La Consulta decide sul “Porcellum”

È iniziato l'esame del ricorso sulla legge elettorale: cosa succede oggi e cosa aspettarsi dai giudici della Corte Costituzionale

Nella mattina di martedì 3 dicembre, la Corte Costituzionale si è riunita in udienza pubblica per iniziare l’esame dell’attuale legge elettorale, chiamata informalmente “Porcellum” da quando fu definita “porcata” dallo stesso parlamentare che la propose, Roberto Calderoli. Il giudizio è molto atteso perché potrebbe avere diverse conseguenze per il Parlamento, che da mesi – da anni –discute sulla necessità di modificarla senza avere ancora approvato qualche provvedimento concreto. La Corte impiegherà probabilmente diversi giorni prima di esprimersi e non è nemmeno detto che arrivi a dichiarare incostituzionale alcune parti del “Porcellum”, come richiesto da chi ha fatto ricorso.

Il ricorso
In qualità di cittadino elettore, nell’autunno del 2009 l’avvocato Aldo Bozzi ha presentato insieme con altri 27 firmatari un ricorso in tribunale di circa 50 pagine contro la presidenza del Consiglio dei Ministri e il ministero dell’Interno, per lesione del diritto di voto. Nella primavera del 2013, dopo otto anni di “Porcellum” e tre elezioni, e dopo che in primo grado così come in appello il ricorso fu dichiarato infondato, la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha emesso un’ordinanza interlocutoria, cioè ha rinviato alla Corte Costituzionale la responsabilità di esaminare la questione (la Corte di Cassazione è giudice di legittimità delle sentenze emesse negli altri gradi di giudizio, la Corte Costituzionale si occupa tra le altre cose di verificare la legittimità costituzionale delle leggi).

I due punti contestati
La Corte Costituzionale si deve esprimere sui due principali e più contestati aspetti del “Porcellum”: il premio di maggioranza e le liste bloccate.

L’attuale legge elettorale è basata su un sistema proporzionale cui sono aggiunti premi di maggioranza. Alla Camera il premio è assegnato alla coalizione di partiti – o al singolo partito senza coalizione – che ottiene più voti degli altri su base nazionale. Il premio equivale al 55 per cento dei seggi, cioè 340 deputati su 630. Al Senato il premio di maggioranza è attribuito su base regionale: ogni regione assegna un certo numero di senatori, ma la coalizione – o il singolo partito senza coalizione – che ha ottenuto più voti prende in automatico la maggioranza dei seggi regionali.

Come sa bene chi è andato a votare almeno una volta alle politiche negli ultimi otto anni, il “Porcellum” non prevede che sia data una preferenza diretta sui singoli candidati. Sulla scheda c’è solo da tracciare una croce su un simbolo, a cui è collegata la lista di candidati decisa dal partito corrispondente. Sono quindi i partiti a decidere in quale ordine saranno eletti i loro candidati e la legge consente anche che gli stessi nomi siano candidati in più collegi elettorali (27 in totale). In questo modo i partiti possono mettere ai primi posti della lista i loro leader principali, più conosciuti dagli elettori, in tutti i collegi. Dopo l’elezione questi scelgono in quale collegio essere eletti e lasciano vuoti gli altri posti, che vengono presi da altri candidati dello stesso partito. È in virtù di questo meccanismo che Silvio Berlusconi risultava eletto senatore nel Molise, prima della sua decadenza.

Incostituzionalità
Rimandando la questione alla Corte Costituzionale, la Cassazione ha rilevato che l’attuale premio di maggioranza “contraddice l’esigenza di assicurare governabilità e mette a rischio gli equilibri istituzionali”. Chi prende più voti è in grado di eleggere gli organi di garanzia «che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura» ed è quindi «lesivo dei principi di uguaglianza del voto (articolo 48, comma 2 della Costituzione) e rappresentanza democratica (articolo 1, comma 2 e 47). Inoltre, la Cassazione ritiene che il meccanismo al Senato è sostanzialmente “una sommatoria casuale dei premi regionali” che spesso finiscono per annullarsi a vicenda rovesciando il risultato ottenuto dalle liste e dalle coalizioni su base nazionale alla Camera. Infine, dato che si assegna un premio maggiore alla regione più grande e popolosa, per la Cassazione “il peso del voto è diverso a seconda della collocazione geografica degli elettori”.

Sulle liste bloccate la questione è più sfumata. I detrattori del “Porcellum” sostengono che rendono impossibile l’espressione di una preferenza e che la legge elettorale viola quindi le parti della Costituzione in cui si stabilisce che il suffragio deve essere diretto e universale, anche se esistono diversi sistemi elettorali privi di preferenza e non per questo illegittimi (per quanto naturalmente diversi: con collegi molto più piccoli, per esempio).

Cosa può decidere la Corte Costituzionale
Secondo i principali osservatori, difficilmente la Corte Costituzionale stabilirà qualcosa sulla legge elettorale in tempi brevi. Prima di procedere nel merito, i giudici dovranno stabilire se l’attuale ricorso possa essere considerato ammissibile. Tra le ipotesi circolate sui giornali negli ultimi giorni c’è quella di una possibile “sentenza monitoria”, come spiegano sul Corriere della Sera: “In buona sostanza, la Corte accoglierebbe in linea di principio l’ammissibilità della questione di costituzionalità, ma chiederebbe al legislatore di intervenire in tempi stabiliti”. Per farla ancora più semplice i giudici potrebbero dire: ammettiamo il ricorso, ma prima di esprimerci nel merito diamo a voi parlamentari circa un mese di tempo per aggiustare il tiro e sistemare con una nuova legge l’attuale “Porcellum”.

Questa soluzione consentirebbe di rispettare i ruoli istituzionali dei diversi corpi dello Stato: la Corte Costituzionale manterrebbe il proprio ruolo di controllore sulla costituzionalità delle regole, ma senza sostituirsi al Parlamento nel merito della modifica delle leggi. Se infatti giudicasse incostituzionali alcune parti del “Porcellum”, la Corte potrebbe determinare una modifica consistente dell’attuale legge elettorale, cosa non praticabile secondo diversi giuristi a partire da Ugo De Siervo, ex presidente della stessa Corte Costituzionale.

E il Parlamento?
Un invito al Parlamento a provvedere a modificare la legge potrebbe incentivare il dibattito sul cambiamento del “Porcellum”, ma finora i partiti non hanno dimostrato di essere davvero interessati a cambiare le regole per l’elezione di deputati e senatori. Già durante il suo primo mandato presidenziale Giorgio Napolitano aveva invitato più volte i partiti a rivedere la legge elettorale, invito ripetuto e ribadito con messaggi e interventi anche durante il secondo mandato senza ottenere grandi passi avanti.

Lunedì 2 dicembre la seduta della prima commissione del Senato, che avrebbe dovuto votare un ordine del giorno per il ritorno al “Mattarellum” (il sistema, che prende il nome dal relatore Sergio Mattarella, è misto e prevede il maggioritario per tre quarti dei seggi e il proporzionale per il restante quarto con sbarramento al 4 per cento), è stata cancellata per mancanza di un accordo sul da farsi tra i partiti che reggono la maggioranza (Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centrodestra).

Le cause della cancellazione sono state diverse. I partiti hanno preferito attendere l’inizio dei lavori della Corte Costituzionale prima di mettere in calendario la discussione sulla legge elettorale e i cambiamenti nella maggioranza, con l’uscita di Forza Italia e la permanenza di Nuovo Centrodestra (i due partiti nati dopo la scissione nel PdL), non hanno reso ancora del tutto chiari i rapporti di forza. Sullo sfondo ci sono anche le primarie del Partito Democratico, che porteranno domenica 8 dicembre all’elezione di un nuovo segretario, che darà la linea anche sulla modifica della legge elettorale. Matteo Renzi ha fatto intendere di volere spostare il confronto sulla legge elettorale dal Senato alla Camera, dove il PD ha una maggioranza più solida.

E il governo?
Il governo di Enrico Letta fino a ora continua a mantenere la linea adottata a inizio legislatura, quando ha chiarito che la legge elettorale è materia che compete al Parlamento e sulla quale non intende intervenire, sebbene ritenga opportuno cambiarla insieme a una più ampia riforma delle istituzioni.