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  • giovedì 19 settembre 2013

Il terzo fronte della guerra in Siria

Ribelli contro ribelli: da almeno una settimana combattono nel nord del paese, complicando ancora di più le cose

Da almeno due mesi alcuni importanti giornalisti ed esperti che si occupano di Siria hanno iniziato a parlare di un “terzo fronte” nella guerra civile siriana: oltre allo scontro tra le forze militari del presidente Bashar al Assad e i ribelli, sembra che se ne sia sviluppato un altro all’interno dello schieramento dei ribelli – semplificando – tra i combattenti laici e “moderati” e quelli più estremisti vicini ad al Qaida. Il “terzo fronte” della guerra, di cui parla oggi un articolo del Wall Street Journal, si è aperto in alcune zone del nord e dell’est della Siria, tra cui Deir Ezzor ed Aleppo, la città più grande del paese che si trova a nord di Damasco e a meno di 60 chilometri dal confine con la Turchia.

Mappa Siria
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Uno dei gruppi di ribelli più forti presenti ad Aleppo, responsabile di molti attacchi recenti contro le fazioni più moderate, si chiama Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL) ed è nato all’inizio del 2013 da una fusione tra jihadisti iracheni e siriani. La scorsa settimana questo gruppo ha lanciato l’operazione “Eliminare la sporcizia”, il cui obiettivo non sono le forze governative di Assad ma le fazioni di ribelli moderati sostenuti dall’Occidente. I militanti di SIIL, che in Siria sembrano essere tra i 7mila e 10mila, hanno iniziato a compiere sequestri e omicidi, seguendo le indicazioni – sembra – del leader di al Qaida al Zawahiri, che in un messaggio audio della scorsa settimana aveva intimato ai suoi seguaci in Siria di evitare la collaborazione con “i gruppi laici che sono alleati dell’Occidente”. La nuova situazione sta spingendo alcuni dei militanti dell’Esercito Libero Siriano, l’organizzazione militare di ribelli riconosciuta dall’Occidente, a considerare i ribelli estremisti come una minaccia seria tanto quanto quella portata dalle forze di Assad.

Il “terzo fronte” si era aperto ufficialmente il 12 luglio scorso, quando alcuni membri dello “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” avevano ucciso un comandante dell’Esercito Libero Siriano, Kamal Hamami, nella provincia costiera siriana di Latakia. L’episodio era stato raccontato prima dalla stampa locale e poi anche da quella internazionale, che per la prima volta aveva parlato dell’apertura di un “nuovo fronte” nella guerra in Siria all’interno dello schieramento dei ribelli.

L’obiettivo dello “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, di orientamento sunnita radicale, è simile a quello di altri gruppi della regione: creare un califfato islamico e imporre la sharia, la legge islamica, ai territori che ne fanno parte. Negli ultimi mesi molti jihadisti stranieri sono entrati a far parte del gruppo estremista: per loro la guerra contro Assad non ha solo l’obiettivo della caduta del regime, ma fa parte di una guerra più ampia che ha giustificazioni e implicazioni religiose.

Negli ultimi sei mesi la Coalizione Nazionale Siriana, il principale gruppo di opposizione al regime di Damasco, ha definito un governo ad interim con lo scopo (anche) di frenare la diffusione dei gruppi estremisti nei territori del nord. Riguardo a una possibile deriva islamista della Siria, un diplomatico occidentale citato dal Wall Street Journal ha detto: «È una strada in salita per il governo ad interim, e non sarà facile affermarsi in tutto il territorio siriano a causa delle minacce provenienti dal regime e dagli estremisti, ma c’è ancora una possibilità di riuscirci. La maggioranza dei siriani non è favorevole alla “talebanizzazione”. Se gli si dà un’alternativa moderata, loro sceglieranno quella».

C’è anche un’altra possibilità di cui parlano alcuni esperti, e che è spiegata sempre dal Wall Street Journal: i territori del nord della Siria, nei pressi di Aleppo, potrebbero diventare una base per operazioni militari lanciate dai jihadisti, cioè potrebbero trasformarsi in qualcosa di simile alle regioni del Waziristan (nord-ovest del Pakistan) o della penisola arabica (soprattutto Yemen), fuori dal controllo dei rispettivi governi e centro di molte attività terroristiche di al Qaida.

L’apertura di un “terzo fronte” sta complicando ulteriormente la politica dell’Occidente nei confronti della Siria, specie per quanto riguarda il trasferimento di armi ai ribelli: diversi stati occidentali, tra cui gli Stati Uniti, sono sempre stati molto scettici sulla possibilità di concedere aiuti militari ai ribelli siriani, per il rischio che queste finissero nelle mani delle fazioni più estreme. Per questa ragione, scrive il Wall Street Journal, molti militanti dell’Esercito Libero Siriano vedono la crescita dello “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” come un’opportunità per distanziarsi dagli estremisti di al Qaida, ed eventualmente convincere gli occidentali a farsi coinvolgere di più in Siria: che significa, in altre, parole, spingerli a inviare molto più velocemente molte più armi, o fare un attacco militare diretto contro Assad.

Foto: ribelle siriano ad Aleppo, il 18 settembre 2013 (JM LOPEZ/AFP/Getty Images)

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