Il Porcellum e la Corte Costituzionale

La Consulta inizierà presto l'esame di un ricorso contro la legge elettorale: e ci interessa, dato che si riparla di elezioni anticipate

Nell’editoriale pubblicato oggi sul Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli fa riferimento tra le altre cose al fatto che nel caso si arrivasse alle elezioni anticipate si voterebbe «con la vergogna di una legge come il Porcellum che la Corte costituzionale si appresta a dichiarare illegittima». De Bortoli fa riferimento alla legge elettorale in vigore in Italia, la n. 270 del 21 dicembre 2005, che introdusse un particolare sistema proporzionale e viene chiamata “Porcellum” perché fu definita “porcata” dall’uomo che la scrisse, Roberto Calderoli.

La legge sarà esaminata nelle prossime settimane dalla Corte Costituzionale, che potrebbe giudicarla illegittima. Il Porcellum ha molti aspetti controversi e contestati ma l’esame della Consulta si concentrerà su due di questi: il premio di maggioranza e le liste bloccate.

Il premio di maggioranza
Il Porcellum è un sistema proporzionale che prevede dei premi di maggioranza. Alla Camera assegna un sostanzioso premio di maggioranza (55 per cento dei seggi, 340 deputati su 630) alla coalizione di partiti – o al singolo partito non coalizzato – che ottiene più voti degli altri su base nazionale, senza nessuna soglia percentuale da raggiungere: anche se ha preso il 30 per cento o meno, come è accaduto al centrosinistra alle ultime elezioni, purché abbia superato la soglia di sbarramento necessaria a entrare in parlamento.

Al Senato il premio di maggioranza si attribuisce su base regionale: ogni regione assegna un certo numero di senatori, ma la coalizione – o al singolo partito non coalizzato – che ha ottenuto più voti prende in automatico la maggioranza assoluta dei seggi regionali. Nel 2013 in Lombardia, per esempio, il centrodestra ha conquistato 27 seggi su 49, cioè il 55 per cento, avendo ottenuto il 37,62 per cento dei voti.

Liste bloccate
Il Porcellum non prevede che l’elettore esprima una preferenza diretta sui singoli candidati: l’elettore quindi non scrive nessun nome sulla scheda e si limita a votare un simbolo, a cui è collegata una lista di candidati decisa dal partito. I seggi conquistati complessivamente alle elezioni sono distribuiti sulla base di grandi collegi elettorali (27 per tutto il territorio nazionale) in cui sono possibili candidature multiple: in ogni collegio, quindi, i partiti o le coalizioni presentano una lista di candidati “bloccata” e, nella pratica, con i primi nomi spesso uguali. I primi candidati di ogni lista, a seconda del numero dei voti presi nella circoscrizione, vanno in Parlamento. Chi viene eletto in più circoscrizioni decide per quale seggio scegliere liberando un posto dove si ritira.

Prima delle elezioni, le coalizioni devono presentare il loro simbolo e indicare obbligatoriamente un programma e un “capo” della coalizione: la carica di presidente del Consiglio non compare, formalmente, dato che la sua nomina è fatta dal presidente della Repubblica. Dodici deputati e sei senatori sono eletti dalle persone con cittadinanza italiana residenti all’estero.

Chi ha fatto ricorso
Nel novembre del 2009 l’avvocato Aldo Bozzi, in qualità di cittadino elettore, con altri 27 firmatari ha presentato un ricorso di oltre 50 pagine contro la presidenza del Consiglio dei Ministri e il ministero dell’Interno per lesione del diritto di voto. In un’intervista a Repubblica Aldo Bozzi motivò la propria decisione dicendo: «La mia è una ribellione personale. È una legge vergognosa, un imbroglio pazzesco, che produce un Parlamento di “nominati” e non di eletti. Gli italiani non eleggono i loro rappresentanti, e questo è contro la Costituzione».

Il 17 maggio del 2013, dopo otto anni e tre elezioni e dopo che in primo grado così come in appello il ricorso venne dichiarato infondato, la prima sezione civile della Corte di Cassazione con una ordinanza interlocutoria (che non decide, ma rinvia) ha disposto di rinviare alla Corte Costituzionale la responsabilità di esaminare il testo, dichiarando rilevanti e non infondate le questioni sollevate dal ricorso di Bozzi.

L’incostituzionalità
Chi contesta la costituzionalità delle liste bloccate – che non sono un’eccezione nei sistemi elettorali, bisogna dire – sostiene che il Porcellum, rendendo impossibile l’espressione di una preferenza, viola gli articoli 56 comma 1 e 58 comma 1 della Costituzione in cui si stabilisce che il suffragio debba essere diretto e universale, e l’articolo 48 comma 2 che indica la libertà quale caratteristica del voto.

Chi contesta la costituzionalità del premio di maggioranza, invece, sostiene che assegnare il 55 per cento dei seggi a chi prende più voti impedisca un’equa rappresentanza degli elettori. La stessa Corte di Cassazione, rinviando la questione alla Corte Costituzionale, ha scritto che il meccanismo «contraddice l’esigenza di assicurare governabilità» e «mette a rischio gli equilibri istituzionali». Chi prende più voti è in grado di eleggere gli organi di garanzia «che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura» ed è quindi «lesivo dei principi di uguaglianza del voto (articolo 48, comma 2 della Costituzione) e rappresentanza democratica (articolo 1, comma 2 e 47).

Sempre secondo i giudici della Cassazione, il premio di maggioranza al Senato rende il Senato stesso «una sommatoria casuale dei premi regionali che finiscono per elidersi tra loro e possono addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste e coalizioni su base nazionale». In questo modo si favorisce la formazione di «maggioranze parlamentari non coincidenti, pur in presenza di una distribuzione del voto omogenea tra i due rami del Parlamento». La violazione, hanno scritto i giudici, in questo caso «è ancora più evidente se si considera l’entità del premio»: dato che si assegna un premio maggiore alla regione più grande e popolosa, «il peso del voto è diverso a seconda della collocazione geografica degli elettori».

Aldo Bozzi, nella presentazione del ricorso, ha semplificato spiegando che «il voto di un elettore residente in Lombardia vale circa 10 volte quello di un residente in Umbria o in Basilicata» e questo negherebbe il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

Cosa può decidere la Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale inizierà l’esame della legittimità o meno dell’attuale legge il prossimo 3 dicembre. Potrebbe non rilevare alcun profilo di incostituzionalità nel Porcellum, o al contrario rilevarlo. Se giudicherà incostituzionali solo alcune parti della legge, potrebbe suggerire al Parlamento semplici modifiche, come quella relativa ai premi di maggioranza. Se invece la Consulta dichiarerà incostituzionale l’intera legge Calderoli, questa dovrà essere «disapplicata»: tornerà dunque in vigore la legge elettorale precedente, il cosiddetto Mattarellum, un sistema maggioritario con quota proporzionle. I diritti acquisiti tramite quella legge resterebbero comunque salvi: ciò significa che il Parlamento eletto con quella legge resterebbe comunque formalmente legittimo (anche se politicamente non molto).

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