con membri della sua famiglia e amici che hanno confermato di essere stati arrestati e costretti ad accusare Zhou Wangyan.

Dopo essere stato liberato, Zhou Wangyan si è messo in contatto con un avvocato. L’avvocato lo scorso ottobre ha pubblicato online alcuni resoconti di Zhou Wangyan riguardo il suo periodo di detenzione e le torture subite. Nonostante i documenti siano stati presto censurati dalle autorità cinesi, altre tre persone si sono messe in contatto con Cai Yin, l’avvocato in questione, e hanno raccontato storie simili a quelle di Zhou Wangyan. Nonostante questo, come spiega il Washington Post, è improbabile che qualcosa cambi nel breve periodo: in primo luogo perchè il Partito fa ampio uso del “shuanggui” e confida molto sulla sua validità, ma anche perchè in generale l’opinione pubblica cinese non ha molta simpatia per i membri del Partito Comunista e sembra essere piuttosto favorevole allo “shuanggui” e alla mano pesante contro i corrotti o presunti tali.

A oltre un anno di distanza dalla liberazione di Zhou Wangyan, nessuna azione è stata intrapresa nei confronti degli investigatori che lo hanno torturato. Zhou Wangyan e i suoi familiari hanno ricevuto telefonate intimidatorie e minacce di ripercussioni nel caso avesse continuato a parlare della vicenda. Il procuratore ha deciso di non accusare formalmente Zhou Wangyan, che è tornato al suo vecchio lavoro per il Partito, del quale si dice ancora un convinto sostenitore.

Il Partito Comunista Cinese, contattato da Associated Press, ha negato tutta la vicenda sostenendo che gli interrogatori in questione si sono svolti nel rispetto delle regole interne del Partito, che vietano la tortura; le immagini e le registrazioni degli interrogatori, tuttavia, non sono state fornite ai giornalisti e alcuni dettagli della storia fornita da Zhou, dunque, non possono essere verificati.