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  • lunedì 6 Giugno 2011

Feriti che non lo erano

In Libia il regime porta i giornalisti a vedere le persone ferite dalla NATO, e a volte salta fuori che la NATO non c'entra

Dall’inizio dell’operazione militare internazionale in Libia, il regime di Gheddafi denuncia le conseguenze dei bombardamenti della NATO diffondendo con frequenza bollettini riguardo la presenza di morti e feriti. Salvo alcuni rari casi, ai giornalisti stranieri presenti in Libia non è concesso di muoversi liberamente e verificare in modo indipendente la presenza o meno di questi feriti e di questi morti: a Tripoli, il luogo più colpito dalla NATO, la stampa non può muoversi fuori dagli alberghi se non è scortata e guidata dai funzionari del regime.

Ieri sera, durante una di queste visite guidate, i tentativi del regime di accusare la NATO di aver provocato il ferimento di una bambina si sono ritorti contro se stesso. Lo racconta il giornalista del Guardian Xan Rice, da Tripoli.

Domenica sera un gruppo di giornalisti stranieri a Tripoli è stato portato in un ospedale per vedere una bambina di sette mesi, Nasib, che giaceva priva di sensi. I funzionari del governo hanno detto loro che la bambina era stata ferita da una bomba esplosa a pochi metri da casa sua, sempre nella capitale libica.

Durante la visita, però, un medico dell’ospedale ha passato un biglietto a un giornalista. Il biglietto recitava: “È stato un incidente stradale. Questa è la verità”. L’episodio ha rafforzato i dubbi dei giornalisti, che poche ore prima erano stati portati nel quartiere di Tajura, sul luogo del presunto bombardamento.

Il figlio del proprietario del terreno aveva descritto ai giornalisti la morte dei maiali e delle galline che vivevano nel suo campo, ma i giornalisti non avevano notato alcuna carcassa. C’era un cratere, e attorno un gruppo di residenti che intonavano cori di sostegno a Gheddafi. Tutti molto tranquilli, però, per niente arrabbiati: e nessuno faceva riferimenti alla presenza di persone ferite o uccise, né tantomeno alla bambina di nome Nasib.

Le stranezze si accumulano. In ospedale i giornalisti avevano parlato con un uomo che si era presentato come un impiegato del ministero della Sanità, vicino di casa della bambina ferita. Oggi i giornalisti hanno incontrato la stessa persona durante un altro tour in un altro quartiere, in occasione di un altro presunto bombardamento. L’uomo ha detto di chiamarsi Emad e ha indicato un ordigno inesploso su un terreno vicino una casa, dicendo che questo era stato sganciato da un jet della NATO. “Sembrava una specie di relitto della Guerra fredda”, scrive Rice. “Visto da vicino, poi, mostrava evidenti scritte in russo”. Interpellato sul perché delle scritte in russo, Emad ha cambiato versione: la NATO avrebbe bombardato un deposito di armi del regime e il bombardamento avrebbe fatto sbalzare la bomba russa sul terreno.

Nessun funzionario del governo ha fornito alcun commento ufficiale sulle incongruenze delle due storie, e secondo Rice la cosa non è sorprendente.

Il regime di Gheddafi sembra aver rinunciato all’idea di parlare e rivolgersi alla stampa straniera. Da mercoledì scorso l’ufficio stampa del governo è praticamente in silenzio: si è tenuta soltanto una conferenza stampa, sugli effetti della guerra nell’economia libica.

Nonostante questo, le visite guidate dei giornalisti sui luoghi dei bombardamenti continuano. In occasione di un altro di questi, i giornalisti sono stati portati in una chiesa copta a cui una serie di bombe avevano fatto saltare tutte le vetrate. Nessun danno strutturale, ma anche in quell’occasione i funzionari del governo non hanno permesso ai giornalisti di osservare la chiesa più da vicino. “Non è il nostro obiettivo”, ha detto uno di questi.

foto: ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images