• Italia
  • lunedì 25 aprile 2011

Il governo e la ricerca

La retorica dei programmi di cui si è litigato all'ultima puntata di Ballarò, analizzati con attenzione

di Filippomaria Pontani

Tra le bombe, le caciare e gli scandali, hanno trovato poco spazio sui media due documenti di un certo rilievo, emanati nei giorni scorsi dal governo, e curiosamente accomunati dal medesimo acronimo: PNR. Non si tratta – tranquillizzo i lettori – di conclamati Piani Nazionali di Rinascita, bensì di due semplici ancorché un po’ verbosi Programmi, che riguardano rispettivamente le riforme e la ricerca: qui riprenderò brevemente alcuni aspetti del primo, e parlerò un po’ più a lungo del secondo, e dei suoi precedenti.

Il primo PNR
Il primo PNR, che è firmato Berlusconi e Tremonti, è un “Programma Nazionale di Riforma”, e si occupa dei principali indirizzi di innovazione politica che il governo seguirà nel resto della legislatura: insomma, un manuale su come “fare le riforme”, per dare senso a quel mantra che ricorre au bon moment sulle labbra degli esponenti di ogni parte politica. A volerlo prendere sul serio, sarebbe un documento-cardine dell’esecutivo; in verità, come hanno mostrato la discussione di martedì scorso a “Ballarò”, e soprattutto la lucida analisi apparsa qui sul Post, si tratta di un testo ibrido, tendente a descrivere il già fatto o a proporre mete con ogni evidenza irrealizzabili. È questa l’impressione argomentata, più nel dettaglio, anche da Tito Boeri.

Ma l’indigesta lettura del malloppo, oltre a generare un certo disagio dinanzi al proliferare di anglismi e di sostantivi astratti, non è del tutto inutile, in quanto rinsalda la certezza della scelta di campo dell’Italia in favore di una politica neoliberista: in tal senso, lo specchietto a p. 6 presenta le modifiche agli articoli 41, 97 e 118 della Costituzione come misure essenziali per affermare la superiorità dell’iniziativa privata su quella pubblica (la prima non deve essere infatti né indirizzata dalla seconda né tanto meno controllata a fini sociali) e il principio per cui “l’azione dei pubblici poteri si configura come sussidiaria di quella dei privati”. La cosa è significativa, comunque la si giudichi, in quanto prospetta un concetto di “bene comune” assai difforme da quello propagandato da ambienti di altro segno politico: qui si dice infatti che “il bene comune va considerato non più come monopolio esclusivo del potere pubblico, ma come un’auspicata prospettiva della responsabilità nell’agire privato”. Non è un caso che, mentre il recupero dell’evasione fiscale è citato un paio di volte e senza enfasi, tra le azioni dirimenti del governo si vantano il principio del “silenzio-assenso” nello sviluppo dell’edilizia privata e l’istituzione di “zone a burocrazia zero” (anzi, pardon: zero-red-tape-zones) in vaste aree del Meridione e lungo le coste, al fine di promuovere il libero sviluppo dell’iniziativa privata e del turismo (p. viii).

D’altra parte, sia detto per inciso, non escludo che proprio il principio fondamentale cui s’ispira questo PNR, ovvero l’assoluta priorità della politica di rigore fiscale, l’intento di costituzionalizzare la disciplina di bilancio, e la stabilizzazione dei conti a breve, medio e lungo termine (pp. iv-v), abbia acuito il malumore nei confronti del ministro dell’Economia, sfociato nelle recenti polemiche all’interno del PDL (Galan e Scajola contro Tremonti). Ma lasciamo da parte gli auspici, le ideologie, e anche la più volte ribadita (e qui imperante) retorica tremontiana sulle banche solide e le famiglie poco indebitate: il motivo per cui si è parlato di questo PNR l’altra sera a “Ballarò” è la ricerca scientifica, e nel pezzo citato dal Post era bene argomentato come ciò sia avvenuto in realtà a sproposito, giacché il PNR in questione si limita a dare indirizzi e non interviene in alcun modo sull’allocazione minuta di risorse; del resto, si legge a p. 1, “si apre per l’Italia ora la fase delle misure con un impatto basso o nullo sui conti pubblici, ma con significativi effetti sull’economia”: una frase che è, appunto, tutto un programma.

I tagli a scuola e ricerca incautamente denunciati con scandalo da Enrico Letta in trasmissione erano in realtà i medesimi già previsti dalle Finanziarie precedenti, e dunque la gazzarra è stata, come accade, mal condotta e mal provocata. Ciononostante, va notato che la ricerca è tutt’altro che assente da questo PNR, anzi se ne parla già a p. 3, dove si proclama in materia l’attribuzione di “ingenti dotazioni tecnologiche e strutture di valutazione a livello centrale e regionale” (?), e soprattutto l’avvio di un “ridisegno complessivo del sistema della ricerca per adattarlo alla particolare struttura produttiva italiana, caratterizzata da Piccole e Medie Imprese operanti in settori tradizionali e con una specifica vocazione al design e alla creatività”.

A beneficio di chi a questo punto abbia dedotto che il futuro della ricerca italiana risieda in impieghi d’avanguardia presso Alessi o i Fratelli Rossetti, chiarisco che le cose sono più complesse. La formulazione sopra citata compendia in modo forse un po’ infelice e sghembo il problema sostanziale che il governo della ricerca italiana non ha saputo risolvere negli ultimi 11 anni (per non parlare dei precedenti), ovvero l’esiguità dell’apporto degli investimenti privati: il che (si legge a p. 63 del PNR) ci crea gravi difficoltà nel concretare l’auspicato incremento della spesa in ricerca dall’attuale 1.1 del PIL (di cui lo 0.56 pubblico, meno della media europea che è dello 0.65) a un 1.53 nel 2020 – aumento da conseguire, è da credere, proprio mediante un significativo aumento del privato, giacché nel pubblico si profilano, in solido, solo tagli. Per affrontare il problema si ricorre nel PNR ad alcuni rimedi forse intelligenti, ma in larga parte già esperiti (con qualche buon esito, ma con un effetto complessivo invero modesto) in anni passati: il credito d’imposta e la deduzione dall’imponibile fiscale per le imprese che a vario titolo investono in ricerca (pp. viii e 3), il potenziamento dei Programmi regionali (p. 67), l’intercettazione di fondi europei, l’istituzione di uno Sportello della ricerca (peraltro già esistente) e via discorrendo (pp. 63-64); si segnala però un fatto nuovo, ovvero l’istituzione di alcuni “progetti-faro”, da finanziare tramite un aumento del Fondo degli enti di ricerca “dopo il riordino del settore” (p. 3).

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