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  • venerdì 7 febbraio 2014

Contro Putin

Chi fa l'opposizione in Russia? Con quali sacrifici, risultati e conseguenze? Qualche storia, a partire da questa faccia e tre date

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Ogni anno il magazine statunitense Forbes pubblica una classifica delle 10 persone più potenti al mondo. Nel 2013 al primo posto c’era Vladimir Putin, presidente della Russia in carica, dominatore assoluto della politica russa degli ultimi 15 anni e probabilmente per i prossimi 10. Forbes diede questa motivazione:

«Putin ha consolidato il suo potere in Russia, e chiunque guardi la partita a scacchi che si sta giocando sulla Siria ha una chiara idea dello spostamento di potere a suo favore sullo scenario mondiale. L’uomo forte ex del KGB – che controlla un arsenale nucleare, un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e alcune delle riserve di greggio e gas più grandi al mondo – sarà presidente per i prossimi sei anni e potrebbe rimanere in carica fino al 2024»

Fare opposizione in un paese come la Russia, con uno come Vladimir Putin alla presidenza, non è stato per niente facile in nessun momento degli ultimi 15 anni. L’eventualità di finire in carcere, o di vedere la propria reputazione screditata con “metodi da KGB”, è sempre stata praticamente una certezza. Recentemente però molti importanti e autorevoli giornali internazionali hanno iniziato a occuparsi della Russia per via di alcuni aspetti nuovi e da un certo punto di vista piuttosto sorprendenti: hanno raccontato la nascita di diverse forme di opposizione a Russia Unita, il grande e potentissimo partito di Putin e dell’attuale primo ministro Dimitri Medvedev, e di qualche “concessione” fatta dal presidente sul piano della liberalizzazione politica. Anche se tutto il potere di Putin non è stato scalfito e molto passa ancora dalle sue mani, dall’esito delle elezioni alla sorte dei suoi oppositori politici e dei mezzi di comunicazione indipendenti, ci sono stati piccoli esperimenti di opposizione che hanno avuto successo.

Ci sono tre date importanti per raccontare l’opposizione in Russia, com’è oggi. 24 settembre 2011: Medvedev annuncia la candidatura di Putin a presidente. 6 maggio 2012: un’enorme protesta anti-governativa a Piazza Bolotnaya diventa il pretesto usato da Putin per reprimere e indebolire le opposizioni. 8 settembre 2013: ci sono le elezioni comunali a Mosca e il più noto leader dell’opposizione, Alexey Navalny, sfiora la possibilità di andare al ballottaggio con il candidato scelto da Putin, dopo aver condotto una compagna elettorale molto “americana”. Molte di queste storie sono state raccontate pochi giorni fa da Julia Ioffe sul New Republic. Ma partiamo dall’inizio.

24 settembre 2011
«Considero giusto sostenere la candidatura a presidente di Vladimir Putin»

Il 24 settembre 2011 si tenne a Mosca la convention di Russia Unita. All’epoca il presidente russo era Dimitri Medvedev, che aveva sostituito Putin che dopo due mandati non poteva ricandidarsi: Putin stesso scelse Medvedev e in quegli anni fece il primo ministro. Dopo avere accettato l’incarico di segretario del suo partito, l’allora presidente Medvedev fece un annuncio atteso ma che avrebbe comunque cambiato molto della vita politica del paese (inizia al minuto 4.18, con sottotitoli in inglese).

La Costituzione russa era appena stata modificata per permettere al futuro presidente di stare in carica sei anni, e non più quattro, mentre era rimasto invariato il limite di due mandati consecutivi: questo significava che, in caso di vittoria delle elezioni, Putin sarebbe potuto rimanere in carica per altri 12 anni, un’enormità.

I mesi che seguirono la candidatura ufficiale di Putin furono tra i più agitati della storia recente russa. Le opposizioni cominciarono a organizzare le prime proteste a Mosca. Il 5 dicembre circa 5.000 persone si radunarono a Chistye Prudy, uno dei quartieri vecchi più belli della capitale, per chiedere elezioni libere. Le persone urlavano “Russia senza Putin!” e “Putin è un ladro!”. Ci furono diversi interventi decisi e appassionati, come quello di Alexey Navalny, che allora era solo uno dei più conosciuti blogger della Russia, impegnato in inchieste contro la corruzione. Cinque giorni dopo 50.000 persone si trovarono a piazza Bolotnaya, nel centro di Mosca, e fecero richieste simili: nessuno fu arrestato e le proteste si diffusero anche in decine di altre città russe. Il 24 dicembre le persone che manifestarono a Mosca furono 100mila.

L’inverno moscovita del 2011 fu caotico, scandito da manifestazioni e proteste, ed entusiasmante per i molti gruppi di opposizione che vi parteciparono. Per diversi giorni né il governo né Russia Unita commentarono quello che stava succedendo. Poi Julia Ioffe, giornalista mezza americana e mezza russa che stava scrivendo un pezzo per Foreign Policy (pubblicato poi il 5 febbraio 2012 con il titolo “Upping the Ante“, “Alzare l’asticella”), contattò Yuri Kotler, un giovane membro di Russia Unita ed ex consigliere di Boris Gryzlov (che tra le altre cose era stato presidente della Duma, il parlamento russo), per chiedergli quale fosse la percezione del Cremlino nei confronti delle proteste. Ioffe raccontò così la conversazione che ebbe con Kotler:

«Mi chiese se avevo un animale. Risposi che sì, avevo un gatto. “Bene, immagina se il tuo gatto venisse da te e iniziasse a parlarti”, mi disse Kotler. “Prima di tutto, è un gatto, e sta parlando. Secondo, in tutti questi anni il governo gli ha dato da mangiare e da bere, lo ha coccolato, e ora sta parlando e sta chiedendo qualcosa. È uno shock. Dobbiamo abituarci»

Il governo non si curò troppo del gatto che aveva iniziato a parlare, ma fece comunque qualche concessione: per esempio liberalizzò in parte il sistema elettorale e reintrodusse l’elezione per i governatori e i sindaci, che era stata sospesa da Putin dieci anni prima. Il 4 marzo i russi andarono a votare per eleggere il nuovo presidente, esattamente tre mesi dopo avere votato per le elezioni parlamentari. Putin ottenne i due terzi dei voti ma a Mosca si fermò al 47 per cento. Come scrissero diversi osservatori, aveva perso parte della propria popolarità e soprattutto a Mosca erano nati diversi gruppi sociali e politici che si opponevano al dominio di Russia Unita. Sembrava che le cose potessero cambiare. Ma poi arrivò il 6 maggio 2012, che sembrò cancellare tutto ciò che le opposizioni erano riuscite a conquistare l’inverno precedente.

6 maggio 2012
Piazza Bolotnaya

Il 6 maggio 2012, a poco meno di due chilometri di distanza dal Gran Palazzo del Cremlino (la residenza ufficiale del presidente) ma dall’altra parte del fiume Moscova, ci fu uno degli scontri più importanti e significativi della storia recente della Russia. Era la vigilia dell’inaugurazione del terzo mandato presidenziale di Vladimir Putin. Circa 50.000 persone stavano sfilando per protestare contro presunti brogli elettorali, che secondo le opposizioni avevano condizionato le elezioni parlamentari del 4 dicembre 2011, vinte in maniera risicata da Russia Unita. La folla stava per raggiungere piazza Bolotnaya, quando la situazione precipitò rapidamente. Attivisti e “cosmonauti” – soprannome dato in Russia ai poliziotti anti-sommossa – iniziarono a scontrarsi con violenza: alcuni manifestanti riuscirono a sfilare gli elmetti dalle teste dei poliziotti e lanciarli nel fiume, raccogliendo anche applausi dalla folla che si era radunata dall’altra parte del ponte. Ci furono molti feriti, da entrambe le parti, e circa 400 persone furono arrestate.

Dopo gli scontri del 6 maggio la risposta di Putin fu molto dura. L’11 giugno le case di Alexey Navalny e di altri leader dell’opposizione furono perquisite, e poi arrivarono gli arresti. Il CEO di VKontrakte (la versione russa di Facebook), piattaforma che aveva avuto un ruolo importante nell’organizzazione delle proteste dei mesi passati, fu interrogato e forzato a lasciare temporaneamente il paese nella primavera del 2013. Diversi media indipendenti cominciarono a vedere i propri inserzionisti sfilarsi pian piano (come successe a Dozhd, l’unico canale indipendente in Russia, ma ci arriviamo). Le proteste si fecero meno numerose e meno frequentate.

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