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  • sabato 21 Maggio 2011

A che punto è la Libia

Il regime di Gheddafi è in difficoltà, l'Economist spiega che cosa sta succedendo

L’ultima settimana di guerra in Libia ha inflitto un duro colpo al regime di Gheddafi. Misurata, la città che ha subito l’assedio più pesante dall’inizio del conflitto, è stata riconquistata dai ribelli insieme a porto e aeroporto. Il quartier generale di Gheddafi a Tripoli è stato più volte bombardato dai missili della NATO. I ribelli stanno nuovamente avanzando da Bengasi verso Brega. La Corte Penale Internazionale ha spiccato un mandato d’arresto per Gheddafi e suo figlio Saif. E uno dei ministri più importanti del governo libico, Shokri Ghanem, sembra essere passato dalla parte dei ribelli. L’Economist racconta che cosa sta succedendo.

Le forze del colonnello Gheddafi sono in difficoltà. A Tripoli inizia a scarseggiare qualsiasi cosa, compreso il cibo. I ribelli di Bengasi sono riusciti ad avere accesso ai rifornimenti di base e stanno migliorando la loro organizzazione politica, diplomatica e militare. Il regime di Gheddafi potrà resistere ancora per un po’, ma il tempo non è dalla sua parte. È possibile che finisca con l’implodere.

Sul fronte militare i ribelli sono riusciti a tenere a bada i giovani armati che nella prima fase del conflitto avevano condotto improvvise avanzate e ritirate ancora più rapide senza di fatto ottenere mai nessuna vittoria significativa. Una linea di comando è stata tracciata, con l’ex ministro dell’Interno di Gheddafi, Abdel Fatah Younis, come comandante in capo delle forze armate e Jalal el-Digheily come ministro della Difesa del nuovo governo di Bengasi. Anche la NATO ha detto che il coordinamento con gli insorti è migliorato nelle ultime settimane, consentendo di colpire i bersagli militari con più precisione. Mentre le forze di Gheddafi sono sempre più in difficoltà anche sul fronte delle montagne occidentali, quelle a nord-ovest di Tripoli, dove i ribelli hanno preso il valico di frontiera di Dehiba il mese scorso, aprendo una via fondamentale per i rifornimenti dalla Tunisia, nonostante le forze del regime siano ancora in controllo della linea costiera.

Sul fronte politico i ribelli hanno finalmente iniziato organizzarsi. Mustafa Abdel Jalil, un altro ex ministro del governo Gheddafi, è stato messo a capo del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi e insieme ai suoi collaboratori ha avviato alcune importanti relazioni diplomatiche con i paesi del Golfo Persico, soprattutto Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Per evitare di essere confinato a un ruolo politico soltanto nell’est del paese, il Consiglio ha inoltre iniziato a arruolare al suo interno membri di molte altre città libiche, e soprattutto della capitale. Nonostante alcuni di questi abbiano dei legami con i Fratelli Musulmani, spiega l’Economist, la linea prevalente è quella di un governo laico. Tutti si oppongono fermamente all’ipotesi di una separazione del paese tra est e ovest.

Gheddafi continua a sostenere di avere il pieno consenso dei gruppi tribali principali del paese, ma anche quest’affermazione ormai sembra avere perso molto di significato visto che non è più chiaro quale sia l’influenza di questi supposti leader nella politica nazionale. La maggior parte degli esperti sostiene che le tribù sono socialmente importanti ma non fondamentali per l’esito politico del conflitto, nonostante sia indubitabile il prestigio di cui Gheddafi gode ancora in certe aree, soprattutto intorno a Sirte e Sebha. Il problema maggiore in questo momento per il Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi è la mancanza di soldi. Finora gran parte degli aiuti economici sono arrivati da Kuwait e Qatar. Ma anche in questo caso la situazione è destinata a migliorare rapidamente perché i ribelli hanno ormai accesso più facile alle raffinerie di petrolio della costa rispetto al regime di Gehddafi e potranno presto iniziare a venderlo all’estero.

Si è parlato molto nell’ultima settimana di una possibile uscita di scena di Gehddafi, ma le promesse di cessate il fuoco fatte fin qui dal governo di Tripoli non sono mai state rispettate. Il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale renderà certamente più difficile la possibilità di una fuga del dittatore libico, e molti suoi oppositori hanno iniziato a sperare che possa alla fine essere processato dopo il collasso dall’interno del suo regime. Un’altra speranza è quella di andare presto a nuove elezioni che consentano l’insediamento di un governo supervisionato dalla NATO, ma al momento l’ipotesi più probabile è che Gheddafi preferisca perdere combattendo fino alla fine.