Il governo e la ricerca

La retorica dei programmi di cui si è litigato all'ultima puntata di Ballarò, analizzati con attenzione

di Filippomaria Pontani

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
06-04-2011 Roma
Politica
Camera - processo breve 
Nella foto: Angelino Alfano, Mariastella Gelmini
Photo Mauro Scrobogna /LaPresse
06-04-2011 Roma
Politics
Chamber of Deputies - bill to cut the lenght of trials
In the picture: Angelino Alfano, Mariastella Gelmini
Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 06-04-2011 Roma Politica Camera - processo breve Nella foto: Angelino Alfano, Mariastella Gelmini Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 06-04-2011 Roma Politics Chamber of Deputies - bill to cut the lenght of trials In the picture: Angelino Alfano, Mariastella Gelmini

Tra le bombe, le caciare e gli scandali, hanno trovato poco spazio sui media due documenti di un certo rilievo, emanati nei giorni scorsi dal governo, e curiosamente accomunati dal medesimo acronimo: PNR. Non si tratta – tranquillizzo i lettori – di conclamati Piani Nazionali di Rinascita, bensì di due semplici ancorché un po’ verbosi Programmi, che riguardano rispettivamente le riforme e la ricerca: qui riprenderò brevemente alcuni aspetti del primo, e parlerò un po’ più a lungo del secondo, e dei suoi precedenti.

Il primo PNR
Il primo PNR, che è firmato Berlusconi e Tremonti, è un “Programma Nazionale di Riforma”, e si occupa dei principali indirizzi di innovazione politica che il governo seguirà nel resto della legislatura: insomma, un manuale su come “fare le riforme”, per dare senso a quel mantra che ricorre au bon moment sulle labbra degli esponenti di ogni parte politica. A volerlo prendere sul serio, sarebbe un documento-cardine dell’esecutivo; in verità, come hanno mostrato la discussione di martedì scorso a “Ballarò”, e soprattutto la lucida analisi apparsa qui sul Post, si tratta di un testo ibrido, tendente a descrivere il già fatto o a proporre mete con ogni evidenza irrealizzabili. È questa l’impressione argomentata, più nel dettaglio, anche da Tito Boeri.

Ma l’indigesta lettura del malloppo, oltre a generare un certo disagio dinanzi al proliferare di anglismi e di sostantivi astratti, non è del tutto inutile, in quanto rinsalda la certezza della scelta di campo dell’Italia in favore di una politica neoliberista: in tal senso, lo specchietto a p. 6 presenta le modifiche agli articoli 41, 97 e 118 della Costituzione come misure essenziali per affermare la superiorità dell’iniziativa privata su quella pubblica (la prima non deve essere infatti né indirizzata dalla seconda né tanto meno controllata a fini sociali) e il principio per cui “l’azione dei pubblici poteri si configura come sussidiaria di quella dei privati”. La cosa è significativa, comunque la si giudichi, in quanto prospetta un concetto di “bene comune” assai difforme da quello propagandato da ambienti di altro segno politico: qui si dice infatti che “il bene comune va considerato non più come monopolio esclusivo del potere pubblico, ma come un’auspicata prospettiva della responsabilità nell’agire privato”. Non è un caso che, mentre il recupero dell’evasione fiscale è citato un paio di volte e senza enfasi, tra le azioni dirimenti del governo si vantano il principio del “silenzio-assenso” nello sviluppo dell’edilizia privata e l’istituzione di “zone a burocrazia zero” (anzi, pardon: zero-red-tape-zones) in vaste aree del Meridione e lungo le coste, al fine di promuovere il libero sviluppo dell’iniziativa privata e del turismo (p. viii).

D’altra parte, sia detto per inciso, non escludo che proprio il principio fondamentale cui s’ispira questo PNR, ovvero l’assoluta priorità della politica di rigore fiscale, l’intento di costituzionalizzare la disciplina di bilancio, e la stabilizzazione dei conti a breve, medio e lungo termine (pp. iv-v), abbia acuito il malumore nei confronti del ministro dell’Economia, sfociato nelle recenti polemiche all’interno del PDL (Galan e Scajola contro Tremonti). Ma lasciamo da parte gli auspici, le ideologie, e anche la più volte ribadita (e qui imperante) retorica tremontiana sulle banche solide e le famiglie poco indebitate: il motivo per cui si è parlato di questo PNR l’altra sera a “Ballarò” è la ricerca scientifica, e nel pezzo citato dal Post era bene argomentato come ciò sia avvenuto in realtà a sproposito, giacché il PNR in questione si limita a dare indirizzi e non interviene in alcun modo sull’allocazione minuta di risorse; del resto, si legge a p. 1, “si apre per l’Italia ora la fase delle misure con un impatto basso o nullo sui conti pubblici, ma con significativi effetti sull’economia”: una frase che è, appunto, tutto un programma.

I tagli a scuola e ricerca incautamente denunciati con scandalo da Enrico Letta in trasmissione erano in realtà i medesimi già previsti dalle Finanziarie precedenti, e dunque la gazzarra è stata, come accade, mal condotta e mal provocata. Ciononostante, va notato che la ricerca è tutt’altro che assente da questo PNR, anzi se ne parla già a p. 3, dove si proclama in materia l’attribuzione di “ingenti dotazioni tecnologiche e strutture di valutazione a livello centrale e regionale” (?), e soprattutto l’avvio di un “ridisegno complessivo del sistema della ricerca per adattarlo alla particolare struttura produttiva italiana, caratterizzata da Piccole e Medie Imprese operanti in settori tradizionali e con una specifica vocazione al design e alla creatività”.

A beneficio di chi a questo punto abbia dedotto che il futuro della ricerca italiana risieda in impieghi d’avanguardia presso Alessi o i Fratelli Rossetti, chiarisco che le cose sono più complesse. La formulazione sopra citata compendia in modo forse un po’ infelice e sghembo il problema sostanziale che il governo della ricerca italiana non ha saputo risolvere negli ultimi 11 anni (per non parlare dei precedenti), ovvero l’esiguità dell’apporto degli investimenti privati: il che (si legge a p. 63 del PNR) ci crea gravi difficoltà nel concretare l’auspicato incremento della spesa in ricerca dall’attuale 1.1 del PIL (di cui lo 0.56 pubblico, meno della media europea che è dello 0.65) a un 1.53 nel 2020 – aumento da conseguire, è da credere, proprio mediante un significativo aumento del privato, giacché nel pubblico si profilano, in solido, solo tagli. Per affrontare il problema si ricorre nel PNR ad alcuni rimedi forse intelligenti, ma in larga parte già esperiti (con qualche buon esito, ma con un effetto complessivo invero modesto) in anni passati: il credito d’imposta e la deduzione dall’imponibile fiscale per le imprese che a vario titolo investono in ricerca (pp. viii e 3), il potenziamento dei Programmi regionali (p. 67), l’intercettazione di fondi europei, l’istituzione di uno Sportello della ricerca (peraltro già esistente) e via discorrendo (pp. 63-64); si segnala però un fatto nuovo, ovvero l’istituzione di alcuni “progetti-faro”, da finanziare tramite un aumento del Fondo degli enti di ricerca “dopo il riordino del settore” (p. 3).


Il secondo PNR
Non chiediamo a questo Programma ciò che non può dire: è normale che le azioni di merito nell’ambito della Ricerca vadano delegate a un documento apposito, stilato dal Ministero competente. E a onore del governo va detto che questo documento, lungo ben 173 pagine, esiste davvero: è stato definitivamente approvato e presentato in pompa magna a Roma qualche giorno fa, con gli autorevoli interventi, fra gli altri, di Bruno Vespa e Maurizio Gasparri; il mio Rettore, come immagino avranno fatto tutti i suoi colleghi, l’ha inviato a tutti i docenti e ricercatori affinché riflettano sulle prospettive che finalmente ci si schiudono. Si tratta dell’altro PNR di cui parlavo al principio, che stavolta va letto come “Programma Nazionale della Ricerca” 2011-2013, già analizzato ieri con particolare severità da Marco Cattaneo. Vorrei segnalare che questo secondo PNR (per brevità e chiarezza lo definirò PNRic) è in realtà il terzo testo di tal fatta e di tal nome partorito negli anni dal MIUR (ex MURST: insomma, il Ministero competente), e che esso contiene rispetto ai suoi predecessori alcuni elementi di continuità e altri, più interessanti, di innovazione. Nel parlare brevemente di questi testi premetto che essi, nel bene e nel male, meritano rispetto in quanto sono studi articolati, corredati di note e bibliografia, responsabili di diversi progetti meritori e comunque garanti (nel passato e senz’altro nel futuro) di un indispensabile quadro di riferimento per gli investimenti in ricerca nel nostro Paese; premetto altresì che intendo solo descrivere, dal mio punto di vista, alcuni aspetti della retorica di questi testi, senza volermi porre né come un nemico degli investimenti privati né come il Geremia che lamenta la progressiva ed evidentissima marginalizzazione dell’ambito umanistico (Lettere e Filosofia, Scienze Politiche, Giurisprudenza) nelle scelte strategiche. In ambedue i rispetti, come in altri, siamo davanti ad azioni di governo legittime, che non configurano attentati alla Costituzione o colpi di mano, ma che disegnano un modo di procedere piuttosto chiaro e forse meritevole di qualche attenzione.

Nel 2000 (il ministro era Zecchino, e governava d’Alema) le Linee Guida del PNRic partivano da un’analisi del contesto economico nazionale e definivano un certo numero di “obiettivi strategici”, nonché alcune “azioni” (strutturali, di medio periodo, trasversali) per conseguirli. Il contesto (icasticamente definito come l'”anomalia italiana”) era segnato da un preoccupante invecchiamento dei ricercatori, dalla scarsa competitività del sistema, dall’arretratezza strutturale della ricerca nel Sud (si parlava di “deriva del Mezzogiorno”), da un livello di istruzione superiore imparagonabile rispetto agli altri grandi Paesi. Tra i rimedi proposti spiccavano il sostegno alla ricerca industriale, l’istituzione di uno “sportello unico” per le imprese (ecco il primo sportello: pp. 4-5 delle linee guida), il sostegno a nuovi centri di eccellenza e alle tecnologie multisettoriali, il rafforzamento e il ringiovanimento della ricerca di base, l'”approccio dinamico tra scienza e mercato” (p. 32), la “competizione knowledge-based” (pp. 24-25), l’internazionalizzazione e la valutazione costante dei prodotti della ricerca (pp. 48-50). Oltre ai propositi si davano anche dei numeri precisi, e si lamentava che la spesa per la ricerca (pubblica+privata) fosse pari all’1.1% del PIL: ci si proponeva di raggiungere in sei anni la media europea del 2% (o almeno un buon 1.87%: pp. 53 e 57). Un obiettivo arduo, visto che (p. 9) “la ricerca di base è fortemente sottodimensionata e praticamente inesistente nelle imprese”. Il pregio di questo Programma è la franchezza: si dice chiaramente che in Italia si spende poco per la ricerca, che la spesa per studente universitario è circa 1/3 del valore medio dei paesi OCSE (p. 10), che ci si laurea poco e che la ricerca non trova applicazioni economiche e sociali. D’altra parte, si insiste anche sulla necessità di individuare settori di punta nei quali investire in via preferenziale: tecnologie informatiche e della comunicazione, tecnologie dei materiali, energetiche, ambientali, biotecnologie, robotica e microsistemi. L’obiettivo è quello di “porre la Scienza e la Tecnologia a servizio della crescita civile della Società” (p. 31). Le ultime pagine, dedicate alle risorse, prevedono nonostante tutto un forte aumento del contributo privato, e un contemporaneo mantenimento dell’investimento pubblico.

Ho insistito su questo primo PNRic perché contiene analisi ed elementi che ricorreranno, ahimè sostanzialmente immutati, nelle Linee guida del 2002 e poi nel PNRic del 2005 (ambedue concepiti dal nuovo ministro, la sig.ra Moratti). Nel primo di questi due documenti fa capolino la globalizzazione con i problemi connessi, ai settori strategici sullodati si aggiungono le tecnologie aerospaziali (pp. 18-19), e si promette solennemente per il 2006 la crescita del finanziamento pubblico alla ricerca dallo 0.6% all’1% (p. 35), nel quadro di un intervento complessivo volto a produrre decine di migliaia di nuovi posti di lavoro diretto o indotto. Ma il cuore del problema sono sempre le risorse private: la prosa ministeriale si è un po’ evoluta, e parla (p. 12) del “limitato impiego di venture capital per spin-off della ricerca e di capitale di rischio per lo start-up di nuove imprese”, ma il concetto rimane quello. Tra i rimedi, oltre alle solite agevolazioni alle imprese (perché – è detto più volte – si deve puntare soprattutto sulle capacità innovative delle PMI, e le logiche della ricerca pubblica vanno adeguate alle esigenze delle imprese e del mercato), vorrei notare qui due cose: da un lato l’orientamento dell’attività degli Enti di ricerca (CNR, ENEA, INFN e molti altri) su temi di ricerca strategica “mirata a prospettive di presenza significativa nei segmenti di mercato high-tech, i cui outputs possano contribuire a costruire, nel medio-lungo termine, le rinnovate basi per la competitività del Paese” (p. 25); dall’altro, per un interessante gioco di specchi, l’introduzione non già della cultura della ricerca tra i manager, bensì di una “cultura manageriale” e di una “cultura di progetto” nei ricercatori (p. 32): chiunque lavori nell’Università o negli Enti di ricerca sa bene quali e quanti effetti queste parole abbiano avuto sul sistema dei finanziamenti e financo sulla vita quotidiana dei ricercatori.


Il PNR del 2005 segue le orme delle Linee-guida del 2002, individua aree strategiche (Salute, Sistemi di produzioni e meccanica avanzata, Ambiente trasporti e sicurezza, Agroalimentare: pp. 61-62) in base all’impatto economico sul mercato e sull’occupazione, e introduce o potenzia gli slogan della “competitività”, della “multidisciplinarietà”, della “internazionalizzazione”, e della valorizzazione del “capitale umano”. Nulla di nuovo nell’orientamento di fondo, ma si segnalano in questo Programma azioni concrete come il riordino del CNR (se ne parla in F. Sylos Labini – Stefano Zapperi, I ricercatori non crescono sugli alberi, Roma-Bari 2010, e qui), l’istituzione ex novo dell’ambiziosissimo e dispendiosissimo IIT di Genova, destinato a un luminoso futuro, la creazione di distretti tecnologici e industriali a carattere regionale, un forte impulso agli investimenti nel Mezzogiorno (pp. 43-47), l’avvio della controversa “tecno-Tremonti” per agevolare gli investimenti delle imprese (p. 38 punto 83). Fatto interessante, si avanza qualche timida riflessione (p. 37 punto 78) sul ruolo del FAR, il ricchissimo Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca, cui le imprese attingono con grande libertà sottoponendo domande di finanziamento per progetti di ricerca proposti autonomamente, senza predefinizione di tematiche né vincoli di costi e tempi per lo svolgimento dei progetti, ma arrecando scarso beneficio alla ricerca medesima, se è vero che ancora una volta, a tirar le somme, la differenza rispetto alla spesa media degli altri paesi europei “è da addebitarsi in buona parte alle ridotte spese in ricerca da parte del settore privato” (p. 57 punto 119). Per la cronaca, la spesa complessiva per la ricerca rimane all’1.15% del PIL (media UE 1.93%), e quella pubblica è ferma allo 0.53% (media UE 0.66). Tuttavia a p. 36 si argomenta che nell’università italiana ci siano in realtà troppi docenti di ruolo a tempo indeterminato, e che la spesa per studente non sia in fondo così bassa: sono le avanguardie di quell’analisi che Roberto Perotti porterà avanti nel suo fortunato volume L’università truccata (Einaudi 2008), i cui dati in parte fallaci sono stati smascherati e discussi da Raul Mordenti, L’università struccata (Punto Rosso 2010, pp. 67-90).

Insisto su questo ultimo punto perché ci lega al PNRic di quest’anno, comparso dopo un’attesa di ben 6 anni: a p. 9 si proclama infatti a chiare note che “il sistema pubblico è dotato di risorse sufficienti, ma che non contribuiscono a generare valore in maniera adeguata”. In altre parole, ciò che nel 2000 era considerato scarso (finanziamento dello 0.6%) diventa ora (ritoccato al ribasso: siamo allo 0.56%) del tutto bastevole, anzi da razionalizzare. In realtà, l’obiettivo-guida del cosiddetto “pacchetto conoscenza” 2011 è quello “di favorire le condizioni per poter trasformare il sapere in valore economico” (p. 7), e a tal fine si sciorinano tutta una serie di interventi, in larga parte succedanei rispetto a quelli dei precedenti programmi, fatte salve l’istituzione di un Coordinamento della Ricerca Italiana (CRI: un acronimo forse poco augurale, visto lo stato di salute complessivo), qualche nuova parola d’ordine (la ricerca knowledge-driven, il posizionamento nel ranking internazionale et sim.) e qualche nuova “area strategica”, come la sostenibilità, il “Made in Italy”, il patrimonio culturale. Di nuovo si offrono alle imprese una serie di incentivi volti a colmare la “consistente distanza dalla media europea (0.55 rispetto all’1.17% del PIL)” negli investimenti privati in Ricerca e Sviluppo (p. 21): infatti adesso (era ora, direte) “la chiave di volta per garantire la crescita del Sistema della Ricerca diventa l’interazione costante e profonda tra imprese, Università e Istituzioni di governo” (p. 27).

Dietro questa formula si nasconde lo spirito che ha presieduto anche alla riforma Gelmini approvata in dicembre, ovvero la profonda revisione della governance, che significa sostanzialmente la fine del modello cooperativo in cui erano gli stessi ricercatori (professori, collaboratori etc.) a gestire il sistema della ricerca; noi ne abbiamo già parlato, ma a scanso di equivoci tutto il PNRic lo ribadisce in un capitolo nuovo di zecca, il 7, dal titolo ominoso “Strumenti di governance“. Lo sportello unico per l’impresa, avviato 11 anni fa, rimane sempre aperto (p. 31), le procedure per l’erogazione dei fondi vengono ovviamente ulteriormente semplificate, gli incentivi vengono moltiplicati, e si auspica uno sviluppo “smart, sustainable and inclusive” (p. 49); ma intanto, per risolvere il nodo centrale dello scarso investimento privato, si offre alle imprese e alle Fondazioni bancarie (già note al PNRic morattiano del 2005, si vedano lì le pp. 31, 41, 53) un accesso privilegiato al controllo degli investimenti.

Ma non meno interessanti – e così arriviamo al fatto nuovo più eclatante – sono le azioni previste dal PNRic: quelle di medio-lungo periodo sono in realtà un po’ sempre le stesse che da 10 anni evidentemente producono effetti poco luminosi (sostegno alle imprese, all’hi-tech, poli di eccellenza, dottorati internazionali, misure per il Mezzogiorno…); e per quanto riguarda il riordino strutturale degli enti (università e centri di ricerca) non si fa che riassumere provvedimenti legislativi presi di recente in altra sede. È sul breve periodo che succede qualcosa di inatteso: per la prima volta infatti si inseriscono nel PNRic dei capitoli di spesa dettagliati e operativi, in altre parole si stanziano e si allocano risorse e non si enunciano solo principî e auspicî. Tramite la redistribuzione, o meglio il reindirizzo di fondi esistenti (ricordare il motto di Tremonti) verranno finanziati su due piedi alcuni interventi prioritari selezionati da non meglio precisati Comitati di Indirizzo Strategico (CIS: viaggiare informati sull’identità del guidatore potrebbe presentare qualche vantaggio). E si parte subito: l’8% del Fondo Ordinario di finanziamento degli Enti di Ricerca (anzitutto Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e Agenzia Spaziale Italiana) viene destinato alla realizzazione di 14 cosiddetti “Progetti Bandiera” (nel PNR di Tremonti, ricordate, sono chiamati “progetti-faro”: ma la Gelmini scriveva nel marzo del 150esimo della Repubblica), per un ammontare totale di 1.772 milioni di euro. Tre osservazioni.

Prima osservazione: si tratta di una cifra altissima, che supera di 16 volte l’ammontare complessivo dello stanziamento per i PRIN universitari (i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, destinati così a un ruolo decisamente più marginale), e che assai difficilmente lascerà spazio – o meglio fondi – per ricerche di altro tipo negli Enti coinvolti. In ogni caso, avanzassero soldi, ci sono sempre “in panchina” dei non meno cospicui “Progetti di interesse” dichiarati come tali ma ancora privi di un apposito finanziamento (si va dalle nanotecnologie alle reti satellitari, passando per studio delle popolazioni, internet, agroalimentare, e anche i famosi edifici ad alta efficienza energetica, che si spera qualcuno prima o poi consideri seriamente).


Seconda osservazione: si tratta di progetti ambiziosi, relativi anzitutto alla fisica, all’astrofisica e all’aerospaziale, alle biotecnologie, all’ambiente, ma anche al Made in Italy e ai beni culturali. Vengono presentati come “proposti dagli enti e scelti tramite un procedimento di valutazione globale”, ma di fatto non risulta da nessuna parte che essi abbiano superato quelle complesse selezioni (commissioni, peer-review, arbitri internazionali etc.) che presiedono all’attribuzione di fondi pubblici di entità ben minore. Io non sono al corrente del dibattito avvenuto nei mesi scorsi all’interno degli Enti di Ricerca, ma una realistica ipotesi è che il governo abbia di fatto deciso autonomamente, senza alcuna discussione pubblica, i programmi di ricerca degli Enti del nostro Paese per i prossimi anni: proprio di questo in effetti si lamentano con alti lai quei facinorosi della CGIL, i quali tra l’altro si chiedono cosa ne sarà di tutti gli altri progetti non eletti, ma avviati negli anni passati e bisognosi come minimo di fondi di mantenimento.

La cosa presenta aspetti d’interesse metodologico anche per gli Atenei: faccio solo due esempi che conosco da vicino. Primo esempio: nella mia Università sono state enucleate sin dal principio del nuovo Rettorato (2009) alcune cosiddette “aree strategiche”, che si sono tradotte quest’anno – auspice il riordino voluto dalla Gelmini – in un elemento di struttura, ovvero nella creazione di sei Scuole interdipartimentali (Global Development, International Relations, Management and Asian Studies, Government, Sustainability Science, Cultural Production and Conservation: tutto in inglese, per carità). Queste Scuole corrispondono tutte e sole a quella strategia, e sono state stabilite dal Senato Accademico senza alcuna previa consultazione con i docenti: ai singoli Dipartimenti è stato semplicemente chiesto di aderire a una o più di queste scatole preconfezionate (con tanto di linee-guida di indirizzo).

Secondo esempio: se la sbandierata “meritocrazia” ministeriale passa per una ripartizione in base al merito del 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario per gli Atenei, è utile sapere che gli indicatori del “merito” scelti tra mille polemiche per il 2009 (la commissione ministeriale fu accusata da alcuni Rettori di favorire indebitamente le università del nord, che vi erano peraltro ben rappresentate) sono stati nuovamente ritoccati nel 2010 (via per esempio i giudizi degli studenti sulla didattica; via la percentuale di occupazione a 3 anni dalla laurea; più peso all’intercettazione di fondi europei). Ebbene, questo ritocco è avvenuto secondo criteri tanto poco trasparenti che in un documento ufficiale di un Ateneo del nord si legge testualmente che “criticamente parlando, oggi il meccanismo di incentivazione assomiglia piuttosto a una lotteria” e che “gli obiettivi dei sistemi incentivanti sono ben altri e, se si vogliono incoraggiare le università a intraprendere cammini virtuosi secondo direttive ministeriali, bisogna annunciare in anticipo i criteri, che devono restare stabili per almeno un certo numero di anni, in modo tale che gli atenei li recepiscano e correggano (se lo desiderano) i loro comportamenti per ottenere le risorse sperate”. Si badi: l’Ateneo in questione  non è mosso da alcun rancore, giacché la lotteria l’ha vinta, ottenendo un finanziamento premiale di ben 10 milioni, ovvero di fatto la differenza fra la vita e la morte.

Terza osservazione, e ultima: fra i Progetti Bandiera ce n’è uno di qualche interesse per i dibattiti di questi giorni: se infatti il primo PNR, quello di Tremonti di cui abbiamo parlato all’inizio, ha relegato il nucleare a una possibilità da approfondire un giorno insieme all’Europa dopo una bella pausa di riflessione (p. 79), questo PNRic, quello della Gelmini, attribuisce recta via 39 milioni di euro (non bruscolini, e per di più “strategici”) a un progetto dal titolo “L’ambito nucleare”, che è “orientato al rafforzamento del sistema energetico nazionale”, e i cui obiettivi recitano: “realizzazione di reattori a elevato grado di sicurezza; ricerca sui siti; ricerca sulle soluzioni tecnologiche per lo smaltimento rifiuti; ricerca di materiali per sistemi nucleari innovativi a fissione”; nel medio-lungo periodo, poi, “nuovi tipi di reattori di IV generazione a neutroni veloci” (p. 84). Il referendum del 12 giugno ha davvero perso di attualità?

PS: a p. 70 del PNR tremontiano si legge un trafiletto sul “Fondo per il merito”, che dovrebbe presiedere all’assegnazione di borse di studio per gli studenti più meritevoli, e di prestiti con piani di rimborso ventennali per i comunque meritevoli. Dal testo si evince che questi importanti aiuti verranno erogati sulla base di quiz standardizzati e omogenei a livello nazionale da somministrare per via telematica.

PPS: i cospicui investimenti in progetti del Ministero della Difesa (Fregate FREMM e Medium Armoured Vehicles) hanno impegnato e impegnano quasi 2 miliardi di euro in 6 anni (assegnati, è bene chiarirlo, direttamente in finanziaria); a questi si aggiungono almeno altri 100 milioni di un Progetto-Bandiera per un satellite-spia. Queste iniziative non sono state inserite per caso in entrambi i PNR, quello di Tremonti e quello della Gelmini (torneranno anche nel Piano di La Russa, mi figuro): sono “strategicamente” rilevanti perché vanno a sanare ciò che la Moratti lamentava nel PNR del 2005 (p. 8, punto 15) e sin dalle Linee guida del 2002 (p. 11), ovvero la cronica assenza di investimenti nella ricerca per la difesa (1% della spesa totale in ricerca contro il 30% degli USA e il 14% della media UE): in qualcosa, almeno, stiamo crescendo.

Cos’è la ricerca, davvero
– La ricerca, vista dalla parte dell’industria